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La Slovenia, membro Ue dal 2004, e in zona euro dal 2007, è sempre stata presentata dalla borghesia continentale come un fiore all’occhiello per quel che concerne il rapido sviluppo economico e l’integrazione ai parametri europei per un ex paese del “socialismo reale”. Negli ultimi anni ha approfondito i propri rapporti commerciali con Germania, Austria e Italia, confermando così la propria indole filo-occidentale, anche nei costumi e negli standard di vita.

Questo processo ha portato ad una crescente terziarizzazione dell’economia, la quale ha portato ai margini la classe operaia industriale, per ingrossare le file dei lavoratori pubblici e dei servizi.

Tuttavia la crisi ha colpito anche questo Stato, che ora si trova a svestire i panni di “piccola Austria”, per indossare quelli di matrice ellenica.

Le politiche di austerità portate avanti dal primo ministro Jansa (Partito democratico sloveno – Partito popolare europeo) e sostenute con forza dal neoeletto presidente della repubblica Pahor (Socialdemocratici – Partito socialista europeo, eletto con una partecipazione al voto del 42% e i voti della destra), stanno producendo un rapido e consistente peggioramento delle condizioni materiali di vita della popolazione.

In piedi ci sono i medesimi interventi che vediamo anche qui in Italia, ovvero introduzione dell’obbligo di pareggio di bilancio nella Costituzione, privatizzazioni a tutto campo, attacco alle pensioni, agli stipendi e ai posti di lavoro dei dipendenti pubblici (legge di bilancio 2012-13), al welfare, e una probabilissima richiesta di aiuti al fondo salva-Stati europeo.

Il Pil è crollato di oltre l’8% negli ultimi tre anni; il tasso di disoccupazione dal 2008 a oggi è più che raddoppiato, passando dal 4,1% all’attuale 9,2% (su una popolazione di 2,5 milioni).

A questo si aggiunge una dilagante corruzione dei politici, in particolare dei sindaci, come ad esempio quello di Lubjana, che è stato arrestato momentaneamente ed è tuttora sotto inchiesta, e quello di Maribor, che si è dimesso dopo una grande mobilitazione della popolazione.

Quest’ultima è stata proprio il detonatore della impetuosa ondata di manifestazioni di piazza scatenatesi da novembre in poi in tutto il territorio.

Si è sviluppato rapidamente un imponente movimento di massa, variegato ed intergenerazionale, coordinato in maniera quasi spontanea, in un quadro caratterizzato da una mancanza di qualsivoglia organizzazione politica di classe.

Nel mirino del movimento ci sono le misure di austerità, il peggioramento delle condizioni di vita, i politici corrotti, e lo scarso controllo democratico sulle scelte politiche del paese.

L’appuntamento principale del movimento, che alcuni denominano “gotof’je!” (è finito!), prendendo a spunto lo slogan più gettonato che viene indirizzato ai politici, è stato il 21 dicembre, anniversario dell’indipendenza dall’ex-Jugoslavia. Nella piazza della capitale c’erano 10mila manifestanti, e in tutte le altre città della piccola repubblica le piazze erano gremite.

A gennaio riprenderà anche la mobilitazione del pubblico impiego, con lo sciopero generale del 23, contro la riforma delle pensioni. Questa potrebbe essere la prima occasione in cui il movimento “gotof’je” s’incontra con quello sindacale, e sarà un’occasione molto importante, dato che i manifestanti non hanno risparmiato critiche alle strategie del sindacato.

In questo quadro si inserisce anche la richiesta di referendum abrogativo della legge di bilancio 2012-2013 (appena approvata in parlamento) che il sindacato del pubblico impiego ha già depositato, e che ha raccolto in tempi record più di 13mila firme, sebbene ne bastassero 3mila, ottenenendo quindi un grosso sostegno popolare.

Referendum che Jansa ha subito messo in discussione, dato che la procedura in atto prevede l’avvio dell’esercizio contabile provvisorio, ed il conseguente blocco del finanziamento europeo pari a 500milioni.

La situazione rimane quindi infuocata, ed in fase di ascesa.

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