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Modena - Il primo maggio mentre i lavoratori festeggiavano la festa del lavoro, quelli impiegati in Coop Estense avevano poco o nulla da festeggiare. In una data simbolo delle conquiste fatte dai lavoratori per arrivare a una vita semi dignitosa, rispetto alle regole imposte dai padroni, la cooperativa emiliana disdettava il contratto integrativo, dopo cinque anni dalla scadenza e tre anni di estenuante trattativa. Formalmente la giustificazione di questa disdetta sta nell’accordo ponte del novembre 2011, dove si dava il 30 aprile 2012 come termine oltre il quale il contratto integrativo non avrebbe avuto più valore se non si fosse trovato un accordo con i sindacati.

Ma sostanzialmente la ragione di questa disdetta è sicuramente legata alla volontà di Coop Estense di non avere più un contratto integrativo, che secondo i dirigenti, dava troppi diritti e garanzie ai suoi lavoratori, e costava troppo in tempi di crisi. In sintesi, la proposta della cooperativa chiedeva di congelare il premio aziendale per i vecchi assunti e non elargirlo ai nuovi; erogare il salario variabile e tutte le indennità di funzione sulla base di una pagella legata alla produttività e a valutazioni totalmente arbitrarie; ridurre le maggiorazioni sul lavoro festivo. Per “raggiungimento di obiettivi di vendita” si intende un incremento delle vendite del 12,5% in tre anni, cosa quasi impossibile vista la situazione della crisi a livello nazionale e mondiale.

I sindacati ammettono apertamente di aver presentato a tempo debito una piattaforma mediocre, ma comunque molto meglio della proposta aziendale. Si sono rifiutati di piegarsi al volere dell’azienda, proclamando giustamente otto ore di sciopero, che ci auspichiamo vengano effettuate al più presto. È deleterio tergiversare: i lavoratori sono stanchi e hanno voglia di far sentire le loro ragioni e vedersi riconosciuti i diritti e le tutele che al momento solo un contratto integrativo può garantire, specie dopo la firma sul Ccnl della distribuzione cooperativa che ha sancito un ulteriore peggioramento delle condizioni dei lavoratori di questo settore.

Al posto del contratto integrativo, la Coop propone un regolamento interno che, per natura, è un atto unilaterale dell’azienda verso i propri dipendenti.

In questo testo vengono mantenute alcune norme previste nell’integrativo, altre vengono stravolte, e viene sancito il fatto che, per quello che non è presente, vale il Ccnl, oltre al fatto che lo stesso regolamento può essere modificato e/o disdettato in qualsiasi momento dalla cooperativa.

Su questo regolamento si è discusso molto. Coop, con atto intimidatorio e di potere, ha preteso la firma di ogni dipendente sul regolamento stesso. Circa mille lavoratori si sono rifiutati di firmarlo, pretendendo il normale iter per questo genere di cose e cioè la raccomandata con ricevuta di ritorno, ma a quale prezzo? Inizieranno le intimidazioni e le ripercussioni per chi non ha voluto piegarsi al diktat di Coop?

A questo punto rimane solo un modo per proseguire, seguendo la volontà dei lavoratori che, dall’Emilia alla Puglia e Basilicata, nelle assemblee sindacali hanno espresso la loro amara delusione verso un’azienda cooperativa che, mentre piange miseria di fronte ai lavoratori e al sindacato per ridurre il costo del lavoro, nelle assemblee di approvazione del bilancio parla ai soci di buoni risultati, di utili e vendite che tengono nonostante la crisi.

E allora una domanda sorge spontanea: qual è il vero stato di salute della cooperativa? Quello dichiarato ai soci, in controtendenza rispetto alla crisi? O quello dichiarato ai sindacati, di una cooperativa che per essere concorrenziale deve necessariamente ridurre il costo del lavoro di 11 milioni di euro?

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