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Con il congresso che si è celebrato tra il 14 e il 16 giugno a Dresda, la Linke è entrata ufficialmente nell’agone delle elezioni del prossimo settembre con lo slogan “100% sociale”.

Il programma discusso e licenziato dal congresso vede tra i punti centrali: aumenti salariali a partire da un salario minimo di 10 euro all’ora, l’abolizione della Hartz-IV (la controriforma dello stato sociale sotto il governo Schröder), pensioni minime a 1.050 euro, aumento della pressione fiscale su super-redditi e rendite, ritiro dell’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni.

A sporcarsi le mani con molte delle controriforme prese di mira da questo programma, c’è stata spesso e volentieri la socialdemocratica Spd, sia in governi di etichetta rosso-verde che di grande coalizione; la stessa Spd inseguita più e più volte dalla Linke per condividere la partecipazione a governi locali.

Solo qualche mese fa, durante la campagna per le elezioni in Bassa Sassonia, il nome di Sarha Wagenknecht, vicepresidente nazionale del partito ed esponente della sinistra interna, veniva caldeggiato come papabile ministro in un governo di coalizione con la Spd in caso di vittoria.

Vittoria che, seppur di misura, venne poi riportata dalla coalizione Spd-Verdi senza il contributo (tra l’altro non richiesto) della Linke, dato che questa non raggiunse nemmeno il quorum del 5% necessario per entrare nel parlamento del Land.

Da soli in campagna elettorale

Oggi l’atteggiamento nei confronti della Spd è completamente cambiato: molta l’enfasi data nella relazione del portavoce nazionale Riexinger alle responsabilità della socialdemocrazia che ha “aperto la gabbia” alla “belva capitalista” e che dovrebbe “vergognarsi” di aver gettato milioni di persone nella povertà. “Ci prepariamo definitivamente a non fare una campagna elettorale di coalizione. Propaganderemo le nostre posizioni”, anche se il candidato premier Gregor Gysi ha già dichiarato che si potrà riparlare di coalizione alla tornata elettorale successiva.

Più che una tardiva presa di coscienza del ruolo giocato dalla Spd nel salvaguardare gli interessi del capitalismo tedesco, la svolta segnata da questo congresso riflette che, nella misura in cui la prospettiva elettorale più probabile è al momento quella di una seconda grande coalizione tra Spd e Cdu, si apre sempre più nella società il potenziale per un’opposizione di classe all’unità nazionale, essendosi tra l’altro rivelato una brezza passeggera il vento dell’antipolitica incarnato dall’oggi agonizzante Partito dei pirati. La Linke invece nei sondaggi è data in ripresa rispetto alla serie di sconfitte elettorali inanellate l’anno scorso (tra il 6 e il 9%).

Il dibattito sull’euro

Il dibattito sull’euro che si è aperto a fine aprile in seguito alle dichiarazioni di Lafontaine a favore del ritorno alle valute nazionali (vedi FalceMartello n. 254) non ha trovato spazio in un’assise nazionale perlopiù all’insegna dell’armonia tra le diverse componenti del partito, per evidenziare il cambio di marcia rispetto al congresso di Göttingen di un anno fa, in cui si sfiorò la scissione. Oggetto di più emendamenti (tutti respinti) è stata comunque una frase della bozza di programma in difesa dell’euro, “Anche se l’Unione monetaria europea ha enormi errori di costruzione, la Linke non rivendica la fine dell’euro”, da molti vista come un’assunzione di responsabilità agli occhi della Spd per lasciare aperti spiragli a future coalizioni (seppur non nell’immediato, o comunque a livello locale). La corrente Sinistra anticapitalista della Wagenknecht, vicina alle posizioni di Lafontaine, ha tuttavia contrapposto una formulazione di compromesso (per un “nuovo inizio dell’euro”) ma la discussione è di fatto solo rimandata: l’idea di continuare in un quadro di compatibilità, in cui si tengono insieme capre e cavoli, con un profilo nazionale radicale e la disponibilità ad amministrare con la Spd nei governi regionali, comincia a creare un crescente disagio, di cui la differenziazione che è stata abbozzata in questo congresso è solo una prima spia, destinata ad ampliarsi sulla base delle pressioni che la crisi del capitalismo europeo sempre più eserciterà sul movimento operaio tedesco.

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