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Venerdì 8 marzo, giornata internazionale della donna, si è tenuta al carcere femminile di Rebibbia un'iniziativa teatrale e musicale organizzata dall'associazione Il Viandante, il gruppo musicale Officine Marconi, due attrici e l'associazione teatrale Il Ponte Magico. Durante lo spettacolo hanno fatto la loro comparsa i direttori e le direttrici delle diverse sezioni di Rebibbia e il Ministro della Giustizia Paola Severino.

Questo spettacolo è stato pensato per festeggiare insieme alle detenute la giornata della donna; nella sala erano presenti una cinquantina di detenute accusate di reati minori. Come abbiamo potuto vedere la maggior parte di loro erano straniere, soprattutto di etnia rom e di nazionalità sudamericana. L'impressione che ci hanno dato era che molte di loro fossero assenti, nonostante un'iniziativa del genere possa rappresentare per loro uno dei pochi momenti di aggregazione alternativi alla solita routine della vita in carcere. Ci è rimasto impresso lo sguardo di una ragazza che per tutta la durata dello spettacolo guardava nel vuoto, probabilmente sotto effetto di psicofarmaci. Molte di loro erano divertite dallo spettacolo, ma non appena le due attrici hanno fatto riferimento al tema della separazione dei figli dalle madri detenute si leggeva sui loro volti la commozione e la tristezza pensando ai loro figli che vivono lontani. Ovviamente questo tema è uno dei più sentiti da loro, costrette alla separazione per aver commesso dei reati legati all'uso o allo spaccio di sostanze stupefacenti. Infatti la maggior parte delle detenute li presenti erano in cella per questo tipo di reati. Ci chiediamo se questo tipo di reclusione possa essere un reale aiuto per un futuro reinserimento nella società. La nostra risposta è no. Che giustificazione puo' avere la privazione della libertà di queste donne se non per un intento punitivo fine a se stesso?

La condizione in cui vivevano queste donne fuori dal carcere le ha portate a commettere dei reati legati alla mancanza sia di strumenti di emancipazione dalla loro condizione di classi oppresse e sfruttate sia al totale abbandono di tutte le istituzioni in ogni campo della loro vita. Il fatto che lì fossero presenti donne di etnie rom e sudamericane, cioè coloro che hanno più difficoltà nell'inserimento nella nostra società in quanto donne e straniere, dimostra come questa sistema capitalista non abbia nessun interesse nell'assicurare un'emancipazione e una vita diversa da quella cui sono costrette. Alcune detenute ci hanno raccontato che da più di un anno aspettano l'attivazione di corsi di avviamento al lavoro, mai realizzati per mancanza di fondi, mentre altre lamentavano l'assenza di cure mediche che spetterebbero loro per diritto.

Figure emblematiche di questo sistema carcerario sono rappresentate dalle guardie carcerarie e dalle suore che sono le uniche autorizzate ad entrare nelle celle, in quanto “guide spirituali”. Ci siamo rese conto della paura e della sottomissione delle detenute nei loro confronti; anche durante il concerto alcune guardie hanno cercato di reprimere momenti di gioia, imponendo l'ordine e la disciplina.

Non poteva mancare la figura istituzionale di turno, il ministro della giustizia Severino, accolta da un'ovazione generale in sala. Le detenute applaudivano il ministro più per il fatto che ci fosse un personaggio importante tra di loro piuttosto che per il contenuto del suo discorso. L'intervento della Severino era un concentrato di luoghi comuni e retorica buonista sulla condizione delle donne oggi, sulla necessità delle detenute di redimersi e sul suo operato in qualità di ministro.

Secondo la Severino, la presenza delle donne in polizia costituirebbe una ricchezza per la nostra società, sia per la solidarietà di genere sia per la “naturale” sensibilità che le donne in divisa mostrerebbero nei confronti delle detenute. A chiusura del suo intervento il ministro ha promesso, in modo del tutto falso ed ipocrita, che la società “le aspetta a braccia aperte” una volta uscite dal carcere.

Sappiamo che non è così, soprattutto avendo visto con i nostri occhi com'è il sistema carcerario in questo Paese, in cui vengono puniti solo i poveri e gli sfruttati. Con la scusa che il carcere è l'unico strumento per garantire giustizia lo si trasforma in una vera e propria discarica sociale. Fino a quando esisterà questo sistema diviso in classi non possiamo pensare al carcere come mezzo per un reinserimento nella società, ma come ulteriore forma di abbandono degli sfruttati.

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