Slovenia: sciopero generale da record - Falcemartello

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Appena al di là del “nostro” confine orientale, un grande evento ha scosso la politica slovena, in mezzo all’assordante silenzio della grande stampa “ufficiale” (borghese) del nostro paese. La Slovenia – paese dell’ex Jugoslavia di due milioni di abitanti, nato nel 1991 e membro Ue dal 2004 – ha infatti registrato il più grande sciopero della sua storia. Centomila lavoratori del settore pubblico hanno bloccato il paese, lo scorso 18 aprile, per protestare contro le misure architettate dal governo di centro-destra del primo ministro Janez Janša per fronteggiare la crisi.

Lo sciopero nasce infatti come una reazione dei dipendenti della pubblica amministrazione verso misure che, dopo quello che è successo e succede in Grecia, Spagna ed Italia, abbiamo imparato a riconoscere bene; anche le proposte del governo di Janša nascono fondamentalmente ai vertici dell’Ue e del Fmi. Ed ecco che lo spettro dell’austerità, della riduzione della spesa pubblica, dei servizi e degli stipendi dei dipendenti statali, e perfino del pareggio di bilancio nella Costituzione, penetra anche nel piccolo stato mitteleuropeo. Obiettivo dell’attuale governo sloveno è quello di ridurre della metà il deficit statale, dal 6,5% al 3,5%, un taglio di circa 800 milioni di euro; fra i vari provvedimenti finalizzati al raggiungimento di questo obiettivo è prevista una riduzione degli stipendi che si aggira addirittura tra il 7,5 e il 10%. Come è possibile immaginare tenendo a mente la vera origine di queste ricette anticrisi “lacrime e sangue”, questa rapina alla classe lavoratrice è condita da numerose altre misure antipopolari: riduzione degli assegni familiari, riduzione della maternità e dei bonus per le famiglie numerose, riduzione delle sovvenzioni per gli asili, degli indennizzi di disoccupazione ecc. Completa il quadro l’immancabile taglio all’istruzione, sia alle scuole che alle università: Janša sembra insomma intenzionato a promuovere quel neoliberalismo sfrenato che non era riuscito ad imporre alla Slovenia nel precedente mandato grazie all’opposizione sociale di allora.

Ed anche oggi, di fronte a questo quadro desolante, l’unica opposizione esistente non è quella parlamentare. Il centro-sinistra infatti tentenna decisamente di fronte alla discussione di queste misure, in un gioco bipartisan che ricorda una volta in più come i partiti moderati e riformisti, nel momento della crisi, non riescano a fare altro che sottomettersi al sistema. Ne è prova che il centro-sinistra ha fornito a Janša i propri voti, necessari ad introdurre il pareggio di bilancio in Costituzione.

Sono stati quindi i sindacati del settore pubblico ad organizzare la resistenza e la mobilitazione. Secondo il dirigente Branimir Štrukelj, con la riduzione degli stipendi ed i licenziamenti la Slovenia si collocherebbe a fianco di Grecia, Romania e Bulgaria. Il sindacato sta proponendo pure un referendum popolare contro l’inserimento del pareggio di bilancio. Ancora più degno di nota è l’unità di classe che sembra profilarsi durante queste mobilitazioni, in opposizione alla tattica “divide et impera” operata dal governo. Quest’ultimo, infatti, cerca di ammansire il movimento operaio concentrando il fuoco sui dipendenti pubblici, sostenendo che i lavoratori del settore produttivo abbiano già pagato la crisi e che sia ora di farla pagare ai “privilegiati” del servizio pubblico. Di fronte a queste interpretazioni leggiamo però sul quotidiano sloveno Delo (Lavoro) che questo sciopero record costituisce l’inizio di uno “scontro decisivo per il mantenimento del welfare”, perché si tratta di una mobilitazione che vuole denunciare che il governo vuole distruggere lo stato sociale sloveno “obbedendo ai diktat di Bruxelles”, e non solo di uno sciopero particolarista nato da rivendicazioni salariali. Uno sciopero politico, dunque, che getta auspicabilmente le basi per un movimento di massa di lavoratori contro l’austerità e i suoi fautori, quindi le banche e i padroni. Un movimento di massa cui i lavoratori italiani potrebbero tendere facilmente la mano.