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Mentre scriviamo in piazza Tahrir sono rimaste parecchie migliaia di manifestanti, dopo la grande manifestazione di martedì 27, quando nella piazza simbolo della rivoluzione egiziana si sono raccolte centinaia di migliaia di persone al grido di: “rivoluzione”, “via il governo del murshid”( la guida suprema del movimento dei Fratelli Musulmani).

 

Un manifestante in piazza ci ha detto: ”sono pronte a volare le scarpe per il presidente”. Il riferimento è all’usanza mediorientale di togliersi le scarpe e lanciarle in segno di disapprovazione e  disprezzo: così fecero i manifestanti quando Mubarak annunciò che non si sarebbe dimesso. Gli striscioni che ci hanno accolti nella piazza recitavano: “I Fratelli Musulmani sono dei traditori”, “Ingresso vietato agli Ikhawan” (il termine arabo per “Fratelli”) e “Il presidente spinge il popolo allo sciopero generale”.

I cortei,alla presenza di decine di migliaia di persone, sono partiti da ogni quartiere della città per raggiungere la piazza: particolarmente numeroso quello partito da Shubra, area popolare e operaia. La partecipazione è stata estesa a quasi tutti i settori della società: ci sono stati cortei del sindacato degli avvocati, di quello degli artisti. Addirittura la magistratura ha annunciato le dimissioni in massa per protestare contro la “tirannia” (così definiscono il governo di Mursi), a dimostrazione di quanto il malessere sia diffuso nella società.


La protesta


La protesta è scoppiata sette giorni fa contro il decreto presentato da Mursi (22 novembre) con cui il presidente egiziano ha accentrato su di sè ampi poteri. La scusa accampata è naturalmente quella di difendere la rivoluzione, scusa che si sente spesso qui per approvare norme anti-popolari. Le proteste hanno visto parecchi scontri tra manifestanti (3 sono i morti ad oggi) e la polizia che ha usato i gas asfissianti utilizzati dallo SCAF, tanto per ricordare ai manifestanti l’odore della “democrazia”.

L’uso è stato tanto massiccio da rendere irrespirabile l’aria anche nell’interno della stazione della metro Sadat, quella di Midan Tahrir. La scorsa notte gli scontri sono stati particolarmente violenti: la reazione dell’opposizione al decreto è stata immediata, sia dei partiti politici (al Baradei e Sabbahi hanno dichiarato di voler costruire un fronte nazionale contro il decreto) sia dei movimenti rivoluzionari. Entrambi hanno convocato una nuova manifestazione (con le parole d’ordine: “Ritiro o dimissioni”) per domani (30/11) con l’intento di non abbandonare la piazza finchè non si sarà raggiunto lo scopo, ovvero la cancellazione del decreto.

La tensione sarebbe potuta  salire ulteriormente visto che i Fratelli Musulmani avevano convocato un raduno, proprio a Tahrir (al chiaro scopo di provocare e far scoppiare disordini), per difendere il presidente (che in alcuni slogan per ironizzare i manifestanti chiamano Hosni Mursi, con riferimento al nome del vecchio presidente egiziano per sottolinearne la continuità). È di stasera l’annuncio che i Fratelli Musulmani non sfileranno per Tahrir, chiaro segno che il movimento islamista si sente debole, o per lo meno non è sicuro di poter vincere la battaglia inevitabile se fosse passato per Tahrir.

Le manifestazioni non sono state solo al Cairo, ma in tutto l’Egitto. Le più importanti sono state a Alessandria, Suez, Port Said, Damietta. In molte città considerate punto di forza del movimento islamista, come Alessandria e Port Said, sono state incendiate le sedi della Fratellanza e le manifestazioni pro-Mursi sono state poco partecipate. Il presidente egiziano invita i cittadini a mantenersi uniti per salvare l’Egitto, unità che serve solo a difendere i privilegi di chi sta al potere.


Continuità o discontinuità?


I Fratelli Musulmani e il loro partito Libertà e Giustizia si sono presentati come portavoce e rappresentanti della Rivoluzione, ma come abbiamo più volte spiegato in numerosi articoli, non rappresentano altro che gli interessi di un gruppo della borghesia egiziana di fatto esclusa dal potere durante il vecchio regime.

L’Egitto è un paese sull’orlo del collasso economico, un’economia in ginocchio, con un tasso di povertà e analfabetismo alle stelle. Giusto per dare un’idea: il reddito medio delle famiglie egiziane è di 25000 Lire egiziane all’anno (per avere il senso delle proporzioni un chilo di carne costa più di 40 Lire Egiziane) e un quarto dei bambini vive sotto la soglia di povertà (fonte: Egyptindipendent).

Che fa il governo? Assolutamente nulla, più volte membri del partito di maggioranza hanno dichiarato che le politiche liberiste perseguite da Mubarak erano perfettamente in linea con le idee economiche dei Fratelli Musulmani. La gente sente tradito il sogno di giustizia sociale che aveva accompagnato la rivoluzione. Molti di coloro che hanno votato alle scorse elezioni i Fratelli Musulmani, perché ingenuamente pensavano potessero cambiare le loro condizioni di vita, sono oggi di fronte alla realtà dei fatti, i Fratelli Musulmani non possono e non vogliono modificare le condizioni di vita dei ceti meno abbienti.
Tra l’altro proprio di questi giorni la notizia che l’Assemblea Costituente ha mantenuto i privilegi che spettavano col vecchio regime all’apparato militare: il governo non  potrà toccare il budget destinato ai militari e mantiene inalterata la possibilità di sottoporre a processi militari cittadini civili. Vi è una stretta connessione tra i due settori, tra il vecchio e il nuovo apparato.

Nel frattempo gli scioperi continuano. Pochi giorni fa si è svolto lo sciopero dei lavoratori della metro. Radicale è stato lo sciopero dei medici che è iniziato il 1 di ottobre e si è protratto per parecchi giorni ha visto una partecipazione molto alta (nella città di Mansoura si è toccato l’apice del 93% di adesioni). I medici chiedevano l’aumento al 15% del Pil destinato ai servizi sanitari (oggi solo 5% del PIL è destinato a questo settore), aumenti salariali, maggior sicurezza negli ospedali e nei centri medici. I lavoratori (che ha visto le dimissioni in massa di 15000 medici) hanno sfidato le direttive del sindacato controllato dai Fratelli Musulmani che ha boicottato lo sciopero. Questi sono solo due esempi dei numerosi casi di sciopero e protesta ad opera dei lavoratori in questo che dimostrano ancora una volta di voler lottare.


Dove va la rivoluzione


Uniti al coraggio e alla determinazione dei manifestanti ci sono però alcuni limiti nel movimento che impediscono, almeno per ora, lo sviluppo delle reali potenzialità. Ad esempio Sabbahi e el Baradei hanno aperto il Fronte contro il decreto ad Amr Moussa, ex ministro degli esteri di Mubarak, definendolo meno peggio di tanti altri all'interno del vecchio sistema di potere.

La logica del male minore, usata tra l’altro più volte da parte della sinistra egiziana (ad esempio quando una parte ha deciso di sostenere Mursi al ballottaggio contro Shafiq, considerato appunto il meno peggio) in una situazione rivoluzionaria non è quella vincente. Da una parte apre alla propaganda dei Fratelli Musulmani che puntano il dito sostenendo i rivoluzionari accolgono i felool (gli ex membri del regime) e dall’altra confonde le masse, non sviluppando un segno di demarcazione netta tra il campo dei rivoluzionari e dei controrivoluzionari. Assenza di una demarcazione chiara che in parte ha permesso la vittoria dei Fratelli Musulmani alle scorse elezioni. Perché Sabbahi, arrivato terzo alle elezioni e conquistando più del 20% dei voti, non ha fatto appello ai lavoratori per organizzare uno sciopero generale a sostegno del movimento? Questo avrebbe chiaramente caratterizzato la piazza, dandole maggiore forza e permettendo una connessione più salda tra il movimento rivoluzionario e quello operaio, una connessione organizzata che fino ad ora è mancata.

Perché la rivoluzione egiziana riesca a vincere è necessario che maturi l’idea che non basta la cosiddetta democrazia "modello occidentale" per ottenere giustizia, libertà e dignità, ma è necessaria una trasformazione radicale della società. Così come i lavoratori devono maturare l’idea che è indispensabile lottare uniti perché  le condizioni di lavoro cambino in modo duraturo. È necessario che lavoratori e giovani maturino l’idea che solo organizzando la lotta per la conquista un radicale cambiamento della società, del socialismo, la rivoluzione potrà vincere. Ogni altro passo in altra direzione o porterà a conquiste effimere o sarà punito dalla reazione.

Quella che dovrebbe essere la dirigenza delle organizzazioni di sinistra del movimento ha più volte fallito nell’intraprendere la strada per aiutare le masse a prendere coscienza di questa necessità. Ma la rivoluzione egiziana sta scrivendo solo la sua seconda pagina e il suo cammino sarà ancora lungo. Certo vedere piazza Tahrir così piena, radicale e combattiva ci ricorda che nulla può fermare i lavoratori e i giovani che decidono di scendere in campo e prendere in mano il proprio destino.

Thawra hatta al-nasr!

29 novembre 2012

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