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Le ragioni del successo della Linke


Su quasi tutti i giornali italiani le elezioni parlamentari tedesche del 27 settembre sono state descritte come una vittoria della cancelliera Angela Merkel. Strana vittoria quella di un partito, la Cdu/Csu, che col 33,8%, e un calo del 1,4%, ottiene il peggior risultato degli ultimi 60 anni. La vittoria deriverebbe dal fatto che, sulla base del cospicuo avanzamento dei liberali (Fdp), la coalizione borghese “classica” (Cdu/Csu-Fdp), nonostante il voto per essa si attesti sul 48,4%, ottiene una solida maggioranza in parlamento e può tornare al governo dopo 11 anni.

La crisi dell’SPD


Certo le perdite in casa democristiana sono poca cosa rispetto all’autentico tracollo del Partito Socialdemocratico (Spd), che col 23%, non solo arretra di 11,2 punti rispetto al 2005, ma ottiene il record negativo dal dopoguerra e persino uno dei peggiori risultati da quando il più antico partito operaio europeo uscì dall’illegalità nel 1890.

È questo il risultato di 11 anni di governo, prima (1998-2005) in coalizione con i Verdi, poi nella Grosse Koalition con la Cdu. Nel 1998, quando le masse posero fine col voto a 16 anni di governi borghesi sotto la presidenza Kohl, l’Spd ricevette oltre 20 milioni di voti; oggi non raggiunge i 10 milioni, con una perdita di 6,2 milioni rispetto al 2005.

Infatti l’astensionismo, un altro record di queste consultazioni, ha colpito particolarmente tra l’elettorato operaio socialdemocratico.

I lavoratori, i giovani, i disoccupati e i pensionati hanno presentato il conto per 11 anni di attacchi alle loro condizioni di vita. Il bilancio in effetti è impietoso: riduzione dei sussidi di disoccupazione (Hartz IV) in un paese dove, a causa del completo smantellamento dell’industria nei territori dell’ex Ddr, milioni di cittadini sono stati condannati, dagli anni Novanta, ad una disoccupazione di lunga durata, introduzione del lavoro interinale ed altri contratti che aumentano la precarietà, tagli e privatizzazioni nell’istruzione e nella sanità, innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni. Ciliegina sulla torta, l’innalzamento dal 16% al 19% dell’Iva, la più iniqua delle imposte perché, gravando sul consumatore finale indipendentemente dal suo reddito, colpisce particolarmente i ceti deboli (contro l’innalzamento dell’Iva, apostrofata da Schröder “la tassa della Merkel”, l’Spd oltrettutto si era particolarmente spesa nella campagna elettorale del 2005). Tutto questo mentre il governo della Grosse Koalition, elargiva miliardi di euro per salvare le banche.

È ancora presto per affermare che l’Spd sia destinata ad un declino progressivo. Ciò è inevitabile se continua sulla strada degli ultimi anni, ma nonostante la notevole perdita di iscritti (dai 755.000 del 1998 ai 530.000 del 2008), rimane un partito di massa. La timida, e moderata, sinistra del partito, per anni emarginata e messa a tacere, sta in questi giorni provando a rialzare la testa, ma in assenza di una mobilitazione della base che si connetta con processi di lotta di classe è difficile che riesca a scalzare la destra liberista che domina il partito non solo ai suoi vertici, ma anche in gran parte dell’apparato sia a livello nazionale che locale.

 

Il successo della LINKE

Come comunisti non possiamo che esultare per il risultato del partito Die Linke, nato due anni fa dalla fusione tra il partito successore della Sed, la Pds, e la Wasg, scissione di sinistra dell’Spd guidata da Oskar Lafontaine. Per la prima volta dopo la Seconda guerra mondiale esiste una forza radicata nel movimento operaio alla sinistra della socialdemocrazia con un peso specifico elettorale che le permette di sfidarne l’egemonia: i voti della Linke sono più della metà di quelli dell’Spd, nel 1998 il rapporto era 1:4, nel 1990 addirittura 1:8.

Il partito ottiene l’11,9% e guadagna un milione di voti (da 4,1 a 5,1 milioni). Nei seggi uninominali (la metà dei deputati viene eletta col maggioritario secco a un turno) la Linke ottiene 16 mandati, contro i 3 che ottenne nel 2005. In tutti i 16 Lander, è nettamente sopra alla soglia di sbarramento del 5% prevista per la metà eletta col sistema proporzionale.

Secondo studi statistici, la Linke è col 31% il partito più votato tra i disoccupati, anche tra gli operai ottiene un ottimo risultato (18%).

Ciò deriva dal fatto di essere l’unico partito che si è opposto a tutte le controriforme e alle missioni militari degli ultimi anni. A differenza che in Italia è esistita infatti in Germania un’opposizione di sinistra a governi dove la socialdemocrazia ha sistematicamente portato avanti politiche liberiste e di guerra. Questa è la spiegazione del successo e non certo la fusione in sé dei due partiti alla sinistra dell’Spd.

Dalla sua fondazione il partito ha visto un aumento degli iscritti: ne ha ora 76 mila. La crescita viene soprattutto dai Länder occidentali, dove in passato la Pds, vista come un partito compromesso col passato stalinista dell’Est, è stata sempre particolarmente debole. Nei territori orientali, invece, si registra un calo di iscritti poiché le nuove iscrizioni non sono sufficienti a contrastare il calo tendenziale dovuto semplicemente ai decessi dei vecchi iscritti provenienti dalla Sed. Oggi pertanto la Linke è sempre meno un partito “orientale”, gli iscritti dei Länder orientali (Berlino inclusa) sono ancora il 65%, ma solo nel 2006 erano il 78%. Al contrario nei Länder occidentali l’aumento degli iscritti tra il 2006 e il 2008 è del 77% (vedi tabella 2). La Linke è inoltre ufficialmente il partito tedesco con la maggior composizione femminile (37,7% degli iscritti/e).

Nel programma del partito troviamo proposte come l’abolizione delle leggi Hartz IV, un salario orario minimo di 10 euro, aumento delle tasse sui redditi e patrimoni dei superricchi, riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, no alla privatizzazione del sistema sanitario ed educativo, ritiro dall’Afghanistan, chiusura delle centrali nucleari.

Tuttavia alcuni passi indietro nell’ultimo programma elettorale del partito si sono registrati, dovuti alla crescente influenza che l’ala dei cosiddetti “realisti”, ovvero la schiera di amministratori a livello locale, ha nel partito. Così, ad esempio, l’abbassamento dell’età minima per la pensione a 60 anni è stata eliminata dal programma; non si parla più di scioglimento della Nato, ma di sua sostituzione con un “sistema di sicurezza collettiva” di cui faccia parte anche la Russia; il rifiuto delle missioni militari si limita a quelle che “violano i diritti dei popoli”. Nel capitolo sulla democratizzazione dell’economia si propone la partecipazione azionaria obbligatoria dei dipendenti al 49% nelle grandi imprese. Questa proposta è molto pericolosa per due motivi: da una parte in tempi di crisi porta ad una partecipazione alle perdite, dall’altra conduce alla concorrenza tra lavoratori e a conseguenti divisioni tra la classe operaia. Oskar Lafontaine ha precisato in un’intervista che il partito è contrario alla proposta delle nazionalizzazioni.


Una ricetta per la lotta di classe

E' falso che ci troviamo di fronte ad uno spostamento a destra della società tedesca. Al di là del calo dell’estrema destra (Npd, Republikaner e Dvu raggiungono appena il 2% tutti assieme, perdendo sia in termini percentuali che assoluti) la perdita di 2 milioni di voti della Cdu/Csu non è neppure interamente compensata dai 1.700.000 voti guadagnati dall’Fdp. Il successo di questo partito, apertamente padronale, si spiega con l’idea forte che esso propone e con l’illusione che, avendo più potere e mani libere, i capitalisti rimetterranno in sesto l’economia. Gli esponenti del ceto medio e quei lavoratori che l’hanno votato (si calcola che l’Fdp abbia guadagnato mezzo milione dei 6 milioni di voti persi dall’Spd) si pentiranno amaramente di questa scelta. Presentandosi come l’unico vero vincitore di queste elezioni nel nuovo governo, l’Fdp andrà all’incasso imponendo le misure antioperaie del suo programma: privatizzazioni (a partire dall’assicurazione sanitaria e pensionistica), riduzioni fiscali per le imprese e i redditi alti compensate da un ulteriore aumento dell’Iva, tagli allo stato sociale, indebolimento delle norme che proteggono il lavoratore dal licenziamento. Questo è quanto si nasconde dentro la propaganda dei liberali per una società più “meritocratica”. Si tratta in sintesi di far pagare il costo della crisi alla classe lavoratrice. La politica di corteggiamento (più a parole che nei fatti) dei sindacati, portata avanti da Angela Merkel allo scopo di sottrarre voti all’Spd, sarà presto abbandonata per far posto al volto duro del nuovo governo di destra. Una ricetta perfetta per la lotta di classe nel cuore dell’Europa.

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