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Il nuovo accordo raggiunto tra la troika e il governo cipriota avrà effetti disastrosi per la popolazione dell’isola. Non solo: ha scatenato un’ondata di proteste e mobilitazioni senza precedenti.

 

A migliaia si sono riversati nelle strade dell’isola che, ricordiamo, conta meno di un milione di abitanti. Almeno tremila studenti sono scesi in piazza martedì scorso, con slogan come “Troika go home”, “Ci stanno succhiando il sangue”, “Per l’Europa dei popoli e non dei padroni”. Ieri agli studenti si sono uniti i lavoratori, in una manifestazione di fronte alla sede dell’Unione europea convocata da Akel, il Partito comunista.

In un paese che era conosciuto come la “Svizzera del Mediterraneo” e dove pareva regnare “il qualunquismo interessato solo al guadagno”, si sta facendo strada una nuova consapevolezza, quella della necessità della lotta. Come spiega ieri il Manifesto in un suo articolo “una specie di incubatrice di ciò che accadrebbe in altri paesi, Italia inclusa, se si dovesse ricorrere a metodi simili a quelli adottati a Cipro per affrontare la crisi.

Il parlamento cipriota aveva rifiutato la prima proposta dell’Unione europea e del Fmi, che imponeva un prelievo forzoso su tutti i depositi bancari, ma il nuovo accordo raggiunto dal governo di destra non è molto meglio. Bank of Cyprus, la banca più grande del paese sarà ristrutturata e assorbirà parte della Laiki bank, la seconda per importanza, che sarà invece smantellata. La conseguenza diretta sarà la perdita di migliaia di posti di lavoro, altri saranno persi come conseguenza indiretta della ristrutturazione.

Un’ondata di privatizzazioni è annunciata, mentre il Ministro del lavoro, Haris Georgiades, propone un taglio dei salari dei dipendenti pubblici (che a Cipro costituiscono una grossa parte dei salariati), di almeno il 10%, che “potrebbe non bastare” (Cyprus Mail, 28 marzo 2013). Il numero dei disoccupati, ora pari a 50mila unità, potrebbe raddoppiare nei prossimi sei mesi.

L’Fmi prevede una riduzione del Prodotto interno lordo nel 2013 del 3,5%, su un totale del 20 % entro il 2017. D’altro canto, la proposta di tassare i depositi sopra i 100mila euro porterà a una pesante perdita del loro valore. Ufficialmente il prelievo sarà del 40% ma altri commentatori parlano addirittura di un taglio dell’80% per i depositi detenuti dalla Laiki.

Per evitare una fuga di capitali le banche cipriote sono state chiuse per ben 12 giorni e hanno riaperto, parzialmente, solo oggi e con limiti ben precisi sia al prelievo agli sportelli che al trasferimento di denaro all’estero. Non senza polemiche, perchè l’opposizione ha accusato il governo di aver lasciato trasferire, nel frattempo, ingenti quantità di capitale all’estero ai “soliti noti”.

Il prelievo forzoso sui conti correnti e il controllo dei flussi di capitali è senza precedenti all’interno della zona euro. È una chiara violazione dei trattati dell’Unione europea ed è un preciso segnale della crisi profonda e senza sbocchi dell’Eurozona. Non potrà non avere effetti sul sistema bancario e sui depositi nei paesi più deboli dell’area Euro, come Grecia, Spagna e naturalmente Italia. Malgrado Ue e Fmi si sia affrettati a chiarire che il caso di Cipro e un’eccezione e non un modello, correggendo le dichiarazioni di Dijsselbloem, attuale presidente dell’Eurogruppo, è evidente che qualunque correntista in questi paesi è autorizzato a pensare che la prossima volta toccherà a lui.

La crisi in Europa dunque si approfondisce e non è affatto risolta, dopo il “salvataggio” di Cipro. A riguardo non possiamo che commentare con stupore le dichiarazioni entusiaste di numerosi dirigenti della sinistra italiana, come Paolo Ferrero, che plaudono all’accordo commentando “Non è la soluzione ma certo è una bella modifica per gli strati popolari.

La linea sviluppata da questi dirigenti è la stessa di Akel a Cipro, che ha sempre cercato di rinegoziare il debito quando i suoi ministri erano al governo. La posizione difesa dai dirigenti comunisti ciprioti è ben illustrata nell’articolo di Pavlos Agios; notiamo solo che nel comunicato stampa successivo all’accordo con l’Eurogruppo la critica al presidente Anastasiades si concentra sul fatto che “non abbia accettato di avere una discussione in merito alla nostra proposta  di trovare una soluzione di fuori del quadro prospettato dalla Troika.” In altri comunicati si stigmatizza il Ministro delle finanze perchè non è rimasto fino all’ultimo momento a Mosca al fine di strappare un prestito a migliori condizioni a Putin. (fonte: Akel)

La soluzione per Akel non è quindi da cercare in un altro sistema economico, ma in una alleanza con altre potenze capitaliste. Che, detto per inciso, chiamate in causa, non hanno mosso un dito per salvare i lavoratori e i giovani ciprioti nell’attuale crisi.

La proposta principale che lancia ora Akel è... un referendum sull’accordo. Ma anche se si facesse il referendum e l’accordo venisse bocciato, quale sarebbe la soluzione alternativa? Il rublo al posto dell’euro?

La lezione di questo ennesimo capitolo di una crisi europea che sembra senza fine è che, con buona pace dei riformisti nostrani e del resto del continente, il debito pubblico non si può rinegoziare e con la troika non si può trattare. L’unica soluzione è la cancellazione unilaterale del debito e l’esproprio e la nazionalizzazione del sistema bancario e assicurativo, sotto il controllo del lavoratori. Da Cipro la classe lavoratrice può e deve fare proprio questo slogan, metterlo in pratica e diffonderlo al resto d’Europa.

 

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