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“A sei anni dal crollo finanziario che ha messo il mondo in ginocchio, suona nuovamente il campanello d’allarme nella torre di controllo dell’economia globale”. Affermazioni così agghiaccianti possono avere un suono familiare per i nostri lettori più assidui.

Tuttavia, queste non sono le parole di un marxista, ma del primo ministro della Gran Bretagna, David Cameron, che è tornato da un incontro di leader di governo al summit del G20 a Brisbane, in Australia, riportando gravi preoccupazioni sulle condizioni dell’economia mondiale. Via via che i fuochi della crisi del capitalismo si spargono e continuano a bruciare in un Paese dietro l’altro, i discorsi ottimistici sulla ripresa hanno lasciato spazio presso la classe dominante a una valutazione più sobria della situazione: è stato compreso che la stagnazione, il declino e la crisi sono la nuova normalità sotto il capitalismo.

 


Instabilità e incertezza

latuff-fallen capitalIl premier britannico, scrivendo sul Guardian, delinea accuratamente le varie fonti del caos e dei guai economici attuali, affermando che “i problemi sono lì in bella vista”: una possibile recessione “a tripla vu” in Europa, “con alta disoccupazione, crescita in caduta e anche un rischio reale di ribasso dei prezzi”; rallentamento delle economie dei BRIC; tensioni geopolitiche create dalle crisi in Ucraina e Medio Oriente. Tutti questi fattori, sostiene giustamente Cameron, stanno “aggiungendo uno sfondo di instabilità e incertezza”.
Il leader conservatore, naturalmente, non ha intenzione di fare una critica al capitalismo con questi avvertimenti. Piuttosto, queste parole sono congegnate per coprirsi le terga.
Recentemente, Cameron, Osborne (il ministro della Finanze britannico, ndt) e compagnia hanno annunciato trionfalmente il “successo” dell’economia britannica, che è una delle poche tra le economie dei Paesi capitalisti avanzati ad aver avuto un livello significativo di crescita. Chiaramente quel po’ di crescita economica che ha visto la Gran Bretagna, però, non si è tradotto in un aumento del tenore di vita, con le ultime cifre della Resolution Foundation che indicano come il salario settimanale mediano in termini reali sia stato ricacciato indietro a livelli che non si vedevano dall’anno 2000. Come commenta Paul Mason, caporedattore per le notizie economiche di Channel 4:
“Non serve essere un genio della matematica per rendersi conto che se l’economia cresce del 3% all’anno e i salari solo dello 0,1%, quelli che lavorano non stanno godendo dei vantaggi della ripresa.”
Per giunta, i dati mostrano che la base della crescita in Gran Bretagna è in larga parte stata dovuta alla spesa per i consumi piuttosto che agli investimenti, alla produzione industriale e alle esportazioni che il governo di coalizione aveva promesso. Ma con i salari reali in caduta, da dove provengono questi consumi? Non ci sono pasti gratis. Evidentemente da qualche parte si sta gonfiando una bolla in un modo che non può essere sostenuto. Un movimento come questo, che sfida la forza di gravità, non può durare per sempre e a un dato momento l’economia del Regno Unito tornerà coi piedi per terra con una botta poderosa.
Inoltre, adesso pare che il nostro stimatissimo leader politico abbia ricevuto una lezione di dialettica e abbia scoperto che, come avevano spiegato Marx ed Engels nel Manifesto Comunista più di 165 anni fa, il capitalismo ha creato un mercato mondiale; un sistema globalmente interconnesso in cui le economie dei diversi Paesi sono inestricabilmente allacciate. In altre parole, la crescita nel Regno Unito di cui va vantandosi Cameron è perlomeno fragile e non saprà resistere ai colpi di vento delle crisi, dei rallentamenti e delle recessioni in corso altrove.
“…la realtà è che”, sostiene Cameron nel suo pezzo per il Guardian, “nel nostro mondo interconnesso, i problemi più ampi dell’economia globale pongono un rischio reale per la nostra ripresa interna. Stiamo già vedendolo con l’impatto del rallentamento dell’Eurozona sulla nostra manifattura e sul nostro export.”
Non si scappa così facilmente dalla crisi mondiale del capitalismo, a quanto pare.


Nessun uomo è un’isola


Anche i nostri vicino nordeuropei in Germania stanno imparando la stessa lezione. Avendo costruito una locomotiva economica nel corso del decennio scorso sulla base di un’industria altamente produttiva e di esportazioni competitive, i punti di forza dell’economia tedesca si sono ora trasformati nel loro opposto e sono diventati una fonte di debolezza, come osserva Robert Peston, caporedattore economico della BBC:
Questa dipendenza dall’export significa, naturalmente, che quando la crescita nel resto del mondo rallenta, come ha fatto, anche la crescita in Germania deve rallentare. Ciò è proprio quel che è capitato per buona parte di quest’anno, quando molti Paesi dell’Eurozona sono andati alla corda (di nuovo) e il tentativo della Cina di diventare meno dipendente dagli investimenti alimentati col debito l’ha spinta a decelerare la sua crescita.”
Così come nessun uomo è un’isola, in un mondo interconnesso nessun Paese può esistere in isolamento dagli altri. La classe dominante tedesca, avendo incoraggiato per anni le economie periferiche d’Europa – i cosiddetti PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) – a chiedere dei prestiti (dalle banche tedesche) e a spendere (in esportazioni tedesche), ora esigono che questi stessi Paesi “spendaccioni” e “irresponsabili” adottino l’austerità e le “riforme strutturali” (leggasi attacchi ai salari, alle condizioni di lavoro e ai diritti dei lavoratori) per emulare i “successi” della Germania.
Ovviamente, però, non ogni economia può essere un’esportatrice netta. Per ogni avanzo commerciale ci dev’essere un deficit commerciale. La competitività, in fin dei conti, è relativa. Le azioni di ogni Paese necessariamente impattano sugli altri; di conseguenza, quel che è razionale per un singolo Paese (abbassare i salari e aumentare la competitività) taglia sbocchi di mercato all’export degli altri, in genere riduce la domanda globale e crea una situazione irrazionale per l’economia mondiale nel suo complesso. Come prosegue Peston:
“Il punto è che i tagli che [i PIIGS] sono costretti a fare non sono controbilanciati da della domanda aggiuntiva per i loro beni e servizi da parte della Germania.
“In tali circostanze, abbattere il debito nelle economie consumatrici più deboli conduce a un circolo vizioso internazionale. Ognuno stringe la cinghia. La crescita globale rallenta. E tutti i Paesi finiscono per essere più poveri del necessario – inclusa la Germania.
“Così, sebbene il rigore fiscale dei tedeschi e la loro devozione alla prudenza siano completamente comprensibili, non sono necessariamente razionali.”
E altrove:
“Ciò che le condizioni generalmente anemiche dell’economia globale mostrano, ancora una volta, sono i rischi che si corrono quando i governi nazionali perseguono i propri supposti interessi nazionali in quest’era di globalizzazione, di inaggirabile interconnessione.”
Wolfgang Münchau, editorialista del Financial Times sulle questioni europee, riassume il problema posto all’Eurozona da questa interconnessione:
“E che dire delle riforme strutturali? Non dovremmo sovrastimare il loro effetto. Le tanto lodate riforme del welfare e del lavoro in Germania l’hanno resa molto più competitiva contro gli altri Paesi dell’Eurozona, ma non hanno aumentato la domanda interna. Applicate all’insieme dell’Eurozona, il loro effetto sarebbe ancora minore perché non si può diventare tutti simultaneamente più competitivi l’uno contro l’altro.” (enfasi nostra)


Buoni e cattivi


La Germania, quindi, che fino a poco fa era la beniamina dei commentatori economici, oggi è vista come il cattivo delle fiabe. Protagonisti politici di tutto il mondo ora dirigono il loro odio verso Merkel, dando la colpa dei guai persistenti dell’Eurozona alla sua insistenza sull’austerità, rivolgendole duri moniti per il suo caparbio diniego all’incremento della spesa pubblica e dei salari dei lavoratori in Germania. “I mascalzoni fiscali in Europa devono fare i compiti e fare le riforme”, commenta il Financial Times (14 novembre), “ma l’intransigenza tedesca rischia di diventare un problema anche maggiore per l’economia mondiale.”
Quello che questi altri leader globali vorrebbero vedere è che Frau Merkel incoraggiasse i consumi interni e “ribilanciasse” l’economia europea, consentendo ai propri Paesi di aumentare le esportazioni. In altre parole, il resto del mondo spera di riesportare le proprie crisi indietro in Germania.
Comprensibilmente, Merkel si rifiuta di appoggiare questi suggerimenti. Perché la “responsabile” Germania dovrebbe pagare le bollette dei suoi vicini scriteriati? Ancora una volta vediamo le limitazioni dello Stato nazionale, una barriera fondamentale allo sviluppo della società, con i capi di ciascun Paese che cercano di proteggere i profitti della propria borghesia nazionale a spese delle altre.
Il rapporto tra la Germania e il resto dell’Europa è riecheggiato da una relazione simile che esiste tra gli USA e la Cina. Per anni, la crescita cinese ha poggiato su un’economia competitiva guidata dall’export. Con la crisi in Europa e la caduta della domanda negli USA, il mercato per queste esportazioni si è prosciugato, portando a un rallentamento nell’economia cinese. La risposta del governo cinese è stata una baldoria di massicci investimenti keynesiani, carburata da un’espansione immensa del credito e dall’accumulo di debito, in particolare da parte degli enti locali.
Tale bolla debitoria, tuttavia, ha suscitato preoccupazioni sia all’interno che all’esterno della Cina, visto il continuo rallentamento della crescita. Frattanto, altri membri dei BRICS, inclusi il Brasile e la Russia, si trovano in acque agitate. L’economia brasiliana, a sua volta dipendente dall’export, si è trovata in recessione quest’anno. Al tempo stesso, l’economia russa è stata gettata in una crisi dovuta alle sanzioni economiche contro Putin per l’Ucraina e alla caduta del prezzo del petrolio (la principale esportazione russa) come risultato della domanda globale calante per il rallentamento generale dell’economia mondiale. Ancora una volta, con questi esempi, vediamo come i sogni di un’economia globale “disaccoppiata” – e le relative speranze che i Paesi BRICS possano trascinare il resto del mondo fuori dalla crisi – siano stati demoliti.


E il Quantitative Easing?


Gli USA e il Regno Unito sono rappresentati come gli unici Paesi che hanno ottenuto una crescita significativa e si fanno molte speculazioni sul fatto che ne sarebbe responsabile il quantitative easing (QE): dal 2012 fino al mese scorso, la Federal Reserve (la banca centrale americana) ha comprato mutui e buoni del tesoro statunitensi (debito statale) da banche e hedge fund con denaro che ha creato essa stessa, a un ritmo di circa 85 miliardi di dollari al mese. La Banca d’Inghilterra ha preso parte a un processo simile, comprando in totale tramite QE circa 375 miliardi di sterline in asset finanziari (per fare un confronto, il debito pubblico totale è intorno ai 1450 miliardi di sterline e il PIL del Regno Unito è di circa 1600 miliardi di sterline).
La teoria diceva che questo processo avrebbe ridotto i costi del credito per le banche e le grandi aziende, che possedevano (e quindi potevano vendere) questi asset. Ciò, a sua volta, avrebbe stimolato queste istituzioni finanziari e queste imprese a concedere prestiti e a investire, aiutando così a creare crescita economica.
Naturalmente, l’allineamento di teoria e pratica non va sempre tanto liscio. È vero che le banche e le grandi aziende hanno visto i propri costi del credito ridursi. Però, con gli enormi livelli di sovracapacità (cioè sovrapproduzione) che esistono già nell’economia mondiale, il clima degli investimenti si è raffreddato. Come nota Robert Peston, “il costo del reperimento di capitali è stato tagliato per le imprese, e questo dovrebbe aver stimolato i loro investimenti – eppure quel che è stato profondamente deprimente, direbbe qualcuno, è quanto le imprese hanno continuato a comprare e compensare le proprie stesse azioni, anche quando il capitale è così a buon mercato, piuttosto che investire nell’espansione della capacità produttiva”.
Nel frattempo, mentre c’è stato un certo incremento nei prestiti delle banche alle famiglie (da cui il rialzo dei mutui e il rigonfiarsi della bolla immobiliare), le banche in larga parte hanno semplicemente scelto di remunerare sé stesse di fronte a un costo dei prestiti ridotto, facendo credito ai clienti allo stesso tasso di prima e intascandosi la differenza sotto forma di un aumento dei profitti. In breve, il denaro “creato” dalla Fed e dalla Banca d’Inghilterra non è filtrato fino all’economia reale, ma sta solo aiutando a rimpolpare le tasche dei capitalisti.
In aggiunta a questo, il QE, lungi dall’aiutare a stabilizzare la situazione, ha solo contribuito all’instabilità generale dell’economia mondiale, traboccando fuori dagli USA e dalla Gran Bretagna e aiutando a inflazionare i titoli finanziari, il credito e le bolle immobiliari in tutto il globo. Come continua Peston:
“Il problema fondamentale del QE è che la moneta creata dalle banche centrali si è sparsa dappertutto, finendo per avere ogni sorta di effetti imprevisti e indesiderati.
“Al momento del suo lancio è stato etichettato come un grande sistema coraggioso e visionario per riavviare l’economia globale dopo il crollo del 2008.
“Probabilmente ha aiutato a impedire che la Grande Recessione si facesse più profonda e prolungata.
“Però, gonfiando il prezzo degli asset oltre quanto possa essere giustificato dalla forza sottostante dell’economia, può aver piantato i semi del prossimo grande disastro sui mercati.”
Queste parole riecheggiano quelle di Marx ed Engels nel Manifesto Comunista, quando spiegavano che il capitalismo può sempre trovare una via d’uscita alla crisi, ma solo “aprendo la strada a crisi più estese e più distruttive e restringendo i mezzi con cui le crisi sono prevenute”.
A dispetto dell’ovvio fallimento del QE nel fornire una base solida per la ripresa economica, è stato lodato come un successo e i leader europei che guardano a questo “successo” in America e in Gran Bretagna stanno addirittura parlandone come di un requisito essenziale per aiutare l’economia depressa dell’Eurozona. Avendo esaurito le opzioni, chi sta al potere è disposto a giocarsi il tutto per tutto. Più che aiutare, però, il QE destabilizzerà soltanto ulteriormente la situazione. Come ci insegna la Bibbia, “non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere”.


Il Giappone: una visione del futuro


In aggiunta ai guai dell’economia globale c’è il Giappone, la cui economia è inaspettatamente caduta in recessione all’inizio di novembre. Il Giappone è rimasto inpantanato in una stagnazione economica per oltre vent’anni, sin dal crollo dei primi anni Novanta. Durante il boom post-bellico, il Giappone aveva avuto una crescita eccezionale; avendo visto la sua industria completamente distrutta nella Seconda Guerra Mondiale, l’economia nipponica è stata ricostruita sulla base delle ultime tecniche e tecnologie, dando un’enorme spinta all’industria. Con il commercio mondiale in espansione a un ritmo straordinario, il Giappone è stato in grado di collocarsi in una posizione di leader competitivo delle esportazioni e i marchi delle ditte giapponesi sono diventati garanzie di qualità.
Con enormi livelli di investimento, il Giappone è asceso alla posizione di seconda maggiore economia del mondo. Ma il mercato mondiale a un dato momento si è saturato e negli anni Ottanta le vie per investimenti profittevoli sono diventate scarse. Ciò nonostante, le banche hanno continuato a concedere prestiti alle imprese e alle famiglie, noncuranti delle loro condizioni finanziarie. I prezzi degli asset sono diventati completamente avulsi da qualunque collegamento alla realtà e si è rapidamente gonfiata un’enorme bolla.
Tutto il castello di carte è venuto giù nei primi anni Novanta quando il governo giapponese ha cercato di ridurre la speculazione e di sgonfiare le bolle finanziarie. Le aziende finanziarie si sono trovate i bilanci pieni di debiti inesigibili e sono state salvate, portando all’esistenza di un certo numero di “banche zombi”, né vive né morte. Al tempo stesso, queste banche hanno continuato a prestare denaro alle grandi aziende in Giappone che erano considerate “troppo grandi per fallire”, creando tutta una serie di aziende zombi a fare compagnia ai loro fratelli banchieri non-morti.
I leader giapponesi hanno faticato fin da allora a ripristinare la crescita, con un debito pubblico pari a quasi il 230% del PIL – il più alto al mondo – che è stato accumulato solo allo scopo di tenere l’economia in moto. Colpito per giunta dalla crisi mondiale del 2008, Shinzō Abe è stato rieletto primo ministro nel 2012 con un programma delle “tre frecce” per far ripartire la crescita dell’economia giapponese: una combinazione di stimoli pubblici, espansione monetaria tramite QE e “riforme strutturali”.
Alla superficie delle cose, questa cosiddetta Abenomics è parsa funzionare per un certo periodo. Il valore dello yen è sceso, aiutando gli esportatori e risollevando i loro profitti. Eppure, invece che reinvestire i loro surplus o alzare gli stipendi per aiutare i consumi, le grandi aziende si sono sedute sui loro soldi. Come nel resto del mondo, questo accaparramento di contante e questa mancanza di investimenti da parte del grande capitale è un sintomo dell’enorme sovrapproduzione che esiste su scala mondiale. Un recente aumento delle imposte sul consumo in Giappone è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, colpendo la domanda delle famiglie e sospingendo di nuovo l’economia in recessione.
Se qualcosa di questa storia sembra avere una sconcertante somiglianza rispetto alla crisi mondiale del 2008 e al successivo ristagno economico globale, è perché effettivamente ce l’ha. Con la sua abbondanza di grattacieli, treni ad alta velocità e stregonerie tecnologiche, il Giappone viene spesso pensato come un’utopia fantascientifica. Guardando all’economia giapponese, invece, e ai suoi “decenni perduti” di crescita zero, quel che vediamo davvero è uno specchio che riflette una visione distopica del futuro dell’intero pianeta: un futuro di stagnazione economica e declino.


Uno spettro s’aggira per l’Europa


Mentre Cameron scriveva riguardo ai “campanelli d’allarme”, l’economia italiana tornava in recessione e l’economia tedesca registrava una flebile crescita dello 0,1%, che seguiva la crescita negativa del trimestre precedente. L’Eurozona nel suo complesso sta fermandosi. Nel frattempo, Washington è spaventata che la combinazione di recessione in Giappone, rallentamento in Cina e stagnazione in Europa trascini giù anche l’economia statunitense.
L’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), l'organizzazione dei paesi capitalisti avanzati, ha scritto prima del recente summit del G20 a Brisbane che “l’economia globale continua a viaggiare a marce basse… La crescita del commercio globale resta i livelli del passato. In tutto il mondo, gli investimenti delle aziende private stanno latitando.”
“Oggi l’Eurozona non ha un meccanismo per proteggersi da una depressione protratta”, scrive Wolgang Münchau sul Financial Times. “Queste delusioni in serie non ci dicono con certezza che l’Eurozona fallirà. Ci dicono però che una stagnazione secolare è molto probabile. Per me, è quella a costituire la vera metrica del fallimento.”
La paura della classe dominante è che abbiamo di fronte una “nuova normalità” di “stagnazione secolare”: decenni di bassa crescita, austerità e diminuzione del tenore di vita. Come commenta il Guardian, parafrasando le righe di aperture del Manifesto Comunista:
“Il monito [di Cameron] giunge qualche giorno dopo che il governatore della Banca d’Inghilterra, Mark Carney, ha sostenuto che lo spettro della stagnazione si aggirava per l’Europa. La direttrice generale del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, ha espresso a Brisbane [al G20] timori che una dieta di alto debito, bassa crescita e disoccupazione possa presto diventare ‘la nuova definizione di normalità in Europa’.”
Come spiega Martin Wolf, commentatore economico in capo per il Financial Times, e come mostra l’Economist altrove, le odierne crisi e stagnazione che abbiamo visto sono, di fatto, il risultato di un processo a lungo termine che dura da decenni e che implica, da un lato, un affidamento al credito per mantenere artificialmente alta la domanda nell’economia e, dall’altro lato, un rallentamento nella crescita potenziale dovuto a una cronica mancanza di investimenti per l’incremento della produttività.
“…la domanda pre-crisi era insostenibile perché poggiava su enormi accumuli di debito privato e pubblico… Le implicazioni di ciò sono che le economie non soffrono solo di una recessione a consuntivo post-crisi, ma di un’incapacità a generare domanda spinta dal credito alla scala pre-crisi. Dietro l’insostenibilità della domanda pre-crisi ci sono gli squilibri globali, gli spostamenti nella distribuzione del reddito e degli investimenti strutturalmente deboli. Un sintomo di questo è un avanzo finanziario cronico (eccesso di entrate rispetto alla spesa) nel settore privato, come in Giappone e nell’Eurozona.
“[altre] spiegazioni puntano il dito contro un rallentamento della crescita potenziale, dovuta a una qualche combinazione di cambiamenti demografici, innalzamenti sempre più lenti della produttività e investimenti deboli.”
Wolf, però, continua spiegando l’interconnessione tra questi problemi dal lato della domanda e quelli dal lato dell’offerta:
“Ma quest’ultimo insieme di spiegazioni porta direttamente al secondo. Se ci si aspetta che la crescita di offerta potenziale rallenti, i consumi e gli investimenti saranno deboli. Questo genererà una crescita debole nella domanda. Se le banche centrali combattono contro queste tendenze, ottengono delle bolle. Se invece le accettano, la debole crescita dell’offerta diventa una profezia che si autoavvera.”
Il risultato è che i politici non hanno il potere per agire in modo decisivo. Qualsiasi cosa tentino di fare per risolvere la situazione è sbagliata. Correndo a spegnere un fuoco, aiutano soltanto le fiamme a ravvivarsi da un’altra parte. In ultima analisi, la classe dominante è incapace di risolvere le contraddizioni fondamentali che zavorrano l’economia mondiale: gli enormi livelli di sovrapproduzione che ci sono a livello globale, che stanno bloccando ulteriori investimenti nelle forze produttive – l’unica vera forza motrice dietro un’autentica crescita economica. Da qui discende l’incapacità dei leader mondiali di formulare delle promesse sostanziali al recente incontro del G20. Come ha notato il Financial Times (16 novembre), “questi meeting sono caratterizzati da promesse grandiose che raramente vengono mantenute”.
“Il motivo per cui questa politica estrema è stata così inefficace”, sostiene Wolf, “è che le economie soffrono di disturbi radicati in profondità. Non si tratta solo di debolezza dell’offerta. Ma non è neppure solo debolezza della domanda. Né è solo questione di ipertrofia del debito o di shock finanziari. Ogni economia ha anche una combinazione diversa di disturbi.”
In altre parole, quel che vediamo nel mondo non è un problema di questo o quel singolo Paese dovuto a questo o quel particolare insieme di circostanze. Piuttosto, quel che vediamo è una crisi mondiale del capitalismo: una crisi generale dell’intero sistema interconnesso. Naturalmente la crisi si esprime in modi diversi in luoghi diversi, a seconda delle particolari condizioni di ciascun Paese. Similmente, la crisi non procede in maniera lineare e uniforme; piuttosto, vediamo un processo di degenerazione ineguale e combinata, in cui la crisi scoppia in luoghi diversi a momenti diversi. Nondimeno, la tendenza generale è quella della crisi mondiale, della stagnazione e del declino.


L’agonia del capitalismo

Ci troviamo chiaramente nell’epoca del declino del capitalismo. La “stagnazione secolare”, però, a dispetto delle implicazioni del nome, non significherà la morte lenta del capitalismo. L’agonia del capitalismo non sarà graduale e pacifica, bensì piena di spasmi e convulsioni. Soprattutto, decenni di crisi e stagnazione porteranno all'acutizzazione degli antagonismi di classe e delle contraddizioni sociali. Come abbiamo sottolineato molte volte, tutto ciò che la classe dominante farà per ripristinare la stabilità economica creerà necessariamente un’immensa instabilità politica.
C’è un’enorme messa in discussione di tutto che sta avendo luogo nella società, perché la gente comune sta perdendo ogni fiducia che poteva avere nella capacità del capitalismo di far progredire l’umanità. Come si domanda l’Economist in un numero recente (15 novembre):
“Perché non sono di più quelli che amano il capitalismo? ... anche in America, la casa spirituale del capitalismo, un sondaggio condotto nel 2013 ha scoperto che solo il 54% vedeva positivamente quella parola. Un altro sondaggio recente ha rilevato che meno della metà della popolazione in Grecia, in Giappone e in Spagna ha fiducia nei liberi mercati; il sostegno al capitalismo, in media, era più elevato in Paesi poveri come il Bangladesh e il Ghana che nel mondo avanzato. La recente crisi finanziaria ha intensificato la critica al sistema, dal movimento di Occupy Wall Street fino al consenso verso i partiti di estrema destra ed estrema sinistra in Europa.”
Anni di crisi e austerity, per non parlare della crescente disuguaglianza, si sono fatti sentire sulla coscienza delle masse, che sta rapidamente ed esplosivamente mettendosi alla pari con gli eventi. Ciò non è passato inosservato sotto gli occhi dei portavoce più seri della borghesia, che vorrebbero avvertire i loro mandanti della gravità della situazione.
“Quel che abbiamo visto è una combinazione tossica di crescita dell’ineguaglianza, declino degli stipendi reali e un senso di ingiustizia legato al sospetto che l’élite finanziaria che ha prodotto la crisi stia facendola franca”, continua l’Economist in un altro articolo.
“Sotto tutto questo sta il fatto che l’economia globale sta cambiando rapidamente. La globalizzazione e la tecnologia hanno eliminato molti dei posti di lavoro ben pagati nelle fabbriche che garantivano un tenore di vita decente per gli operai. Per molte persone, l’idea di un percorso professionale stabile con un solo datore di lavoro sta svanendo; la vita è una serie di stage e di contratti a termine.”

Possiamo vedere questo processo avere già luogo, specie in Paesi come la Spagna e la Grecia che sono stati nella prima linea della crisi. Lì, l’austerità protratta da governi di tutti i colori ha portato a un aumento della lotta di classe, al crollo dei partiti di centro e a uno spostamento di massa verso sinistra, con l’emergere di Podemos e Syriza.
I sostenitori più ardenti del capitalismo chiedono “riforme strutturali” per risolvere i problemi dell’Eurozona e del resto del mondo – ossia, chiedono ulteriori attacchi ai diritti dei lavoratori oltre che la continuazione dell’austerity. Ma non si può cavare sangue da una rapa. A un certo punto si raggiungerà una soglia critica e le masse passeranno alla controffensiva. Ogni azione suscita una reazione uguale e contraria.
È questo, l’ascesa di alternative politiche potenzialmente rivoluzionarie, spalleggiate da movimenti di massa e mobilitazioni sociali, che terrorizza maggiormente la classe dominante. Come commenta Robert Peston, “È la gente comune col suo voto – non i banchieri e gli hedge fund con la loro capacità devastante di trattenere il credito – che deciderà il destino dell’Eurozona”. Anche Wolfgang Münchau ripete le previsioni di Peston: “I principali protagonisti oggi non sono gli investitori internazionali, ma gli elettori che si collocano su un terreno insurrezionali”.
Nell’ultimo numero, l’Economist pubblica una chiamata alle armi rivolta ai politici borghesi, ordinando loro di smetterla di esitare e cercare di placare gli elettori, e di agire invece per salvare l’economia – cioè garantire i profitti dei capitalisti. “Tutti i leader politici dicano all’opinione pubblica la verità: gli anni della crescita facile del dopoguerra sono finiti, sostituiti da una concorrenza che non può essere fatta sparire esprimendo un desiderio… Bisogna svegliarsi.”
Siamo d’accordo con questo ideologo del capitalismo, ma dalla prospettiva di classe opposta: è ora che una dirigenza rivoluzionaria dica la verità: la verità è che le riforme del passato sono finite sotto il capitalismo, sostituite da una rincorsa globale al ribasso in cui gli unici vincitori sono i padroni e i banchieri. Bisogna svegliarsi, sollevarsi, nelle parole del grande poeta Shelley, “come leoni dopo il torpore, in numero invincibile”; istruirsi, agitarsi e organizzarsi per rovesciare questo decrepito sistema capitalista e spazzarlo via nella spazzatura della storia, dove merita di finire.

21 novembre 2014

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