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Hanno preso avvio le trattative tra gli Stati Uniti e l’Unione europea sul trattato commerciale, potenzialmente il più grande accordo regionale di libero scambio della storia. In caso di successo, coprirebbe più del 40% del Pil mondiale (…). Gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno fissato l’ambizioso obiettivo di completare i negoziati entro la fine del 2014. Storicamente, però, la maggior parte degli accordi commerciali hanno richiesto molto più tempo per il loro completamento” (da Il Sole 24 ore, 16 luglio 2013). Così Michael Boskin, ex consigliere economico di Bush padre, salutava l’apertura delle trattative del Ttip – Trans-atlantic trade and investment partnership­ –, accordo che con la riduzione di tariffe e dazi doganali tra le due sponde dell’Atlantico (peraltro già bassi) dovrebbe stimolare la crescita di Usa e Ue, in termini di Pil e reddito pro-capite. Fin qui la propaganda ufficiale, nelle parole citate, però, si legge anche la preoccupazione che le cose non sarebbero poi andate tanto lisce quanto auspicato come a un anno e mezzo di distanza si sta confermando.

Libero scambio o protezionismo?

“Il più grande accordo regionale di libero scambio della storia” cerca faticosamente di venire alla luce in un’epoca nella quale i fasti di un’economia e di un mercato mondiale in espansione, l’euforia del laissez faire, laissez passer, sono solo lontani ricordi. Dopo il crollo del 2008 il commercio mondiale è rimasto stagnante e non si vedono prospettive di ripresa all’orizzonte. Come abbiamo già avuto modo di commentare nelle pagine di questo giornale, negli anni successivi all’esplosione della crisi c’è stata un’impennata di misure protezionistiche (FalceMartello n° 253). Da una fase di espansione del commercio mondiale sotto l’egida del Wto e il dominio della superpotenza statunitense – la globalizzazione –, si è passati ad una in cui gli Usa, una potenza ormai in crisi di autorità, cercano di limitare i danni della competizione con la Cina attraverso una politica di accordi bilaterali: il Ttip con l’Unione europea e il Tpp (Trans-pacific partnership) con dodici paesi asiatici, esclusa, ovviamente, la Cina. Quest’ultima non ha tardato a rispondere proponendo agli stessi paesi un “contro-accordo”: il Rcep (Regional comprehensive economic partnership). Tante sigle, una realtà: protezionismo travestito da libero mercato.

Strapotere delle multinazionali

Questa logica che sottende le attuali politiche commerciali non sembra però avere una facile applicazione. Se l’obiettivo iniziale era di portare a casa la ratifica del Ttip entro la fine del 2014, oggi il calendario ufficiale prevede ancora due anni prima per arrivare al termine delle trattative segrete che vedono coinvolti centinaia di legali delle multinazionali, oltre ai rappresentanti istituzionali.
Il punto attorno a cui si concentrano le maggiori resistenze, nonché le mobilitazioni di un movimento di protesta sorto contro il Ttip, – e qui purtroppo bisogna chiamare in causa l’ennesima ostica sigla – è la clausola dell’Isds (Investor-State dispute settlement). Si tratta della norma che consentirebbe alle multinazionali di intentare cause legali agli Stati in cui operano, contro legislazioni con un potenziale impatto negativo sui loro profitti. Un innalzamento del salario minimo, la proibizione di una sostanza tossica, l’uso nel sistema sanitario di medicinali a basso costo… non ci sono limiti a quanto potrebbe essere impugnato. Ad emettere le sentenze, poi, sarebbe non un normale tribunale ma apposite corti, protette da un vincolo di segretezza, con la facoltà di condannare gli Stati a pesanti sanzioni.
L’Isds apparve per la prima volta in un accordo tra Germania e Pakistan nel 1959 e lo si ritrova in oltre 1.400 trattati bilaterali commerciali e di investimento. Solo alcuni esempi di come è stato applicato: la francese Veolia contro l’Egitto, per aver innalzato il salario minimo; la statunitense Renco contro il Perù, per le limitazioni imposte alle emissioni industriali tossiche; la Philip Morris contro Uruguay e Australia per le leggi anti-fumo; la farmaceutica americana Eli Lilly contro il Canada, per una riforma del sistema dei brevetti che rende alcuni medicinali più accessibili; la compagnia petrolifera Occidental contro l’Ecuador, per la sospensione di un contratto; l’azienda elettrica svedese Vattenfall contro la Germania, per aver deciso di applicare misure più restrittive alle centrali a carbone e di abbandonare il nucleare dopo l’incidente di Fukushima.
Il 2012 ha visto un picco nel numero di nuove cause aperte, 59. Nel 2013 sono state solo tre in meno. Osservando l’andamento di questo dato è interessante notare, non solo che rispetto al 2000 è aumentato di quattro volte e mezzo, ma anche che la tendenza si è particolarmente accentuata dopo l’inizio della crisi.
Addirittura l’Economist, una fonte non di certo ostile ai capitalisti, denuncia: “Le aziende hanno imparato come sfruttare le clausole Isds, arrivando persino al punto di comprare aziende nei paesi dove sono in vigore, semplicemente per potervi accedere” (11 ottobre 2014).
A guardare le cifre chieste come indennizzo da alcune delle aziende qui citate, si capisce la portata degli affari di cui si parla: 3,7 miliardi di euro richiesti alla Germania, 800 milioni di dollari al Perù; l’Ecuador è già stato condannato ad esborsare 2 miliardi di dollari. Sappiamo come si tradurranno questi numeri: tagli alla spesa pubblica e allo stato sociale.
Se non è questa una dimostrazione del parassitismo del capitalismo quando con la crisi gli investimenti produttivi si fanno poco attraenti…

Divisioni nelle classi dominanti

Con la Germania già impegnata in una causa e considerando che in Europa sono presenti 14mila compagnie statunitensi, la clausola dell’Isds nel Ttip sta suscitando mal di pancia ai vertici dell’Unione europea. Il segretario di Stato per il commercio estero francese e il Ministro dell’economia tedesco sono in prima linea contro l’Isds. I promotori della clausola hanno letto quindi come un segnale preoccupante il fatto che il presidente della commissione Juncker abbia tolto alla commissaria al commercio Malmström (che ne ha avallato l’inserimento in un accordo con il Canada) l’autonomia decisionale sull’argomento. E anche all’interno del Congresso americano un fronte bipartisan si oppone al ricorso alla procedura “fast track” per la ratifica del Ttip, grazie alla quale il governo potrebbe bypassare la discussione nel Congresso. Dopo tutto, con 3mila aziende europee in suolo statunitense, anche gli Stati Uniti non sarebbero immuni dai rischi legati all’Isds.
Le voci fuori dal coro, sia sul versante europeo, che su quello statunitense, non sono affatto mosse dalla volontà di tutelare le regole del gioco di una democrazia parlamentare sempre più svuotata. Nel contesto economico che si è aperto dopo la crisi, il ruolo degli Stati nazionali a difesa degli interessi dei propri capitalisti si è fatto via via maggiore (la situazione dei debiti sovrani sacrificati sull’altare del salvataggio delle banche è li a ricordarcelo), non c’è da sorprendersi dunque se settori della classe dominante temono il far west giudiziario che minaccerebbe bilanci pubblici già precari… è l’altra faccia della medaglia del parassitismo capitalista.
Secondo uno studio dell’Università di Tufts (Massachussetts) il Ttip comporterebbe per l’Ue: calo delle esportazioni, calo del Pil, calo dei redditi da lavoro, perdita di 600mila posti di lavoro, instabilità finanziaria. Ma sono deludenti persino le stime degli studi più ottimistici (+0,06% di Pil, + 3 centesimi di reddito pro-capite per il Centro europeo di economia politica internazionale).
Il vero senso del Ttip (così come del Jobs act) è di mettere nelle mani dei capitalisti un’ulteriore arma per abbattere ogni minimo ostacolo nella caccia quotidiana al profitto e come tale va respinto. L’unica vera opposizione al Ttip può venire solo da chi ha tutto da perdere. Uno slogan, lanciato 166 anni fa, suona più attuale che mai: Lavoratori di tutti i paesi unitevi!

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