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Il diritto allo studio, o meglio l’abolizione dello stesso, è da anni nella mente dei governi che si sono susseguiti nel tempo, ognuno dei quali ha aggiunto un tassello che ha portato alla situazione disastrosa attuale, dove assistiamo ad una vera e propria negazione dell’accesso alla scuola pubblica da parte di molti e che si traduce in un abbandono scolastico al 17,6%, ed in una realtà scolastica che vede sempre più una dequalificazione dell’istruzione, un aumento della repressione, una situazione insostenibile per studenti e lavoratori della scuola.

Si aggiunge a questo l’annosa questione dello stato dell’edilizia scolastica.

Secondo l’ultimo rapporto di Legambiente, infatti, il 60% degli edifici scolastici risale a prima degli anni ’70, il 37,6% neccesità di manutenzione urgente, il 38,4% si trova in aree a rischio sismico e il 60% non ha il certificato di prevenzione agli incendi; per non parlare poi dell’annoso problema del sovraffolamento delle aule che non permette un regolare svolgimento delle lezioni o di plessi che si trovano in veri e propri palazzi privati adibiti a scuola per l’occasione, senza alcun sistema di messa in sicurezza.

Assistiamo ciclicamente ad interruzioni delle lezioni e a proclamazioni di stati di emergenza per il maltempo, con relativa chiusura degli istituti, perché in Italia gli edifici pubblici non resistono a pioggia e vento, cosa che si traduce in tegole volanti, buchi nei muri e crolli.

Quando poi un terremoto come quello all’Aquila nel 2009 fa crollare le scuole come fossero castelli di carta, con conseguenze tragiche in termini di vite umane, il governo parla di fatalità e non della assoluta mancanza e insufficienza di sistemi antisismici che per il capitalismo sono solo una spesa superflua, mentre per noi valgono la vita.

Con il governo Renzi sono stati promessi 3,7 miliardi di euro destinati all’edilizia scolastica presi dai fondi immobili e dai fondi destinati all’edilizia dei governi precedenti, soldi che, secondo una stima della protezione civile, andrebbero a coprire solo un quarto delle scuole. Considerando che gran parte di questi soldi verranno presi da fondi stanziati in passato e mai sbloccati, si ridimensiona già di molto la manovra di per sé insufficiente.

E il resto dei fondi da dove arriverà? Partendo dalle soluzioni adottate in passato possiamo provare ad indovinare: si aprirà una porta d’ingresso enorme per l’investimento privato nella scuola pubblica e negli organi decisori e “democratici” della stessa. D’altronde il ministro Giannini ha già chiarito che la direzione deve essere quella dell’apertura a 360 gradi ai privati e ai loro finanziamenti e un continuo processo di parificazione delle scuole private.

Il problema dell’edilizia scolastica non può essere risolto con le “briciole” promosse da Renzi e peggio ancora con i fondi di soggetti privati attraverso la svendita della democrazia scolastica e della sua funzione sociale, trasformata in un’appendice dell’azienda di questo o di quell’imprenditore
che ha finanziato la porta antipanico.

Nei fatti lo Stato ci offre un’istruzione pubblica non gratuita (vedi contributo scolastico ecc.), non di qualità e in una situazione di costante pericolo fisico per gli studenti e per i lavoratori.

Se si vuole risolvere il problema dei plessi fatiscenti, si requisiscano le migliaia di edifici sfitti esistenti su tutto il territorio nazionale. I fondi per la ristrutturazione li si prendano dai profitti delle banche (2,4 miliardi di euro solo nel 2013) o da quelli concessi a fondo perduto a banchieri e industriali in tutti questi anni. Per salvare Mps, ad esempio, sono stati utilizzati l’anno scorso 3,9 miliardi di euro dello Stato.

La lotta per una scuola pubblica gratuita di massa e di qualità, che non metta a rischio la vita di chi la frequenta, può avere respiro solo all’interno di una lotta anticapitalistica più ampia.

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