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Subito al di fuori dei confini italiani, un paese intero ribolle di rabbia e di mobilitazioni: è la Slovenia, il più settentrionale degli Stati nati dalla dissoluzione dell’ex Repubblica federativa di Yugoslavia e, per ora, l’unico di questi a far parte dell’Unione europea come Stato membro (la Croazia entrerà ufficialmente nella Ue a luglio). Questa piccola Repubblica è stata spesso considerata economicamente come la punta di diamante della regione, tanto da essere considerata qualitativamente un modello dalle altre repubbliche ex yugoslave.

Ma anche i migliori sogni (capitalisti) hanno una propria fine e la fine di questo sogno di crescita felice si chiama crisi economica. Negli ultimi dieci anni, la salute dell’economia slovena è largamente dipesa dal settore finanziario e immobiliare, colpiti dalla crisi in modo acuto. Gli effetti sono ora devastanti: un giovane su quattro è disoccupato e il 20% della popolazione si trova al di sotto della fascia di povertà. Questa caduta del tenore di vita ha provocato una risposta di massa.

“Insurrezione”

Con questa espressione si identifica il movimento di protesta sorto lo scorso autunno a Maribor – città industrializzata, dove la disoccupazione è alle stelle – contro il sindaco corrotto, estesosi poi in tutte le principali città tramite i social network. Ora a Maribor è stato eletto un nuovo sindaco, un neofita della politica, il sociologo Andrej Fitravec, che è stato supportato dal movimento. Questa tornata elettorale ha registrato una affluenza alle urne del 30%.

Da una recente statistica, risulta che più del 50% della popolazione non vede nel voto ai partiti esistenti una soluzione ai propri problemi e quindi la maggioranza di chi anima le proteste non va alle urne. Il movimento è molto variegato, c’è voglia di nuovo, quindi per certi versi è anche un movimento generazionale, dove i giovani sono in prima fila.

Altra caratteristica del movimento è la distanza dal movimento sindacale tradizionale.

La protesta di piazza è stata un fattore determinante per la “caduta” del governo Janša (centro-destra). Ad esso è subentrato il governo Bratušek (centro-sinistra), che ha subito cercato di instaurare un dialogo con gli “arrabbiati”.

Il movimento inizia a porsi il problema di costituirsi come partito.

Il 27 aprile, durante la ricorrenza della nascita del movimento antifascista yugoslavo, è stato presentato il “manifesto” del movimento, sintetizzato nei seguenti punti:

• pulizia della corruzione politica e di sistema;

• restituzione del patrimonio pubblico trasferito all’estero;

• maggiore trasparenza nell’utilizzo del denaro pubblico;

• allontanamento dalla vita pubblica di tutti i politici sospettati di corruzione;

• maggiore democrazia diretta, come la revoca popolare del governo, e un sistema economico a favore di uno stato sociale.

Tuttavia, in questa occasione, nella capitale si son contati circa 3mila manifestanti, contro i 15mila della precedente mobilitazione. Sarebbe troppo impressionista parlare già di riflusso. Bisognerà infatti osservare la reazione al “contro-manifesto” che sta preparando il governo, ovvero la “Bozza del progetto di riforme per il biennio 2013-’14”, da presentare entro il 9 maggio alla Commissione europea.

Lo Stato dovrà ricapitalizzare entro luglio il sistema creditizio del paese, con almeno 900 milioni di euro. Diminuirà dell’ 1% ogni anno i dipendenti del pubblico impiego, con un taglio degli stipendi. Si modificherà il sistema che determina lo stipendio minimo. Aumenterà del 2% l’aliquota più alta dell’Iva e del 1% quella più bassa. Ci saranno nuove tasse sugli immobili, tagli alle pensioni, una riforma pensionistica, l’abolizione dei comuni minori e la privatizzazione di due grandi aziende statali quali la Telekom e la Petrol. Sul tavolo c’è anche l’introduzione del pareggio di bilancio nella Costituzione.

L’“insurrezione” non si arresterà facilmente.

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