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Per oltre venti anni l'ideologia del “pensiero unico del mercato” ha dominato la scena sia a livello accademico, con alcune eccezioni, sia a livello di propaganda sui media e, quel che più conta, nelle scelte di politica economica dei governi.



A livello teorico questo modo di intendere lo sviluppo economico aveva ben poco di scientifico e si basava soprattutto sulla presunta “efficienza” dei mercati che attraverso la pratica di politiche di “liberalizzazione” almeno per macro aree economiche avrebbero consentito un più razionale impiego delle risorse e pur dovendo fronteggiare degli “shock economici” ciò avrebbe consentito una crescita più o meno costante e sostenibile.

Queste politiche avevano però bisogno fondamentalmente di due sostegni:

- una politica monetaria e di bilancio rigorosa.

- una adeguata flessibilità del mercato del lavoro

L'Europa di Maastricht è nata su questi presupposti, con i suoi parametri (rapporto debito/Pil, rapporto deficit/Pil), con la Bce che ha accentrato su di se la politica monetaria e del cambio inserendo nel suo statuto il divieto di finanziare i debiti degli Stati membri.

È stato il trionfo del neoliberismo che ha avuto un punto di appoggio sostanziale, sul piano della propaganda politica, nel fallimento dei regimi dell'est europeo. Per oltre un ventennio sono dilagate politiche di privatizzazione, di precarizzazione del mercato del lavoro e attacchi allo stato sociale. All'aumento della capacità produttiva faceva riscontro l'aumento della concorrenza fra lavoratori ed una sostanziale diminuzione del potere d'acquisto dei loro salari. Qui sta la causa vera che ha innescato la crisi attuale.

Sul piano finanziario già nel 2007 c'erano state le prime avvisaglie col salvataggio in extremis di Bear Sterns, una fra le prime cinque Banche d'affari statunitensi, da parte di JP Morgan Chase (il braccio armato della Fed), ma è nel 2008, con lo scoppio della bolla immobiliare americana a cui ha fatto da detonatore l'insolvenza diffusa sui mutui sub-prime e con il conseguente primo importante fallimento bancario, quello di Lehman Brothers nel settembre dello stesso anno, che la crisi si materializza in tutta la sua virulenza.

Lo shock è stato violentissimo, l'intero sistema finanziario ha rischiato il collasso, tanto da cogliere di sorpresa in un primo momento le stesse autorità monetarie (Banche Centrali, Fmi). Le massicce iniezioni di liquidità hanno in prima istanza scongiurato la paralisi totale, ma non hanno risolto nessuno dei problemi sostanziali che stanno alla base di questa crisi che ha determinato la più violenta recessione a livello planetario dagli anni Trenta ad oggi.

Le politiche di “quantitive easing” (ossia per l’appunto l’iniezione di liquidità da parte delle banche centrali) a distanza di circa due anni dalla loro adozione ed implementazione non hanno ancora oggi nei Paesi a “capitalismo maturo” ripristinato un regolare funzionamento del circuito del credito. In particolare la Fed ha visto aumentare in maniera esponenziale le sue “passività” (da circa un trilione di dollari prima dello scoppio della crisi ad oltre due trilioni di dollari recentemente). I debiti delle grandi banche sono stati addossati ai bilanci pubblici per evitarne il fallimento. Le conseguenze sull'economia “reale” sono state altrettanto devastanti: chiusure di aziende, tagli occupazionali variamente giustificati hanno prodotto la perdita di trenta milioni di posti di lavoro in tutto il mondo. Questo è anche quello che ha dichiarato pochi giorni fa il direttore del Fmi Dominique Strauss Kahn al Forum internazionale sullo sviluppo umano di Agadir ed ha aggiunto che le prospettive future su questo versante sono drammatiche.

Nei Paesi dell'Unione europea le conseguenze della crisi sono molto pesanti: peggioramento dei bilanci pubblici, alcuni Stati in default come la Grecia o comunque molto vicino come l'Irlanda in questi giorni, con insolvenze di due banche irlandesi pari a 50 miliardi di euro, un terzo del Pil dell'intero paese. Anche altri paesi hanno visto deteriorarsi la situazione, i cosiddetti paesi periferici (i cosiddetti “pigs”, ovvero oltre ai già citati Grecia e Irlanda anche Portogallo e Spagna). L'Italia dal punto di vista del rapporto deficit/Pil è in una situazione relativamente migliore, ma non da quello del rapporto debito/Pil e comunque sconta dal punto di vista della struttura industriale un gap negativo nei confronti dei due Paesi più forti all'interno dell’Ue cioè Francia e Germania.

È interessante analizzare lo sviluppo della situazione partendo proprio da qui.

Lo scoppio della crisi greca ha costretto i paesi dell'Ue ad intervenire per scongiurare il default ufficiale del debito pubblico greco (circa il 120% del Pil ) in buona parte detenuto da banche e soprattutto da banche tedesche e francesi.

I provvedimenti contemplati negli accordi presi in fretta e furia ai primi di maggio di quest'anno hanno previsto un plafond di “sostegno” di 750 miliardi di euro di cui 550 dall'Ue e 200 dal Fmi con la contropartita di pesantissimi tagli alla spesa pubblica nel bilancio della Grecia accettati ed attuati dal governo greco ma che hanno visto e stanno vedendo una fortissima opposizione e mobilitazione dei lavoratori greci. L'attuazione di questo piano di interventi ha visto anche in parte cambiare le modalità di intervento della Bce. Per evitare in qualche modo l'ondata speculativa al ribasso sui titoli di Stato greci l'asse Sarkozy-Merkel si è accordato col governatore della Bce J.C. Trichet per consentire alla Banca centrale di intervenire in acquisto dei titoli in questione sul mercato secondario, e ciò in violazione dello statuto della Banca centrale che fa espresso divieto a tale tipo di intervento. Le modalità con le quali la Bce sta intervenendo in questa situazione si possono così sintetizzare:

- tasso di riferimento all'1%

- tasso fisso nelle operazioni di “ mercato aperto” (pronti contro termine)

- aumento esponenziale dei titoli accettati in garanzia delle suddette operazioni pronti contro termine (si noti che per il finanziamento del sistema bancario tedesco da parte della Bce, prima della crisi, era contemplato un paniere di circa 400 titoli da prendere a garanzia, ora si è arrivati ad oltre 7000, praticamente tutti i titoli “spazzatura” in circolazione).

- quantità illimitata.

- “sterilizzazione” di queste operazioni vendendo Bund (questo spiega perchè il governo di Angela Merkel è intervenuto vietando le operazioni di vendita allo scoperto sul mercato tedesco senza che gli altri Partners europei prendessero analogo provvedimento).

Lo scopo evidente di queste operazioni di “sterilizzazione” è appunto quello di evitare un possibile impatto inflattivo con successivo rialzo dei tassi di mercato in uno scenario di sostanziale stagnazione economica nell'area euro, o per meglio dire di fragile ripresa, con l'eccezione della Germania. Tutti i governi dei paesi Ue stanno attuando politiche di tagli della spesa pubblica, con diverse modalità e ampiezza, ma pur sempre di politiche restrittive si tratta.

In questo quadro la Germania sta esercitando una funzione egemone all'interno della Ue assecondata soprattutto dalla Francia ed impone le scelte di politica di bilancio agli altri paesi membri. La Germania da tempo attua una politica di sostanziale contenimento della domanda interna con contenimento dei salari, puntando sull'esportazione di merci e capitali ed attirando contemporaneamente altri capitali al suo interno. La ragione fondamentale di questa politica risiede nell'utilizzo del vantaggio competitivo che l'apparato industriale tedesco ha nei confronti degli altri paesi membri impedendo a questi attraverso la “protezione” dell'euro svalutazioni competitive che si innescherebbero se ogni stato avesse la propria moneta nazionale come accadeva in passato.

Nella situazione attuale queste politiche deprimono ulteriormente la “domanda aggregata”, soprattutto quella dei paesi periferici, ed innescano una azione centrifuga dei movimenti di capitale verso il paese “guida” dell'Ue, dal quale in parte si incanalano poi nel “flusso”attuale verso i cosiddetti paesi emergenti.Come si può ben comprendere ciò non fa altro che aggravare la situazione dei “paesi periferici”, di quelli che stanno nel mezzo come l'Italia con ripercussioni molto serie sul reddito e sull'occupazione. .

Le recenti intese all'interno della Commissione europea che riscrivono sostanzialmente capitoli del Trattato di Lisbona, come l'inasprimento delle sanzioni nella quantità e nelle modalità di applicazione fino a giungere alla sospensione del diritto di voto in Commissione per i paesi che sforano i parametri, ratificano questa gerarchia all'interno dell'Ue da questo punto di vista è del tutto effimero e propagandistico il vantaggio sbandierato da Tremonti e Berlusconi che deriverebbere all'Italia dalla modifica del parametro Debito pubblico/Pil in Debito aggregato/Pil (cioè debito pubblico più debito privato, il primo fra i più elevati, il secondo fra i più bassi dei paesi membri). Innanzitutto questo non è ancora un accordo vero, ma una mera possibilità da valutare in futuro (quando? ); inoltre le due componenti debito pubblico e debito privato sono in rapido deterioramento per effetto della crisi.

Questa politica non risponde ad una domanda di fondo: a chi vendere le merci che il potenziale produttivo (come quello tedesco) mette a disposizione se la domanda interna langue o addirittura è in calo e sui mercati esteri si deve affrontare la concorrenza a basso costo di produzione dei beni standard da parte dei paesi emergenti ed il dumping valutario? La Germania può puntare sui settori avanzati di ricerca, ma gli altri?

È di questi giorni la decisione della Fed di reiterare le politiche monetarie espansive (quantitative easing) per circa 600 miliardi di dollari; la ripresa americana è incerta e senza questo “sostegno” il pericolo di nuova recessione è assai concreto. Puntuale è arrivata la protesta di altri Paesi del G20. C'era da aspettarselo. Il quantitative easing ha come effetto un indebolimento del dollaro che nella situazione concreta attuale significa trasferire in parte sul altri paesi le conseguenze della recessione americana. Il governo cinese tiene la propria valuta nazionale, lo yuan renminbi sostanzialmente ancorato al dollaro Usa, consentendo solo contenute rivalutazioni.

Il Giappone ha un debito pubblico oramai fuori controllo (oltre il 200% del Pil), una domanda interna stagnante, punta all'export e decide di indebolire lo yen. E l'Europa comunitaria che fa?

La Bce non è la Fed, non può esserlo per ragioni oggettive, di conseguenza l'euro non è il dollaro. La politica della Bce mira alla stabilità dei prezzi e di conseguenza a non innescare processi inflattivi poiché la “tenuta” dell'euro e quindi l'afflusso di capitali verso questa unità di conto può essere garantita in modo sostanziale fondamentalmente da una sua “non svalorizzazione” non potendo contare sui vantaggi competitivi che hanno le valute di altri paesi come gli emergenti per un verso, o gli Usa per un altro, per i quali il dollaro continua ad essere “valuta di riferimento internazionale”.

Per essere “valuta di riferimento internazionale” pienamente e non sussidiariamente occorrono alcune condizioni preliminari: un mercato obbligazionario ampio e liquido, uno Stato unitario che faccia da garante, con un esercito forte che testimoni la sua capacità egemonica.

Il dollaro queste caratteristiche le ha ancora tutte, l'euro no. Per l'euro la garanzia sta nella sostanziale tenuta dei conti pubblici e questi dipendono, in assenza di uno Stato unitario, dal rigore con il quale la Commissione Europea riesce ad imporre agli Stati membri la disciplina di bilancio.

Tutto questo, nella situazione attuale, è in aperta contraddizione con la necessità di espansione della domanda aggregata per potere assorbire la sovrapproduzione e riavviare il ciclo economico. Qui sta il nocciolo della questione.

È bene dirlo, nella situazione attuale del capitalismo, questa contraddizione è praticamente irrisolvibile. Non esistono margini entro i quali compensare le opposte tendenze. Il piatto della bilancia o pende da una parte o dall'altra. In questo momento la bilancia, almeno a livello di politiche governative, pende a favore del “rigore di bilancio”. Solo la lotta della classe operaia e dei lavoratori in generale può invertire la rotta, ma questa lotta deve essere organizzata e di lungo respiro. Qui stanno i nostri compiti.

 

 

Si fa sempre un gran parlare dello scontro fra finanza laica e finanza cattolica in Italia, resta da capire il senso di questo scontro e se i laici non si attribuiscano, o non vengano loro attribuiti, meriti troppo nobili rispetto alle reali dinamiche in campo.


Non esiste la “sobrietà tra i capitalisti”. Essi sono “prigionieri” del loro destino: aumentare il capitale a qualsiasi costo. E quando la loro ingordigia porta a crisi come quella odierna non fanno ammenda. Semplicemente esigono di essere salvati e passano ad organizzare un nuovo/vecchio modo di fare soldi.

Il recente disastro economico e finanziario della Grecia, con le ricadute che sta avendo in tutta Europa è solo un punto di passaggio di quella che probabilmente verrà ricordata come la peggior crisi del capitalismo in oltre un secolo, senz’altro peggiore della Grande Depressione degli anni ’30. Una crisi che si è aperta nell’estate del 2007 e che ogni giorno che passa si aggroviglia sempre più, senza che si veda la luce in fondo al tunnel.


 La propensione a truffare ed essere truffati corre parallela alla propensione a speculare durante un boom. Crolli e panici, con il loro motto si salvi chi può, inducono ancor più a imbrogliare per salvarsi. E il segnale del panico è spesso l’emergere di qualche truffa, furto, malversazione o frode – C. P. Kindleberger

La rivincita della speculazione finanziaria

 

Negli ultimi anni il sistema finanziario ha attraversato la più grave crisi dal dopoguerra. Da alcuni mesi, il panico si è arrestato grazie agli immensi aiuti statali, anche se l’uscita dalla crisi non è all’orizzonte.

La crisi delle finanze statali della Grecia mette chiaramente in luce aspetti più generali legati all’evoluzione dell’economia mondiale. Il caso greco ha generato enormi perplessità e divisioni sia nei governi europei, sia fra gli economisti, dai quali emergono le indicazioni più contraddittorie: salvare la Grecia ad ogni costo, lasciarla affondare, imporle di ritornare “temporaneamente” alla dracma con una contemporanea svalutazione del 30-50% e relativa insolvenza…

Tali divisioni sono tutt’altro che accademiche e dietro ad esse si scorgono facilmente i corposi interessi a rischio non solo in Grecia, ma nella partita più generale legata alla definizione dei nuovi assetti del sistema finanziario ed economico mondiale.

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