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Secondo recenti dati Istat, la crisi inizia a farsi sentire anche nel settore alimentare, e non potrebbe essere altrimenti vista la progressiva perdita di potere d’acquisto dei salari.
Per quanto riguarda Unicoop Firenze, il 2011 è stato un anno difficile; tuttavia, dai dati pubblicati sull’Informatore di giugno, nel bilancio del 2011 la passività non è dovuta tanto ad un calo delle vendite, dal momento che la gestione commerciale “ha ottenuto un utile di 11,2 milioni di euro”, quanto alle perdite finanziarie – possesso di titoli di Stato e obbligazioni – che hanno portato ad una perdita di 45,5 milioni di euro.

Se nell’immaginario collettivo, soprattutto in Toscana, la cooperativa era considerata un’isola felice, oggi è diffusa la consapevolezza che questo non risponde più alla realtà: la Coop si muove in un mercato capitalistico e ne utilizza tutti gli strumenti. Se l’imperativo per le classi padronali è oggi quello di scaricare la crisi sui lavoratori, ecco che anche in Unicoop Firenze, dove peraltro da anni si utilizzano forme contrattuali precarie e interinali, si tenta di abbassare sempre più il costo del lavoro del personale stabilizzato con la trattativa per il rinnovo del Contratto integrativo aziendale (Cia). Una trattativa che, nonostante le Rsu siano scadute nel marzo 2010, va avanti da almeno due anni blindata dal sistema di potere che unisce Unicoop al Pd locale e alla Cgil, in particolare la Camera del lavoro regionale.

La pressione del Pd per arrivare ad un accordo di fatto politico, fa sì che la Filcams regionale sia disposta a firmare un contratto che prevede un arretramento incredibile nei diritti e nel salario dei lavoratori. Tra le misure previste troviamo il salario variabile legato alla presenza, la revisione del divisore contrattuale che di fatto ridurrebbe la retribuzione degli straordinari, la soppressione del livello per gli addetti specializzati come banconieri, l’obbligatorietà del lavoro domenicale, la possibilità in alcuni negozi di orario settimanale flessibile da 30 a 40-42 ore, l’aumento dell’orario per i minimercati a 38 ore settimanali. Una delle questioni più eclatanti riguarda il tempo di vestizione: una recente sentenza del Tribunale del lavoro di Firenze ha dato ragione a cinque lavoratori di Unicoop che chiedevano riconosciuto il tempo di vestizione in orario di lavoro, come previsto dalla legge e al contrario di quanto scritto nel regolamento interno; ciononostante la Filcams nei mesi scorsi si è detta disposta a inserire nero su bianco nel Cia che il tempo di vestizione sia fuori dell’orario di lavoro.

In questo quadro, la Cgil che vogliamo nella Filcams fiorentina si sta distinguendo dalla maggioranza, opponendosi alla firma di questo integrativo. Tuttavia opporsi non basta. È necessario promuovere una mobilitazione reale nei luoghi di lavoro, cosa che è totalmente nelle possibilità, ma che evidentemente turberebbe le compatibilità della cosiddetta “gestione unitaria” dentro la categoria.

Il 17 maggio si è svolta una partecipata assemblea di delegati e lavoratori della grande distribuzione, con aziende come Rinascente, Coin, Esselunga, Unicoop. Tale assemblea deve dare vita a una struttura di delegati e lavoratori autoconvocati – iscritti a sindacati confederali e di base o anche non iscritti - che prenda in mano le sorti della vertenza Coop con i seguenti obiettivi:

a) stabilire e diffondere una piattaforma alternativa sull’integrativo che parta dal rifiuto assoluto di cedere su tempo tuta, revisione divisori contrattuali, livelli, salario variabile legato alla presenza o addirittura al punto vendita o – anche di questo si parla! – al reparto;

b) opporsi ad una “firma estiva” del Cia;

c) richiedere un vero referendum in caso di firma, organizzando una campagna per il no;

d) mettere in campo una strategia di lotta che a partire da un’ampia controinformazione nei punti vendita, preveda anche azioni di sciopero;

e) rivendicare e ottenere il rinnovo delle Rsu, per avere una nuova rete di delegati più rappresentativa del clima che si vive oggi in Coop.

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