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L’8 marzo, la giornata mondiale della donna, è un momento importante per affrontare la tematica della questione femminile, per analizzare il percorso incompiuto della liberazione della donna.

A Caserta il collettivo studentesco “Sempre in Lotta”, in occasione dell’8 marzo, proporrà in alcune scuole una discussione sulla questione femminile. Approfittando delle assemblee di istituto “Sempre in Lotta” porterà in queste scuole una mostra fotografica sul percorso delle lotte e delle conquiste del movimento femminile, sviluppando e coinvolgendo gli studenti in un dibattito sull’argomento. Riproporre oggi una discussione di questo tipo è importante, perché il percorso per la liberazione della donna è più che lontano dall’essere stato completato.

Ben lontana dalla tanto sperata parità dei sessi la donna, infatti, resta oppressa sia in casa, tra le mura domestiche, sia fuori casa, come lavoratrice, quanto e più dell’uomo lavoratore.

L’occupazione femminile, soprattutto al Sud, è ben lontana dalle percentuali di quella maschile, mentre moltissime sono le donne disoccupate o inattive.

L’ex ministro Carfagna potrà anche riempirsi la bocca di belle parole, aggrappandosi ad un lieve aumento dell’occupazione femminile negli ultimi 5 anni, ma un’analisi più approfondita dei dati rivela che l’aumento si è verificato nei settori dove le donne già erano principalmente occupate (call center, segretarie, commesse, cameriere ecc.), tipi di lavoro che erano soprattutto “femminili” proprio per la precarietà dei contratti, per la bassa retribuzione e per la flessibilità del lavoro, poiché ovviamente il lavoro della donna deve sempre essere compatibile con il lavoro domestico.

Fino a quando non verrà messa in totale discussione il sistema capitalistico, che vuole la donna oppressa in casa e sfruttabile sul lavoro, non verranno mai poste le basi per sua liberazione.

La lotta contro un sistema che sfrutta l’uomo e ancor più la donna, è necessariamente una lotta di classe.

Stoltezza o forse malafede affermare che si tratti solo di una questione di genere e che le donne, tutte, uguali e senza distinzioni, debbano unirsi in una battaglia comune contro l’uomo malvagio e oppressore.

Non basta una donna in politica per difendere i diritti delle donne, e di questo ne abbiamo parecchie dimostrazioni; nei fatti non basta essere donna per difendere i diritti delle donne.

Non hanno gli stessi interessi e non avranno le stesse rivendicazioni in questa lotta le donne operaie e le donne borghesi. Queste ultime proseguiranno nella lotta solo nella misura in cui non vengano toccati i privilegi della propria classe, e non esiteranno un attimo a favorire misure peggiorative della vita delle lavoratrici operaie quando questo significhi fare i propri interessi di classe.

Il lavoro domestico, cui la donna viene destinata fin da piccola come se facesse parte del suo patrimonio genetico, è la sua prima fonte di oppressione.
A partire dalle favole, passando per giocattoli, cartoni animati e pubblicità, la donna viene educata a cucinare, pulire e accudire bambolotti. Questo tipo di educazione non influenza solo le bambine, che crescono nella convinzione che sia un compito destinato loro, come normale stato di cose, ma influenza anche gli uomini, che crescono necessariamente con le stesse convinzioni.

L’arretratezza sociale è frutto di una cultura volutamente maschilista, figlia di un sistema che necessita quanto più possibile di categorie da sfruttare, come la manodopera femminile.

Ma questo stato di cose non si può combattere solo con la cultura, con l’informazione: ci vuole una battaglia più complessiva, che promuova un’analisi e una prospettiva marxista, un’alternativa reale.

Rompere con l’oppressione della donna significa promuovere l’idea della socializzazione delle risorse economiche, dei compiti domestici, della cura e dell’educazione dei figli.

Rompere con questo significa inserire la battaglia per la liberazione della donna nella battaglia contro il capitalismo.

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