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Il secondo congresso del partito tedesco Die Linke si è tenuto dopo una serie di successi elettorali. Dal 12% ottenuto alle politiche in autunno a una serie di ottimi risultati che portano il partito ad entrare, spesso per la prima volta, nei parlamenti di diversi Länder occidentali, superando la soglia di sbarramento del 5%. Proprio una settimana prima del congresso il partito ottiene il 5,6% nel più popoloso e industrializzato Land tedesco, il Nord Reno-Vestfalia (18 milioni di abitanti).

Anche gli iscritti sono cresciuti sensibilmente dalla nascita del partito, sfiorano ora quota 80 mila, di cui un terzo sono nuovi iscritti, non provenienti da Pds o Wasg.

Indubbiamente il partito diventa sempre più un punto di riferimento per chi vuole opporsi al massacro sociale, alle politiche di guerra, al razzismo. Ma l’uso che verrà fatto di questo potenziale rimane oggetto di discussione e dal congresso arrivano segnali contraddittori.

 La sensazione, dalle percentuali raccolte dai candidati alle diverse cariche nazionali, unico modo per provare a dare un peso alle diverse componenti, in un congresso dove non si votano documenti politici contrapposti, è che circa un quarto della platea congressuale fosse nettamente legato alla corrente moderata Forum del Socialismo Democratico, un altro quarto alla corrente radicale Sinistra Anticapitalista o all’ala di sinistra sindacale occidentale proveniente dalla Wasg, mentre la restante metà ancora non si schiera apertamente tanto che i candidati che ottengono i maggiori consensi sono quelli che si pongono in posizione di mediazione e vengono visti come una garanzia contro spaccature del partito.

La discussione sul “Programma fondamentale” è stata peraltro delegata ad una commissione, con l’obbiettivo di sottoporre il testo definitivo all’approvazione del partito alla fine del 2011. La bozza di programma, in buona misura un lascito di Oskar Lafontaine, è stata pubblicata a fine marzo destando scandalo sui media borghesi. Un ampio capitolo è dedicato al Socialismo del 21. secolo, con un paragrafo sulla questione della proprietà dove si rivendica la nazionalizzazione delle grandi industrie strategiche, dei trasporti, dell’energia, delle banche. Allo stesso tempo però si sostiene il ruolo progressista della proprietà privata per l’innovazione tecnologica nelle piccole-medie imprese fino al punto in cui non si trovino in posizione di monopolio che le permettano di fissare i prezzi. In larga parte si tratta di un programma neo-keynesiano. Si sostiene la necessità di un lungo processo per il superamento del capitalismo fatto sia di rotture rivoluzionarie che di un accumulo di piccole e grandi riforme (tanto per accontentare un po’ tutti!). L’ala “pragmatica” del partito ha già annunciato di voler dare battaglia per eliminare le parti più radicali del programma viste come un ostacolo per accordi con altre forze politiche.

Il fatto che si sia scelto di proseguire con la doppia presidenza (un presidente proveniente dalla Pds e dall’est e uno dalla Wasg e dall’ovest), e che si sia anzi deciso di estendere il criterio a molte altre cariche, mostra l’intenzione di non forzare l’equilibrio tra le diverse componenti creando maggioranze e opposizioni interne al partito che si teme porterebbero a possibili rotture.

Semplificando un po’ si può dire che nei territori orientali hanno maggior peso i cosiddetti “pragmatici”, più disponibili a coalizioni di governo con verdi e socialdemocratici, mentre all’Ovest il partito ha un profilo più radicale e la contrapposizione con l’Spd è più viscerale. Ad Est del resto la Linke già da anni governa in diverse regioni e comuni, senza esimersi dal sostenere tagli allo stato sociale e privatizzazioni.

Ora la Linke sta diventando sempre di più fattore politico determinante nella geografia politica tedesca. In molti Länder non esistono i numeri né per formare coalizioni di centro-destra (Cdu-Fdp), né per il rosso-verde (Spd-Verdi) e l’unica alternativa alla Grosse Koalition diventa il rosso-rosso-verde, con la Linke per l’appunto. Il tema è stato affrontato in diversi interventi del congresso dove si è sostenuta la necessità della disponibilità a compromessi di governo, per fare in modo che di un eventuale fallimento di questa prospettiva debbano assumersi la responsabilità l’Spd o i Verdi. Tutti gli interventi sostenevano però la necessità di “linee rosse” da non oltrepassare per eventuali accordi governativi , tuttavia il solo fatto di aprirsi a questa possibilità è un fatto nuovo in zone occidentali dove spesso la Linke è solita tappezzare le strade con manifesti tipo “Chi ci ha tradito? I socialdemocratici!”.

Il congresso si è chiuso con la votazione a larga maggioranza, contro il volere della direzione del partito, di un documento conclusivo presentato dall’ala moderata nel quale si ribadiscono tutti i cavalli di battaglia come i no ai tagli ai sussidi di disoccupazione e all’età pensionabile a 67 anni, salario minimo legale di 10 euro e ritiro dall’Afghanistan, ma si sostiene anche la necessità di un “discorso” nel campo delle forze politiche, sociali e culturali di sinistra e della sinistra liberale per aprire nuove possibili maggioranze alternative al nero-giallo (democristiani-liberali).

Solo se l’afflusso nel partito di militanti dalle mobilitazioni sociali presenti e future assumerà un peso significativo, potrà essere posto un freno alle tendenze burocratiche che porterebbero a sprecare l’occasione di radicare una forza anticapitalista di massa.

 

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