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Oltre la retorica, e perchè si ritorni a discutere dell'8 marzo come di un giorno di resistenza e di lotta contro l'attacco ai diritti di tutte le donne lavoratrici, ripubblichiamo questo articolo del 2009, che conserva tutta la sua validità.

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Di fronte ai problemi economici che investono il mondo del lavoro, si potrebbe pensare che un tale argomento rivesta un ruolo del tutto marginale nello scontro di classe. Un’analisi più attenta, però, dimostra come le discriminazioni nei confronti delle donne siano strettamente legate ad una politica che mira ad indebolire l’unità e il potere contrattuale dei lavoratori.

Se il nostro obiettivo è quello di scardinare il sistema di chi ci licenzia e pretende di farci pagare la crisi, dobbiamo essere consapevoli che la controffensiva che vogliamo organizzare necessiti di una risposta compatta del mondo del lavoro.

Questo vuol dire che ogni compagno – uomo o donna che sia – debba porsi il problema del coinvolgimento delle lavoratrici in questa battaglia, vivendo come una sconfitta (a cui rimediare con urgenza) la scarsità della militanza delle donne nelle organizzazioni della sinistra.

La rappresentanza femminile all’interno di partiti e sindacati riguarda numeri ancora molto ristretti e spesso e volentieri si limita a responsabilità organizzative o di secondaria importanza. Le ragioni di un tale deficit sono innanzitutto da ricercarsi nel ruolo a cui la donna è relegata all’interno della società. Gli ostacoli che incontra nella sua emancipazione sono molteplici, a partire dal posto di lavoro, passando per la cura della famiglia fino alle barriere culturali e ideologiche che impongono modelli femminili svilenti.

Famiglia o lavoro?

Nella società attuale, l’ostacolo principale all’emancipazione della donna è rappresentato dal doppio fardello lavoro/famiglia che unisce una qualità dell’occupazione mediamente più bassa ad una forma di lavoro non riconosciuto e non retribuito come quello domestico.

Il cosiddetto gender gap (divario tra la retribuzione maschile e femminile) va dai 3.800 euro dei dipendenti a tempo indeterminato agli oltre 10mila dei lavoratori precari, il cui 54% è costituito da donne. A parità di laurea, una donna guadagna circa il 65% del salario di un uomo. In generale, a fronte di un titolo di studio più elevato, le donne ricoprono incarichi meno qualificati e meno gratificanti. 1 donna su 5, infatti, svolge un lavoro che richiede una formazione inferiore a quella di cui è in possesso.

Alle discriminazioni sul lavoro si aggiungono i carichi familiari da sempre affibbiati alle donne. Le faccende domestiche vengono svolte all’83% dalle donne e solo al 17% dagli uomini. In Italia, una lavoratrice occupa più tempo per il seguito della casa e dei figli rispetto al numero di ore trascorse nel proprio luogo di lavoro. Alla lunga questa situazione conduce 4 donne su 10 ad abbandonare l’occupazione e altre 3 delle 6 restanti a chiedere il part time per conciliare le due attività. Nel nostro paese le donne hanno un tasso di occupazione di 11 punti più basso rispetto alla media europea. Tra le cause di disoccupazione femminile, al primo posto c’è la cura dei figli, mentre il 35% è scoraggiata dall’assenza di opportunità lavorative all’altezza, in particolare al Sud.

Si calcola che il connubio lavoro/famiglia sia anche la principale causa di mal di testa ricorrenti, stress e depressione, tutte patologie che colpiscono molto di più il sesso femminile (87%) rispetto a quello maschile (32%). Inoltre, 3 donne su 5 dichiarano di soffrire con una certa regolarità della patologia da shopping compulsivo per la semplice ragione che “acquistare qualcosa o recarsi in un centro di bellezza consente loro di svolgere un’attività che è rivolta solamente verso la propria persona e non, come nel resto della giornata, a sostegno degli altri”.

I numeri ci consentono di capire che c’è chi ha interesse a mantenere la questione femminile irrisolta. Da una parte le lavoratrici sono una fonte di profitto mediamente più alta per gli imprenditori perché sottopagate e maggiormente ricattabili; dall’altra consentono alla classe dominante di risparmiare milioni di euro in servizi sociali come asili, scuole, mense e lavanderie, di cui dovrebbe farsi carico lo stato.

False alternative

Negli ultimi anni i vari ministri donna che si sono succeduti hanno ventilato alcune soluzioni, a detta loro, per aiutare le donne. Queste misure, però, vanno nella direzione di un aumento e non di una diminuzione della discriminazione.

Dietro proposte falsamente emancipatorie, come il salario d’ingresso per le donne e gli asili nido gestiti dalle aziende, in realtà si nasconde una strumentalizzazione drammatica delle difficoltà della donna ad entrare e rimanere nel mondo del lavoro. Salario d’ingresso significa salario più basso di almeno due livelli contributivi a parità di mansione, andando ad aumentare le forme di precariato già largamente utilizzate dalle aziende. La concessione di asili nido privati nei luoghi di lavoro a maggioranza femminile, oltre a sottrarre ancora una volta un servizio dalle mani del pubblico, non fa che ribadire la consuetudine per cui debba essere la madre lavoratrice ad occuparsi della famiglia. Con la scusa della parità tra uomo e donna è stata avanzata anche la proposta di innalzamento dell’età pensionabile femminile: anche in questo caso si tratta di un peggioramento delle condizioni delle lavoratrici. Se si vuole la parità, perché non adeguare l’età pensionabile degli uomini a quella delle donne? Questo esempio dimostra come un attacco alle donne sia al contempo un attacco a tutta la classe lavoratrice.

Questo modo di affrontare la questione femminile non solo è controproducente, ma è pesantemente nocivo. Il capitalismo ha avuto il pregio di far uscire la donna dalle quattro mura domestiche e di inserirla nella società, gettando anche le basi per una sua emancipazione. Le proposte avanzate dagli esponenti femminili della classe dominante, però, obbligano le donne a portarsi il peso della famiglia anche in azienda e in fabbrica. Si pretende che la donna sia contemporaneamente forza-lavoro da sfruttare ancor più dell’uomo e colei che si fa carico della cura del resto dei lavoratori (mariti, figli, padri, fratelli), possibilmente riproducendo di tanto in tanto altre braccia da lavoro per il sistema. Ci fanno anche credere di avere una scelta: la classe dominante ultimamente sponsorizza il modello della donna in carriera, magari ex velina o giovane imprenditrice. Se l’alternativa all’oppressione è diventare come queste signore o partecipare ai festini di Villa Certosa, ecco, ne facciamo volentieri a meno.

Come compagne della sinistra del Prc abbiamo sempre rivendicato un punto di vista di classe nella questione femminile, difendendo le lavoratrici come settore più attaccato della classe operaia. Quello per cui ci battiamo è l’acquisizione di un’indipendenza economica e personale tramite il lavoro, che ci consenta di giocare un ruolo da protagoniste nella lotta per un mondo migliore. Non possiamo più accettare l’imposizione di una donna annullata perché al servizio di tutti, ed è proprio dalle lavoratrici che può venire la risposta più radicale. Noi che doppiamente siamo attaccate e sfruttate da questo sistema, doppiamente dobbiamo lottare e organizzarci per rovesciarlo.

Ideologia dominante e oppressione

Per perpetrare una discriminazione vengono sempre erette delle giustificazioni ideologiche. Così come avviene nel caso degli immigrati, ormai identificati come soggetti inclini alla delinquenza, anche per le donne sono stati creati degli stereotipi ad hoc. Nel medioevo eravamo considerate un’emanazione del diavolo, che induceva l’uomo in tentazione distogliendolo da una vita onesta e regolata. Le donne delle classi più agiate, invece, venivano incensate come “madonne” simbolo di purezza e moderazione. In entrambi i casi, l’istituzione di un modello femminile serviva a mantenere lo status quo: da una parte si screditavano coloro che non seguivano i dettami della classe dominante e della chiesa, dall’altra si premiava la sottomissione ad un ruolo che poco si differenziava da quello di un animale in cattività, utile solamente alla riproduzione. Come dire, due facce della stessa medaglia.

La situazione attuale non è poi così diversa. Tramite i mezzi di informazione ed educazione, vengono imposti dei modelli femminili a cui una donna è portata a tendere fin da bambina. Già da piccole, ci impongono come nostra maggiore aspirazione quella di diventare esteticamente accattivanti per conquistare la stima di chi ci sta intorno, possibilmente quella particolare di un uomo. Una volta guadagnato il posto di moglie, bisogna fare di tutto per tenersi ben stretto il marito, mantenendosi piacenti, sempre disponibili e dimostrando di essere una “perfetta donna di casa” occupandosi delle faccende domestiche, della cucina e dei figli. Non è un caso che tra i giocattoli destinati alle bambine ci siano soprattutto elettrodomestici in miniatura, bambole, fino ad arrivare alla prova online per diventare velina, dove la valutazione consiste nel dimostrare di saper muovere il fondoschiena. Anche qui, due facce della stessa medaglia.

L’ideologia dominante è dunque un ulteriore strumento che il padronato utilizza per mantenere le donne in uno stato di inferiorità economica e ricattabilità. Purtroppo molto spesso i modelli femminili dominanti vengono accolti favorevolmente anche da un largo settore di lavoratori, che ancora non riesce a vedere dietro il bell’aspetto di politicanti e colleghe tutto l’orrore dell’oppressione dell’intera classe lavoratrice, mantenuta anche grazie al lavaggio del cervello operato quotidianamente nei confronti delle donne. I lavoratori nel loro complesso non hanno nulla da guadagnare da donne prodotte in serie, il cui unico obiettivo è apparire fisicamente e fare figli, mentre la loro mente viene di fatto sterilizzata. è per questo motivo che l’intervento tra le lavoratrici dev’essere rivalutato e posto all’ordine del giorno soprattutto in un periodo di crisi come quello attuale, quando migliaia di donne vengono espulse dal ciclo produttivo.

Ancora violenza sulle donne

Alle campagne ideologiche fa spesso seguito una violenza, che parte come aggressione morale per poi trasformarsi a tutti gli effetti in violenza fisica. Lo stato prova a riportare indietro la storia pretendendo di decidere del corpo della donna su temi come l’aborto, la contraccezione o la libertà di relazione: da una parte violenza sul piano legislativo, che si intromette nelle parti più intime della nostra persona, dall’altra la violenza fisica, che attualmente rappresenta la prima causa di morte per le donne tra i 16 e i 50 anni. Questo dimostra come la “doppia oppressione”, per certi versi si trasformi in “plurioppressione” pervadendo ogni aspetto della nostra vita.

L’abitudine storica alla colpevolizzazione e allo sfruttamento della donna, quindi, l’ha resa il bersaglio prediletto per sfogare tutte quelle frustrazioni che derivano dalla natura distorta del sistema in cui viviamo. In Italia, la famiglia è il luogo principale in cui avvengono gli omicidi, circa 1 ogni 40 ore. Le vittime sono prevalentemente donne (68%) e gli autori a maggioranza uomini (83%) con un’età compresa tra i 35 e i 44 anni. I delitti avvengono soprattutto al Nord (51%), rispetto al Sud (28%) e al Centro (21%). La Lombardia si conferma la regione più interessata dal fenomeno e Milano la provincia più colpita (9% del totale). Nel 53% dei casi la vittima è il coniuge o convivente e il movente passionale è al primo posto, accompagnato da situazioni di grave disagio socio-economico. Da notare che al terzo posto tra gli autori di delitto spiccano membri delle Forze Armate o della Polizia.

Bastano questi pochi dati per dimostrare che la questione femminile, a dispetto di quanto si creda, è ben lungi dall’essere risolta anche nei paesi capitalisticamente avanzati. Purtroppo l’Italia è in buona compagnia: in Israele 1 donna su 5 è vittima di stupro. In Francia, ogni tre giorni una donna viene uccisa dal partner. Nel 41% dei casi, il delitto coincide con la separazione e nel 50% avviene in situazioni di disoccupazione di uno o di entrambi i membri della coppia.

Non è un caso che la maggior parte delle violenze sulle donne ricada proprio all’interno di quelle famiglie che hanno un reddito basso o che attraversano un periodo di difficoltà finanziaria. Questa è la dimostrazione che sono soprattutto le donne appartenenti ai ceti popolari a pagare con la propria pelle la crisi economica e sociale del capitalismo. D’altro canto, questo aspetto le carica di una potenzialità rivoluzionaria che, se incanalata correttamente, può giocare un ruolo decisivo nello scontro di classe. Chi ha poco da perdere in questa società, può regalare una generosità ancora maggiore nella lotta per un sistema alternativo.

Donne e politica: un binomio ancora troppo raro

L’analisi che abbiamo fornito, purtroppo, ribadisce l’attualità della “questione femminile” e la necessità di affrontare questo tema in tutta la sua complessità. Finora abbiamo assistito a diversi approcci ma tutti insufficienti perché limitati solamente ad un solo aspetto nei confronti di un argomento che possiede tante sfaccettature, pur partendo dalla contraddizione fondamentale capitale-lavoro.

Le correnti femministe hanno avuto il pregio di seguire la questione anche quando gli attacchi alle donne passavano sotto il silenzio delle stesse organizzazioni della sinistra. Questa perseveranza ha permesso ad alcuni gruppi un’analisi della condizione femminile molto interessante e particolareggiata. Purtroppo a questa non hanno fatto seguito delle proposte pratiche altrettanto valide. Negli ultimi anni i movimenti di lotta femministi si sono limitati ad azioni simboliche di per sé poco incisive, spesso e volentieri dovute ad una lettura interclassista dell’oppressione femminile. Anche le correnti che adottano un punto di vista di classe sono finite per promuovere una separazione tra i militanti sulla base di genere, trasformando le riunioni politiche in sedute di autocoscienza.

D’altra parte, coloro che a parole sostengono posizioni marxiste ma nella pratica amano distaccarsene notevolmente, come le formazioni staliniste, hanno sempre preso sottogamba tale questione considerandola quasi un vezzo delle compagne. A parole veniva riconosciuta, ma la sua soluzione rimandata a dopo la rivoluzione, che per questi compagni significa a data da destinarsi, viste le posizioni politiche che promuovono. Questo approccio ha contribuito alla diffusione di in atteggiamento maschilista anche all’interno delle organizzazione della sinistra, come il Prc.

In entrambi i casi, non ci sembra che il modo di procedere abbia migliorato la condizione delle compagne, se non di quelle che si sono servite delle quote rosa per fare la propria scalata. Il resto delle militanti, la maggior parte delle quali fa i salti mortali per fare politica barcamenandosi tra lavoro, casa e famiglia, non sempre trova un luogo accogliente all’interno delle proprie organizzazioni.

Se già il tempo che dedichiamo agli altri ne sottrae a quello che potremmo impiegare a leggere e formarci politicamente, la scarsa considerazione per i nostri interventi o l’analisi del nostro aspetto in luogo delle idee che difendiamo di certo non ci aiuta. Per queste ragioni una donna è sempre meno motivata a prendere la parola in pubblico. Ci autocensuriamo perché il peso dei giudizi è già abbastanza gravoso nel resto della società, e sopportarlo anche nella nostra organizzazione, liberamente scelta, è un sacrificio che non sempre abbiamo la forza di accettare. Sappiamo benissimo che le condizioni materiali che determinano l’oppressione della donna nel capitalismo scompariranno quando questo sistema verrà abbattuto, e con lui tutti i pregiudizi e le distorsioni che ne derivano. Dopo di che, fermarsi ad un’analisi del genere ha il rischio di creare un atteggiamento passivo proprio tra le compagne.

Quello che ci sentiamo di proporre, come sinistra del Prc, è un primo parziale riscatto della donna lavoratrice proprio attraverso l’attività politica. Maggiore è l’impegno in questo senso, maggiore è anche la lucidità con cui possiamo divenire coscienti delle costrizioni che frenano le nostre potenzialità. Attraverso la militanza possiamo contemporaneamente sottrarci a parte delle pressioni ideologiche della società, dare un senso alla nostra vita che esuli dalla cura degli altri e completare il quadro delle rivendicazioni politiche lottando per l’istituzione di servizi pubblici che comincino a liberare la donna dai tanti compiti di cui è responsabile. Per fare ciò è necessario un rinnovamento del nostro approccio alla questione femminile attraverso un’attenzione maggiore e un impegno più saldo nel coinvolgere le lavoratrici in tutti i livelli dell’attività, con l’obiettivo che compagni e compagne possano battersi fianco a fianco, con forza eguale, per una società senza discriminazioni di alcun genere.

11 settembre 2009

Fonte di tutti i dati citati: Eurostat.

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