Europa: dal rapimento dei manager ai movimenti di massa - Falcemartello

Breadcrumbs

Quando nel 2009 la crisi ha cominciato a colpire l’Europa, la risposta operaia, in un primo momento, ha stentato a farsi sentire. Lì dove c’è stata, spesso ha avuto un carattere disperato.

Lo sì è visto in Francia con il rapimento dei manager nelle vertenze di Sony, 3M e Caterpillar, o in Belgio a Chaussée de Louvain, in un concessionario Fiat.

Il caso più eclatante a Grenoble nella storica Cat, produttrice di macchinari per costruzione, dove quattro dirigenti sono stati sequestrati dopo aver annunciato 700 licenziamenti. Un gesto eclatante, andato sui giornali di tutta Europa, che non ha impedito che i lavoratori fossero espulsi dalla fabbrica, seppure con un discreto incentivo di fuoriuscita.

Nuove forme di lotta?

In quel momento c’era già chi a sinistra parlava di nuove forme di lotta, che cambiavano il “paradigma del conflitto”, superando le forme tradizionali degli scioperi e le “consuete” manifestazioni di piazza. In queste analisi ad essere superate erano anche le organizzazioni sindacali tradizionali.

La realtà si è preoccupata ancora una volta di smentire coloro che erano alla ricerca di soluzioni fantastiche e strabilianti. Il paradigma non cambiava affatto, si trattava di semplici anticipazioni, che a distanza di due anni, si traducevano in quanto sta avvenendo oggi: mobilitazioni di massa che attraversano l’Europa e che nulla hanno di consueto e rituale. Non solo si inseriscono nel solco delle migliori tradizioni di lotta, ma sono proprio le grandi organizzazioni sindacali a convocarle.

Contagio europeo

Gli scioperi degli ultimi mesi in Belgio, Gran Bretagna, Grecia, Spagna e Portogallo sono stati tra i più partecipati della storia del movimento operaio europeo.

In tutto il mondo milioni di lavoratori e giovani hanno guardato agli avvenimenti in Grecia. Decine di scioperi generali di 24 o 48 ore, le manifestazioni di massa, l’assedio al parlamento che votava le misure di austerità, immagini che non solo hanno suscitato grande simpatia ma hanno generato un effetto contagio, complice il fatto che le misure adottate dai governi europei sono le stesse sotto l’occhio fermo e vigile della troika (Bce-Fmi-Ue).

Lo sciopero dei dipendenti pubblici in Gran Bretagna del 30 novembre, ha visto la partecipazione di 2,5 milioni di lavoratori; il più grande da 30 anni a questa parte.

Non stiamo parlando precisamente di un paese dove le mobilitazioni hanno avuto grande diffusione negli ultimi anni. Si tratta dal punto di vista del conflitto sociale, di un ritorno all’epoca pre-thatcheriana.

Dopo le mobilitazioni dell’autunno del 2010 in Francia, si sono visti una serie di scioperi generali a catena in Olanda, Belgio, Portogallo e Spagna. Proprio nel giorno in cui i leader dei paesi aderenti all’Ue arrivavano a Bruxelles per il primo vertice del 2012, i lavoratori valloni e fiamminghi paralizzavano il Belgio per protestare contro tagli e “austerity”. Si tratta per quel paese del primo sciopero veramente “generale” dal lontano 1993.

In Portogallo all’inizio di febbraio, Arménio Carlos, segretario generale del Cgtp, il principale sindacato portoghese si è opposto alle richieste della troika, in molti si scandalizzarono e alzarono contro di lui l’indice per ricordargli che il loro parere era decisivo per ottenere la terza tranche del finanziamento concesso al Portogallo (78 miliardi di euro).

Ma, quando il 18 febbraio al termine di un incontro durato circa un’ora e mezza, con Poul Thomsen (Fmi), Jürgen Kröger (Ce) e Rasmus Rüffer (Bce), rappresentanti della troika in Portogallo, non venne fatta alcuna concessione, Carlos dichiarò ai giornalisti presenti: “Questi signori si comportano come dei robot“. E subito dopo chiese ai lavoratori portoghesi, di partecipare allo sciopero generale del 22 marzo.

Il “pacote de trabalho” contro cui si battono i lavoratori portoghesi è un condensato delle riforme del mercato del lavoro di Grecia, Italia e Spagna.

Prevede infatti:

1. la cancellazione di ogni vincolo al licenziamento e riduzione degli indennizzi;

2. l’allargamento dei contratti precari e cancellazione della contrattazione collettiva;

3. la riduzione della retribuzione degli straordinari e dei giorni di riposo;

4. l’eliminazione di 4 giornate festive;

5. il prolungamento della giornata lavorativa fino a 12 ore e fino a 60 ore settimanali;

6. l’eliminazione del giorno di riposo compensativo;

7. la riduzione del sussidio di disoccupazione.

Quello del 22 marzo 2012 è stato il terzo sciopero generale in Portogallo dal 2010 e di sicuro il più combattivo e partecipato.

Lo sciopero generale in Spagna

Il motivo dello sciopero generale del 29 marzo in Spagna era lo stesso, la contro-riforma del mercato del lavoro, che rende più semplice ed economico il licenziamento.

Si tratta dell’attacco più grave ai diritti dei lavoratori spagnoli dalla caduta della dittatura di Franco. I dirigenti sindacali hanno fatto ripetuti appelli al governo perché negoziasse, ma nessuna concessione sul terreno salariale ha ammorbidito Rajoy che è andato dritto per la sua strada.

L’ambiente era completamente differente da quello visto nello sciopero generale del settembre 2010. Quello del 2010 era uno sciopero partecipato ma che non è riuscito a paralizzare il paese. Non a caso nel gennaio del 2011 i dirigenti di Ccoo e Ugt hanno firmato un accordo con Zapatero in cui venivano accettate fondamentalmente tutte le proposte del governo.

Il patto sociale non ha impedito che gli attacchi si moltiplicassero costringendo i dirigenti sindacali a ritornare sui propri passi convocando lo sciopero del 29 marzo, anticipato dalle grandi manifestazioni del 29 febbraio e dell’11 marzo.

L’atteggiamento a dir poco conservatore dei vertici di Ugt e Ccoo si conferma dal fatto che nonostante l’impressionante riuscita dello sciopero generale, con oltre dieci milioni di partecipanti non hanno chiesto al governo il ritiro della contro-riforma ma solo una sua modifica parziale.

Cresce la sinistra

Se traiamo le giuste conclusioni dall’esperienza degli ultimi tre anni in Grecia vediamo come uno sciopero generale o più scioperi generali non sono sufficienti a fermare la grandinata di attacchi decisi dalla troika.

Nonostante la durezza degli attacchi le centrali sindacali in Europa, come nel caso della Cgil qui in Italia, hanno cercato mediazioni al ribasso, firmando accordi intollerabili e spesso hanno frenato le mobilitazioni anche se sono state costrette a convocare gli scioperi per contenere la pressione che cresceva dal basso.

Ciò che serve è un piano di mobilitazione combattivo e crescente con scioperi prolungati, occupazioni di fabbrica, e una miriade di mobilitazioni articolate che si ispirino al principio di colpire il padrone lì dove fa più male. Va dunque condotta una battaglia contro le burocrazie nei sindacati.

Ma anche questo di per sè non è sufficiente, bisogna mettere mano alla costruzione di un’alternativa politica. Se alla base degli attacchi c’è la crisi del sistema capitalista è da qui che dobbiamo partire.

In qualche modo questa idea inizia a farsi strada nella coscienza dei lavoratori.

Non a caso in tutti i paesi dell’Europa del Sud (l’Italia in questo rappresenta un’eccezione, almeno per ora), la radicalizzazione sociale inizia ad avere un’espressione politica nei partiti che si collocano alla sinistra della socialdemocrazia, nonostante i limiti riformisti di questi partiti.

Lo vediamo in Grecia dove i tre partiti alla sinistra del Pasok vengono dati al 40% nei sondaggi, in Francia con la grande avanzata del Front de gauche e il risultato positivo di Mélenchon alle presidenziali, in Spagna dove Izquierda unida avanza significativamente sia alle politiche dello scorso autunno che alle amministrative di marzo in Andalucia e nelle Asturias. Lo stesso fenomeno si intravede in Portogallo.

Un’avanzata così impetuosa e generale delle sinistre comuniste e anticapitaliste, come effetto della radicalizzazione sociale, è un fenomeno che non si realizzava in Europa dagli anni ’70. È una conferma della profondità dei processi che abbiamo davanti.

Non è che l’inizio di una nuova fase, su cui lavorare per definire quel progetto rivoluzionario, oggi completamente assente nelle direzioni dei partiti di sinistra, totalmente imbevute di riformismo e keynesismo.

Ed è il senso della battaglia politica che la nostra tendenza ha intrapreso e continuerà con più convinzione nei prossimi anni in tutta Europa.