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Il 13 febbraio, nell’indifferenza dei media e contro il parere dei partiti di sinistra al governo, i cittadini di Berlino hanno segnato un punto nella partita contro la privatizzazione dell’acqua pubblica con la vittoria di un referendum che impone la pubblicazione degli accordi stipulati tra l’amministrazione pubblica e le multinazionali azioniste della Berliner Wasserbetriebe, la società municipale che gestisce la rete idrica.

 

La lotta per la difesa dei servizi pubblici vede dall’altra parte della barricata lo stesso manipolo di multinazionali contro cui siamo chiamati anche noi a lottare nella campagna referendaria per la difesa dell’acqua dalle privatizzazioni.

 

Il quorum del 25% di partecipanti sugli aventi diritto è stato raggiunto con 665.713 votanti (27%) che hanno sostenuto al 98,2% una proposta di legge che impone la pubblicazione di tutti i contratti, le deliberazioni e gli accordi riguardanti la privatizzazzione della Berliner Wasserbetriebe, pena l’invalidazione delle parti che non verranno rese note entro un anno.

Nel 1999 infatti, sotto un governo cittadino di grande coalizione tra cristiano-democratici e socialdemocratici, le multinazionali Rwe e Veolia acquisirono il 49,9% dell’azienda assicurandosi cospicui profitti (il 65% degli utili, con una rendita garantita del 12%) a spese della popolazione che da allora ha visto aumentare le tariffe di ben il 35%.

è la prima volta che a Berlino si raggiunge il quorum in un referendum locale e questo nonostante la contrarietà dei partiti di sinistra, con la sola eccezione dei Verdi.

Se poco c’è da stupirsi su chi, come i socialdemocratici della Spd, aveva attivamente portato avanti la privatizzazione, diverso è il discorso per chi all’epoca votò contro dai banchi dell’opposizione: oggi parte del governo cittadino insieme alla Spd, i dirigenti della Linke preferiscono dimostrarsi affidabili di fronte ai partner piuttosto che difendere i servizi pubblici dagli scempi che questi parassiti hanno provocato con la privatizzazione… circa un migliaio di posti di lavoro cancellati, calo del 25% degli investimenti, mentre nei 10 anni successivi all’ingresso nell’azienda hanno incassato 1.270 milioni di euro contro i 696 milioni andati alle casse dell’amministrazione (http://blogs.taz.de/rechercheblog/2010/11/02/wasser-privatisierung_im_faktencheck/).

L’assessore all’economia Harald Wolf della Linke aveva inizialmente definito il referendum “superfluo” in quanto a novembre il governo si era affrettato a diffondere i contratti, quando poi è venuto fuori che non erano completi, l’asse delle critiche al referendum si è spostato “a sinistra” per il fatto che questo risponderebbe solo “in parte” alla necessità di “cambiare la condizione per cui degli investitori privati possano fare affari d’oro su un bene pubblico come l’acqua”.

Con la stessa ipocrisia la vicesegretaria nazionale della Linke, Halina Wawzyniak, ha giustificato il suo voto contrario: “con il successo del referendum si è ottenuta la pubblicazione dei contratti solo per l’azienda dell’acqua e non per tutti i futuri accordi, nè per gli altri settori (…) e questo mi sembra incoerente”.

C’è da dire però che i militanti di base della Linke fortunatamente hanno un concezione un po’ meno contorta di cosa vuol dire essere coerenti, visto che molte sezioni fanno parte della rete per l’acqua e hanno partecipato alla campagna per il referendum nonostante l’opportunismo della direzione.

Il risultato del referendum è quindi ancora più importante se si pensa che si è basato solo sulla militanza dei cittadini e degli attivisti di base dei partiti di sinistra organizzati nel “Tavolo sull’acqua”, ma è comunque solo un primo passo. Attualmente attorno alla possibilità di riacquistare il 25% di azioni di Rwe il segretario della Linke berlinese ha avanzato la proposta di trasformare la Berliner Wasserbetriebe in cooperativa, una proposta che non affronta la necessità di togliere il servizio pubblico della rete idrica dalle grinfie degli interessi privati. Correttamente, il Tavolo sull’acqua punta ad impugnare gli accordi del 1999 e critica la possibilità del “riacquisto” delle azioni dai privati, un’occasione in più per loro di arricchirsi a spese delle tasche pubbliche.

La rimunicipalizzazione dei servizi pubblici senza indennizzo delle multinazionali (già ampiamente ripagate dai profitti fatti in questi anni) ed una gestione degli stessi controllata dai cittadini e dai lavoratori è l’unica via d’uscita dallo sciacallaggio dei privati su diritti essenziali come l’accesso all’acqua.

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