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Nell’ultimo mese, dopo l’ascesa di Matteo Renzi, si è discusso della nuova legge elettorale: l’Italicum. Tanti i temi in questione: premio di maggioranza, sbarramento, liste bloccate, ingovernabilità, quote rosa. Proprio su quest’ultimo tema si è rispolverato e riacceso il dibattito sulla parità di genere. L’emendamento alla riforma elettorale sulla parità di genere e l’alternanza dentro alle miniliste bloccate è stato respinto con 335 no e 227 sì, così come il secondo emendamento che riguardava la parità “50 e 50” per i capilista e pure il terzo, che prevedeva un rapporto donne-uomini di 40 a 60, sempre sui capilista. La presidente della Camera Laura Boldrini solo qualche giorno prima portava avanti la crociata dichiarando: “Abbiamo due articoli della Costituzione, il 3 (sull’uguaglianza) e il 51 (sulla promozione delle pari opportunità), che ci spingono in questa direzione” per poi commentare, dopo la bocciatura degli emendamenti alla Camera: “è stata persa una grande opportunità”. Matteo Renzi ci rassicura però che nelle liste democratiche l’alternanza verrà comunque garantita e abbiamo anche visto la lista dei nuovi ministri che rispetta la parità di genere. Il voto era segreto, ma è evidente che su questo tema il Pd si è spaccato. Ciononostante anche il Pdl garantisce la presenza femminile e ormai abbiamo capito su quali basi.

Risulta pertanto evidente che l’obiettivo dello scontro non era garantire i diritti delle donne ma affossare la legge elettorale, depotenziare il governo Renzi e misurare nuovi equilibri politici. Ancora una volta le signore e i signori parlamentari strumentalizzano la questione femminile. Parlare di quote rosa è ipocrita e offensivo.

Se guardiamo al passato recente, il binomio “donne e politica” è forse stato garanzia di buona politica? Ministero della pubblica istruzione: la prima donna a questo ministero approda nel 1982, la seconda nel 1992 (Iervolino) la terza nel 2001, Letizia Moratti. A seguire Mariastella Gelmini, Maria Chiara Carrozza e Stefania Giannini, intervallate da Fioroni e Profumo: praticamente chi ha raso al suolo quel poco che rimaneva della scuola pubblica e spianato il terreno all’autonomia scolastica e alle scuole private. Al Ministero del lavoro e delle politiche sociali compaiono solo tre donne dal 1946 ad oggi: Anselmi, Iervolino e Fornero. Quest’ultima passa alla storia per la riforma delle pensioni che rappresenta un vero e proprio capolavoro: mandare gli italiani in pensione nell’età più prossima alla morte così l’Inps fa cassa e intanto il 42,4% dei giovani passa le sue giornate a giocare a briscola.

Il Ministero dell’economia è roba da uomini, invece al Ministero della salute abbiamo anche qui una donna, Beatrice Lorenzin, Pdl, antiabortista di ferro, soprannominata la Meg Ryan di Roma... Inutile dire che il tema della salute è molto delicato visti i tagli già in atto e quelli preventivati, e gli attacchi alla legge 194.

Questi sono solo degli esempi per affermare, oggi come ieri, che le quote rosa servono a far finta di affrontare un problema garantendo posti ad alcune donne privilegiate, le quali, in virtù dei propri privilegi di classe dominante, non esitano ad affossare diritti e conquiste di altre donne che sono la maggioranza. La parità di genere deve prima passare da una parità di diritti sul lavoro, parità di stipendio tra uomini e donne, reale diritto alla maternità, reale diritto all’aborto, socializzazione del lavoro domestico, eliminazione delle discriminazioni e della violenza sulle donne.

Più donne in politica è quindi una garanzia? Uomini o donne che siano, porteranno avanti solo politiche di lacrime e sangue. La parità non è nelle quote rosa, non è nel movimento interclassista del 2011 “Se non ora quando” e nemmeno nelle femministe con le tette al vento.

Camilla Ravera scriveva nel 1920: “I comunisti vogliono realizzare per la donna, come per l’uomo, l’indipendenza economica; e risolvono in modo concreto il problema femminile riconoscendo alle particolari funzioni ed ai particolari uffici della donna (la maternità, la cura dei bambini e della casa) il valore di una funzione e di una produzione sociale: essi sopprimono, cioè, veramente le cause originarie della dipendenza della donna dal capitalista e dall’uomo; mentre con una migliore organizzazione, con l’industrializzazione del lavoro domestico, tendono a liberare la donna dalla schiavitù della casa. In questo modo realizzano veramente la equiparazione della donna: l’unica equiparazione praticamente realizzabile, e sopra questo loro programma richiamano l’attenzione delle proletarie”. La parità di genere la dobbiamo conquistare nelle lotte per difendere i nostri diritti. Nella lotta di classe, le differenze non sono di genere.

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