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I dati sull’occupazione segnalano una diminuzione della disoccupazione femminile dell’1,4%, vi è, almeno in apparenza, un inserimento maggiore delle donne nel mondo del lavoro. Ma è un dato che si accompagna ad aumento del lavoro dequalificato e precario.


Il principale datore di lavoro femminile sono le imprese e cooperative che gestiscono in appalto i servizi degli enti locali, dove la forma di contratto atipico (tempo determinato, cocopro, voucher) costituisce la norma. In Italia il 52,2% delle donne lavorano attraverso queste forme. Un settore a largo impiego femminile è quello del pulimento. La regola è la flessibilità; disponibilità a lavorare su più zone, in momenti diversi della giornata, compatibilimente con le esigenze di pulizia di uffici, ospedali, cantieri o scuole, spesso spostandosi con propri mezzi e a proprie spese per un salario da fame (sette euro l’ora). Emerge qui tutto lo sfruttamento, il sottobosco dei contratti e la negazione dei diritti (ferie, malattia, infortunio, permessi). Molte sono costrette ad avere più contratti, con più imprese, o a continui straordinari per arrotondare. La concilizione lavoro e famiglia, diviene praticamente impossibile!
Tale situazione avrà un ulteriore peggioramento col piano per il lavoro di Renzi che renderà le lavoratrici più precarie e ricattabili. Per le donne ci saranno, infatti, costi aggiuntivi: la possibilità di contratti brevi, rinnovabili, consentirà ai datori di lavoro di ignorare la norma sul divieto di licenziamento durante il “periodo protetto”, quel periodo che va dalla gestazione al primo anno di vita del bambino. La lavoratrice non può essere licenziata né sospesa dal lavoro in tale periodo ma ci sono delle deroghe; non opera il divieto di licenziamento nel caso, tra gli altri, di scadenza del termine del contratto. Non occorrerà, quindi, far firmare dimissioni in bianco o indagare sulle intenzioni procreative al momento dell’assunzione. Basterà fare contratti brevi, non rinnovandoli alla scadenza, in caso di gravidanza. Così molte donne non riusciranno a maturare il diritto all’indennità di maternità piena. Il requisito per la maternità è infatti il contratto di lavoro o uno stato di disoccupazione compreso tra i 60 e i 180 giorni a seconda del contratto di lavoro. È intuibile quanto il Jobs act possa eludere tale normativa.
Sarà più faticoso anche iscrivere il bambino al nido poiché, non potendo dimostrare di avere un contratto di lavoro, si perdono punti utili alle graduatorie di accesso. Segnaliamo che la retorica sulla maternità del governo non è stata neppure sufficiente ad accettare un blando emendamento al testo presentato da Sel sull’eliminazione della pratica delle dimissioni in bianco.
Ci sembra, quindi, ipocrita la delega al governo in materia di “Conciliazione dei tempi di lavoro con le esigenze genitoriali” rispetto all’estensione dell’indennità di maternità a tutte le lavoratrici, alla flessibilità degli orari e l’introduzione di una tax credit che porterebbe sgravi fiscali per le aziende che assumono le donne con figli minori a carico e con un reddito familiare medio basso. Ad una maggiore flessibilità non si accompagna alcun ragionamento concreto di sostegno, se non un ddl delega che sposta il dibattito in parlamento, in un poi da definire. Per ora alle lavoratrici toccano ulteriore precarietà e sacrifici!
Susanna Camusso ha criticato l’impianto di Renzi ma non ha costruito alcuna opposizione reale. L’attendismo delle burocrazie sindacali lascia spazio ad una tabula rasa dei diritti. Non ci sono più scorciatoie, è necessario rilanciare una battaglia con parole d’ordine chiare; dal diritto alla maternità per tutte le lavoratrici a scuole materne e nidi pubblici e gratuiti per i figli dei lavoratori. Va messo al centro del dibattito politico il lavoro e l’abolizione di tutte le riforme che negli anni (da Treu a Fornero) hanno precarizzato oltre misura la vita di milioni di lavoratrici e lavoratori.

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