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Tra il 15 e il 22 dicembre 2012 si è svolto in Egitto un referendum per l’approvazione della controversa proposta di Costituzione, referendum organizzato in fretta e furia (così come la stesura definitiva del testo costituzionale) dal presidente Morsi. La nuova Costituzione è stata fortemente osteggiata dalle opposizioni politiche di sinistra, liberali e cristiane del paese per la forte impronta islamista del testo.

I risultati elettorali hanno visto la vittoria del sì con il 63,8% delle preferenze. Da notare la bassa affluenza alle urne, ha votato infatti solo il 32,9% degli aventi diritto. Le opposizioni hanno denunciato anche possibili brogli elettorali. Questo dato dimostra, anche sul piano elettorale, una crescente disillusione delle masse verso il governo islamista, infatti, nonostante la chiamata alle urne e le manifestazioni a sostegno del presidente tenutesi nelle settimane precedenti, solo in pochi sono andati a votare. Il referendum è stato convocato in un momento di forte contestazione verso Morsi e le sue politiche, scoppiate in particolare dopo l’emanazione del decreto del 22 novembre con cui accentrava su di sé un gran numero di poteri. Per alcune settimane piazza Tahrir prima, e l’entrata del palazzo presidenziale a Heliopolis poi, sono tornate a riempirsi di manifestanti che chiedevano le dimissioni del presidente. è chiaro che i tempi di stesura e di approvazione sono stati accelerati per cercare di reagire all’ondata di proteste, che ha scosso non solo il Cairo, ma anche città a più forte impronta islamista, come ad esempio Alessandria.

Ora l’Egitto si prepara alle elezioni parlamentari che si terranno tra un paio di mesi. Le opposizioni riunite nel Fronte di salvezza nazionale hanno dichiarato che correranno in due liste separate i cui partiti maggiori saranno da una parte il Wafd, il partito più antico del parlamento fondato nel 1919 e di impronta liberale, e dall’altra la Corrente popolare cui fa capo Sabbahi. I due gruppi si riuniranno in parlamento dopo le elezioni. Rimane controversa la presenza in questo fronte di rappresentanti del vecchio regime di Mubarak (feloul), presenza che toglie una buone dose di credibilità a questa forza politica.

Intanto l’Egitto aspetta la visita di rappresentati del Fondo monetario internazionale per negoziare un prestito di 4,8 miliardi di dollari, prestito richiesto per cercare di risollevare le sorti di un paese sempre più sull’orlo della bancarotta. Le riserve di denaro in dollari continuano a scendere, la Lira egiziana ha perso nelle ultime settimane ulteriore terreno rispetto al dollaro, questo porterà ad un aumento dell’inflazione, con conseguenze disastrose sulla vita di milioni di persone nel paese. Sappiamo però cosa comportano questi prestiti, tagli ulteriori all’ormai inesistente stato sociale egiziano, un ennesimo massacro sociale. Un film insomma che gli egiziani hanno già visto.

In questo contesto, il problema principale dell’opposizione egiziana e dello stesso movimento rivoluzionario è l’assenza di una forza che elabori e organizzi una proposta realmente alternativa per la trasformazione della società egiziana, che rappresenti un contraltare credibile allo slogan dei Fratelli musulmani “l’Islam è la soluzione”. Se è ormai palese alla maggior parte degli egiziani che i Fratelli musulmani non rappresentano un cambiamento rispetto a Mubarak, è necessario porsi anche la seguente domanda: se l’opposizione ottenesse le dimissioni di Morsi, quale sarebbe l’alternativa che propone? Le politiche certamente laiche e liberali, ma anche liberiste, di El Baradei ad esempio, oppure delle politiche di difesa degli interessi dei lavoratori e delle classi più povere volte a trasformare radicalmente la società. Manca una forza che sia in grado di connettere le proteste di piazza Tahrir con quelle dei lavoratori che continuamente scendono in sciopero. La costruzione di questa forza è un’urgenza imprescindibile perché la rivoluzione faccia un vero salto di qualità, verso la rottura con il sistema capitalista.

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