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Il governo Letta, prima di abbandonare la scena, ha portato avanti con grande determinazione un nuovo processo di smantellamento di aziende pubbliche.

Senza ancora aver trovato i curatori fallimentari di Telecom e Alitalia, questo è il nuovo pacchetto di privatizzazioni previsto:

• Poste italiane per una quota del 40%;

• Enav (l’azienda del traffico aereo) per una quota del 30-40%;

• Eni;

• Cdp Reti (proprietà al 100% della Cassa depositi e prestiti) che detiene il 30% di Snam Rete Gas;

• Fincantieri.

Letta e il Ministro dell’economia Saccomanni vogliono ricavare 10 miliardi di euro nel 2014.

Tra cinque e sei miliardi, secondo il Corriere della sera del 10 febbraio, dovrebbero arrivare da Poste italiane ed Enav, per proseguire (dicono loro) sulla via dell’abbattimento di un debito pubblico che viaggia verso i 2.085 miliardi di euro. Come battuta non fa nemmeno ridere.

Poste e l’economia italiana

Le poste sono, con il 19,48% ed una immissione di 75 milioni di euro, il primo socio industriale di Alitalia, che ora è in procinto di essere assorbita dalla compagnia aerea di Abu Dhabi, Ethiad. Un passaggio che segnerebbe la fine di Alitalia come vettore internazionale e che, laddove dovesse essere confermato, significherebbe una nuova ondata di licenziamenti, dopo le decine di migliaia che hanno segnato questa privatizzazione già al tempo dei capitani coraggiosi della CAI.

Non è diversa la situazione in Finmeccanica, dove l’amministratore delegato Pansa ha dichiarato che “è necessario vendere il 40% di Ansaldo Breda perché mette a repentaglio il futuro di Finmeccanica” e “non si può fare la ristrutturazione perchè non è economicamente e finanziariamente sostenibile” (il Sole24 Ore 10 febbraio 2014). Secondo Pansa i sacrifici fatti dai lavoratori alla Selex e alla Alenia rischierebbero di essere vani. Ancora una volta si mettono i lavoratori gli uni contro gli altri, solo per aumentare il margine di profitto. E dire che nei primi 9 mesi del 2013 i ricavi sono stati di 9.978 milioni di euro (dati societari).

Cassa depositi e prestiti (Cdp) e Poste italiane hanno assunto negli ultimi anni un ruolo di enorme importanza strategica nel panorama economico di questo paese e la Cdp è stata al centro di una controriforma epocale.

Sono stati tolti i lucchetti al risparmio postale di milioni di lavoratori e questi soldi sono ora a disposizione per operazioni di risanamento e svendita di aziende pubbliche. Sul numero 257 della nostra rivista scrivevamo come l’assalto alla Cdp era propedeutico a quello che riguardava Poste italiane, la cui privatizzazione è di fatto iniziata nel 1998 (con la trasformazione in società per azioni) e di cui ora viene effettivamente messo sul mercato il 40%, che rappresenta il primo passo verso la definitiva perdita del controllo pubblico.

Negli ultimi vent’anni, analogamente a quanto successo nelle ferrovie, nelle poste sono stati tagliati circa 120mila posti di lavoro. Il settore recapito ha già ricevuto numerosi tagli e, con la privatizzazione, verrebbe falcidiato ulteriormente, soprattutto nelle zone periferiche o a bassa densità demografica, mettendo così a rischio uno dei diritti fondamentali dei cittadini: quello alla corrispondenza.

Nonostante questi massicci tagli e licenziamenti (8mila solo negli ultimi 4 anni), le Poste rimangono una delle più grandi aziende italiane, con circa 140mila uffici postali su tutto il territorio e ancora 138mila dipendenti. Parallelamente è stata profondamente mutata la natura dell’azienda.

Le poste sono diventate anche banca (Bancoposta) e assicurazione (Postevita). I ricavi da servizi assicurativi incidono ormai per il 58% sul fatturato, seguiti dal 22% dei servizi finanziari.

Soltanto queste attività finanziarie, separate e quotate, valgono circa 40 miliardi di euro (Corriere economia del 3 febbraio 2014) e rappresentano il vero obiettivo della privatizzazione. Bancoposta raccoglie una enorme massa di denaro liquido, 430 miliardi di risparmio provenienti da 6 milioni di conti correnti, collocando per conto della Cdp libretti postali e buoni fruttiferi il cui ricavato oggi serve per finanziare servizi come la scuola, i trasporti e la sanità.

Gli utili sono in continua crescita (1.032 miliardi di euro nel 2012) e l’indebitamento è inesistente. Anzi, è negativo: -1,959 miliardi nel 2012 e, meglio ancora, -2,231 miliardi nel primo semestre 2013. Vuol dire che c’è liquidità in abbondanza.

I ricavi salgono più veloci del livello del Tevere durante un nubifragio: fra il 2009 e il 2012 sono aumentati del 17% (da 17,4 a 20,5 milioni di euro).

Allo stesso modo cresce il patrimonio netto di gruppo (del 23% in quattro anni, da 4,6 a 5,7 miliardi di euro).

Azioni ai dipendenti?

Si è sbandierato da più parti l’ingresso dei dipendenti nell’azionariato, a garanzia della bontà di tutta l’operazione. Garanzia di cosa, non si sa. In un’azienda che viene gestita con logiche privatistiche e che verrà trascinata verso una completa cessione ai privati non è neanche uno specchietto per le allodole e già il caso Telecom (con l’ultimo, e clamoroso, caso dell’ipotesi di svendita di Tim Brasil) ha dimostrato come la retorica dei picccoli azionisti venga disintegrata di fronte agli interessi dei vari Colaninno e Tronchetti Provera, che hanno portato alla distruzione dell’azienda delle telecomunicazioni di questo paese.

Che qualche pacchetto di azioni finisca nelle mani di singoli cittadini per assistere inermi alle scalate dei grandi capitalisti, non ci interessa. Le poste devono essere nazionalizzate sotto il controllo dei lavoratori!

La cessione delle poste ai privati si sta verificando in tutta Europa, ultimo paese ad averla portata avanti l’Inghilterra, mentre in Francia il processo è iniziato nel 2008, avversato dai lavoratori più attivi nel sindacato che hanno portato avanti massicce manifestazioni e scioperi. In Italia, i primi a mobilitarsi contro la privatizzazione delle poste sono stati i lavoratori di Lecce, in sciopero da un mese. Le lotte contro le privatizzazioni si stanno diffondendo nelle grandi e nelle piccole città, principalmente nel settore del trasporto pubblico, a partire dalle cinque giornate di Genova di fine 2013.

La nostra alternativa

Gestite negli interessi della collettività, soprattutto dopo la creazione del ramo bancario e di quello assicurativo, le poste potrebbero rappresentare un polo pubblico alternativo al sistema privato delle banche e delle assicurazioni.

Per larghe fasce popolari, le consolidate forme di raccolta postale di risparmio e le nuove attività di Bancoposta hanno rappresentato un’alternativa alle grandi banche ed alle loro politiche commerciali che ne fanno, in tutto e per tutto, degli usurai legalizzati, dal momento in cui, quando chiedono soldi alla Banca centrale europea si vedono praticati dei tassi di interesse che stanno allo 0,5%, mentre quando danno soldi in prestito, il tasso di interesse schizza al 15%.

La privatizzazione di Poste italiane, quando fosse completata, muterebbe la natura stessa di quei 430 miliardi di euro di risparmi dei cittadini sotto forma di buoni fruttiferi e libretti, che oggi godono di garanzia pubblica e vengono convogliati verso la Cassa depositi e prestiti.

La perdita del carattere pubblico di questa raccolta, renderebbe irreversibile il processo di progressivo snaturamento del ruolo della Cdp, orientandone definitivamente le attività al servizio del capitale privato e del mercato.

Al contrario, la ripubblicizzazione di Poste italiane e della Cdp, sotto il controllo dei lavoratori, assieme alla nazionalizzazione del sistema bancario, finanziario e assicurativo, è una rivendicazione centrale in questo paese.

Tutte le banche devono diventare proprietà dello Stato e essere fuse in una Banca centrale nazionale unica di cui l’asse centrale potrebbe essere costituito dalla Cassa depositi e prestiti. Un’unica banca statale potrà garantire credito a tassi agevolati e salvare i depositi e i risparmi dei lavoratori e delle classi subalterne.

La lotta contro la privatizza-zione delle poste deve mettere in campo questa alternativa.

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