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La Slovenia, membro Ue dal 2004, e in zona euro dal 2007, è sempre stata presentata dalla borghesia continentale come un fiore all’occhiello per quel che concerne il rapido sviluppo economico e l’integrazione ai parametri europei per un ex paese del “socialismo reale”. Negli ultimi anni ha approfondito i propri rapporti commerciali con Germania, Austria e Italia, confermando così la propria indole filo-occidentale, anche nei costumi e negli standard di vita.

Appena al di là del “nostro” confine orientale, un grande evento ha scosso la politica slovena, in mezzo all’assordante silenzio della grande stampa “ufficiale” (borghese) del nostro paese. La Slovenia – paese dell’ex Jugoslavia di due milioni di abitanti, nato nel 1991 e membro Ue dal 2004 – ha infatti registrato il più grande sciopero della sua storia. Centomila lavoratori del settore pubblico hanno bloccato il paese, lo scorso 18 aprile, per protestare contro le misure architettate dal governo di centro-destra del primo ministro Janez Janša per fronteggiare la crisi.

Quando nel 2009 la crisi ha cominciato a colpire l’Europa, la risposta operaia, in un primo momento, ha stentato a farsi sentire. Lì dove c’è stata, spesso ha avuto un carattere disperato.

Lo sì è visto in Francia con il rapimento dei manager nelle vertenze di Sony, 3M e Caterpillar, o in Belgio a Chaussée de Louvain, in un concessionario Fiat.

Il 15 gennaio si sono verificate in Romania le proteste più violente dalla caduta del regime di Ceausescu nel 1989.

Almeno diecimila persone sono scese in piazza a Bucarest e un numero imprecisato in altre quaranta città del paese. La polizia ha usato metodi brutali nel tentativo di reprimere le manifestazioni: almeno sessanta feriti solo a Bucarest, tra cui molti agenti.

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