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Lotta di classe al lunedì ...e tanto altro ancora negli altri giorni della settimana


“Klassenkampf am Montag”, lotta di classe al lunedì. Così il settimanale Der Spiegel ha descritto le manifestazioni che quest’estate, ogni lunedì, si sono organizzate contro le politiche governative di sacrifici e controriforma sociale, il famigerato pacchetto Hartz IV, in centinaia di città in tutta la Germania. Il nome del pacchetto di “riforme” viene dal presidente dell’apposita commissione governativa, Peter Hartz, che, guarda caso, è anche il direttore delle risorse umane della Volkswagen.

Nel mese di luglio, la protesta è partita da decine di migliaia di lavoratori scesi in piazza nelle città, grandi e piccole, della ex Germania Est, e si è presto allargata anche alle città della Germania ovest.

All’inizio si è trattato, fondamentalmente, di una ondata di protesta spontanea, tanto insolita quanto estremamente significativa, trattandosi della tanto organizzata e “disciplinata” Germania. L’ondata di protesta è stata scatenata dalla rabbia di un ex ferroviere del Magdeburgo, che si è fotocopiato in proprio ed ha attaccato dappertutto un manifesto con su scritto: “Se siete come me contrari alle nuove misure contro i disoccupati venite a protestare lunedì prossimo 19 luglio”.

All’inizio si sono trovati in poche centinaia, probabilmente sorpresi dalla loro stessa audacia e dall’eco che stavano avendo le manifestazioni. Un’eco tale da rendersi conto molto presto di non essere soli nella loro protesta. Nei giorni successivi la scintilla ha incendiato tutto il paese.

Verso la fine di agosto, più di 100mila persone, in più di 200 città, a Est come ad Ovest, nel nord e nel sud del paese, hanno partecipato alle manifestazioni, con il sostegno dei sindacati locali, della Pds e di Oskar Lafontaine, leader della sinistra Spd. Nello stesso tempo, anche i demagoghi razzisti e neofascisti della Npd e della Dvu hanno, opportunisticamente, cavalcato l’onda della protesta, dichiarandosi anch’essi contro “Hartz IV”, solo per guadagnare consenso in vista delle elezioni nei laender orientali della Sassonia e del Brandeburgo.

Dalla metà di settembre, l’ondata di protesta ha raggiunto livelli elevatissimi, con manifestazioni in 222 località, e il 2 ottobre c’è stata una manifestazione nazionale dove si sono incontrati gli attivisti delle diverse manifestazioni del lunedì locali.

Il massacro sociale in corso

Le controriforme proposte dal governo socialdemocratico di Gerhard Schröder che consistono, di fatto, nello smantellamento dello stato sociale costruito dopo la seconda guerra mondiale, sono parte di un pacchetto di riforme del cosiddetto “mercato” del lavoro che dovrebbero rilanciare l’indebolita economia tedesca e la sua capacità di competere con il resto del mondo.

Con la nuova legge, i disoccupati di lungo periodo dovranno accettare qualunque lavoro venga loro proposto ed acconsentire a trasferirsi in qualunque parte del paese, altrimenti perderanno, in parte o del tutto, il sussidio. Inoltre, molti disoccupati di lungo periodo saranno ricattati dalla trappola dei “Lavori a un euro”, presentati come una sorta di lavori socialmente utili, ma che in realtà nascondono l’abuso su questi lavoratori che verrebbero impiegati come crumiri, senza alcun diritto sindacale, per mettere in difficoltà il sindacato ed i contratti collettivi.

Questi drastici cambiamenti riguardano 1.600.000 tedeschi già disoccupati da più di un anno, più un altro milione di percettori del sussidio da meno di un anno. Già adesso, il timore di essere colpiti da queste riforme sta avendo effetti drammatici per cui, in moltissimi casi, i disoccupati stanno accettando paghe da fame pur di avere un straccio di lavoro entro il 31 dicembre, quando la riforma entrerà in vigore.

Sono in molti ad essere convinti che queste misure renderanno la vita dei disoccupati un vero inferno, pertanto non è un caso che la maggioranza dei tedeschi sostenga le manifestazioni. Un sondaggio dell’istituto Forsa riporta al 71% il sostegno dei tedeschi alle manifestazioni, contro un 25% che non le approva.

Non è un caso neppure che il centro della protesta sia nella Germania orientale. A quindici anni dalla caduta del muro, la disoccupazione nella ex Germania Est è il doppio, a volte anche il triplo, rispetto alle regioni occidentali. Questo è il risultato della completa distruzione di interi settori industriali della ex Ddr a seguito dell’introduzione del capitalismo. Intere regioni orientali si sono spopolate, in quanto i più giovani ed istruiti sono emigrati per cercare lavoro ad Ovest, lasciando nelle zone di provenienza solo le generazioni più anziane. In più, i salari sono, in media, ancora più bassi ad Est che ad Ovest. La miseria generalizzata, insieme alla sensazione di essere stati traditi da promesse mai mantenute, alimenta la protesta in città importanti come Lipsia, Dresda, Berlino e molte altre.

I media borghesi, supportati dai “saggi” consigli di ogni sorta di professori universitari, danno la colpa di tutto ai lavoratori della ex Germania Est, sfoggiando improbabili analisi di psicologia sociale. L’ex capo della commissione nazionale d’inchiesta sulla polizia segreta della Ddr (la famigerata Stasi), Joachim Gauck, ha dichiarato che il problema sta nel fatto che “in Germania Est non hanno capito che cosa significhi essere cittadini invece che sudditi”. E continua: “gli anni di socialismo hanno reso difficile la comprensione del fatto che bisogna accettare non solo i benefici del vivere in una società libera e democratica, ma anche le responsabilità. Nella Ddr, era lo stato a prendersi cura dei bisogni delle persone, dagli asili, alle scuole, al lavoro, la casa, perfino le vacanze”.

Con questa propaganda perversa, i media, i padroni ed il governo stanno cercando di dividere i lavoratori dell’Est da quelli dell’Ovest. Nonostante questo, però, è senz’altro vero che le recenti proteste sono il punto di approdo del risentimento seguito alla riunificazione ed al continuo sentirsi cittadini di seconda classe da parte dei tedeschi orientali. Allo stesso tempo, le manifestazioni sono un punto di riferimento per tutte le tensioni striscianti che investono la società tedesca nel suo complesso.

L’eco di una grande crisi sociale pervade ogni ambito sociale in Germania. Un senso diffuso di declino si è impadronito dell’intera economia, e tre anni di crescita zero, con una ripresa quanto meno traballante, 4.600.000 disoccupati ed il disavanzo di bilancio in forte crescita sono lì a confermarlo. La Germania sta diventando il grande malato europeo; da qui l’attacco padronale senza precedenti contro i lavoratori industriali, i loro salari e le condizioni di lavoro. I settori chiave dell’economia tedesca accusano sempre di più il peso della competizione internazionale.

La “controrivoluzione” sui luoghi di lavoro

Tutto è cominciato dal gigante dell’elettronica Siemens, che ha costretto i lavoratori di alcuni suoi stabilimenti a ritornare alla settimana lavorativa di quaranta ore. Se i lavoratori si fossero rifiutati, Siemens minacciava di spostare la produzione in altri paesi dell’est europeo, dove i salari sono sensibilmente più bassi. L’attacco di Siemens viene esattamente a vent’anni dai primi passi decisivi del potente sindacato metalmeccamico IG-Metall per la conquista delle 35 ore, dopo uno sciopero durato sei settimane.

Siemens non è un’eccezione. Circa cento società, in diversi settori, hanno intavolato trattative con i rappresentanti sindacali per ottenere l’allungamento dell’orario lavorativo, in alcuni casi perfino senza aumenti salariali, offrendo in cambio la promessa di non licenziare. Addirittura, in alcuni casi, i padroni non si sono fermati a 40 ore settimanali, arrivando a chiederne fino a 50! Una società del settore alimentare ha addirittura introdotto orari settimanali di 60 ore su sei giorni.

Anche la società automobilistica DaimlerChrysler è passata all’offensiva quest’estate, chiedendo riduzioni di costi per 500 milioni di euro. I padroni hanno scelto lo stabilimento di Sindelfingen, con 40mila lavoratori ben organizzati e compatti, come laboratorio per i loro esperimenti, per vedere fino a che punto potevano spingersi. Immediatamente 60mila lavoratori sono scesi in sciopero in tutti gli stabilimenti DaimlerChrysler, in tutta la Germania, contro questi vergognosi attacchi. Purtroppo, nonostante questo, i dirigenti sindacali hanno firmato un accordo che prevede esattamente le condizioni contro le quali i lavoratori si erano mobilitati. In cambio hanno ottenuto la “sicurezza” del posto di lavoro fino al 2012.

Anche il più grande produttore tedesco di automobili, Volkswagen (VW), sta costringendo i lavoratori a tirare la cinghia. Il management di VW ha chiesto il congelamento degli aumenti salariali per i prossimi due anni ed un 30% di riduzione dei costi, mentre, dall’altra parte, l’Ig-Metall chiedeva la sicurezza del posto di lavoro fino al 2010 ed un aumento salariale del 4%. Alla fine, l’Ig-Metall ha rifiutato il pacchetto di misure di austerità. In generale, i dirigenti sindacali stanno disperatamente cercando di tenersi aggrappati al vecchio sistema di cogestione, il “Mitbestimmung”, che i padroni hanno abbandonato molto tempo fa per lanciarsi nello scontro aperto, frontale, senza precedenti, con il movimento operaio, tanto che la gran parte dei sindacalisti è rimasta del tutto spiazzata dall’offensiva padronale.

Le ferrovie dello stato tedesche, Deutsche Bahn AG, sono tra le ultime società ad avere presentato piani di allungamento della settimana lavorativa, dalle attuali 38,5 a 40 ore, senza alcun aumento salariale. In cambio promettono di non annunciare altri esuberi.

La Spd si divide

I colpi della crisi si abbattono su tutta la società tedesca. I socialdemocratici della Spd, il partito del cancelliere Schroeder, stanno attraversando la più grave crisi dagli anni ’30. Dal 1998 ad oggi, il partito ha perso 200mila iscritti attestandosi attorno ai 600mila.

Il disagio e l’insoddisfazione dei militanti dell’Spd si sono chiaramente manifestati nell’episodio recente di un gruppo di sindacalisti bavaresi che con una lettera aperta molto critica, in cui chiedevano una maggiore attenzione alla giustizia sociale, hanno avuto un’eco inaspettata. Il gruppo minacciava di formare un nuovo partito in occasione delle elezioni del 2006. Il loro obiettivo dichiarato era quello di recuperare tutti i voti persi dall’Spd in questi ultimi anni. L’apparato, in mano alla destra, ha immediatamente reagito espellendo i membri del gruppo che, così, sono diventati degli eroi agli occhi dei militanti.

Questi compagni vengono visti in lotta aperta contro la direzione di destra del partito ma, al momento, la nuova formazione politica che hanno fondato, il Wasg (Alternativa Elettorale per il Lavoro e la Giustizia Sociale), non ha ancora sviluppato una coerente alternativa di classe alle controriforme di Gerhard Schroeder. Il loro programma si limita ad un appello sognante sui bei vecchi tempi (gli anni ’70) quando il cancelliere e il segretario del partito era Willy Brandt.

Nell’attuale crisi del capitalismo tedesco, qualunque lotta per delle vere riforme, anche solo limitata a difendere i diritti acquisiti, deve inevitabilmente fare i conti con la natura stessa del capitalismo. Per questo è necessario che si vada oltre il programma degli anni ’70, e lottare per sconfiggere il capitalismo tedesco, per una alternativa socialista.

Se il governo attuale dovesse durare fino alla scadenza naturale della legislatura, nel 2006, nonostante la sua debolezza, il Wasg potrebbe ottenere un certo sostegno. Il problema, tuttavia, è che si limita ad essere una versione un po’ più a sinistra della Spd. Se c’è una cosa di cui la classe operaia tedesca non ha bisogno è di un terzo partito riformista oltre a quelli che ha già (la Spd e la Pds).

La Spd prende una serie di batoste elettorali

Un buon barometro del crescente malcontento verso le politiche antipopolari di smantellamento dello stato sociale sono i risultati della Spd nelle recenti elezioni regionali. Il 5 settembre, nelle elezioni della Saar, i socialdemocratici hanno subito la più grossa sconfitta da 40 anni a questa parte. Anche la più superficiale delle analisi non lascia spazio a dubbi: la base operaia della Spd, il suo naturale bacino elettorale, ha manifestato la sua rabbia contro le “riforme” dello stato sociale. In un quadro generale di forte astensionismo, la Spd ha perso un terzo dei voti, passando dal 44,4% delle elezioni precedenti ad un misero 30,8: il peggior risultato dal 1960. Le elezioni le ha vinte la destra (la Cdu) ritornando al potere nella regione con il 47,5% dei voti. Tuttavia, non sarebbe corretto concludere che ci sia stato un massiccio spostamento a destra nella regione, in quanto il guadagno percentuale della Cdu si limita a due punti in più rispetto a cinque anni fa. Inoltre, se si considera che l’affluenza alle urne è passata dal quasi 69% del 1999 al 55,6%, si capisce bene come la Cdu non abbia, in termini assoluti, ottenuto più voti. Il risultato più chiaro è, dunque, il forte astensionismo da parte degli elettori della Spd, rimasti a casa piuttosto che andare a votare la Cdu: elettori di sinistra che non hanno trovato alcuna espressione politica nei partiti esistenti

Nei laender orientali del Brandeburgo e della Sassonia la Cdu e la Spd hanno perso sia in termini relativi che in termini assoluti. Nelle elezioni del 26 settembre nella Westfalia - Renania del Nord, il laender più popoloso della Germania, storica roccaforte Spd si aspettava una grossa sconfitta ed è arrivata. In Sassonia e nel Brandeburgo, importanti settori operai e di disoccupati hanno orientato il loro voto verso la Pds, che ha ottenuto un risultato molto importante, attestandosi attorno al 26%. In definitiva, se questa tendenza dovesse essere confermata si prospettano tempi duri per la Spd.

Preoccupante è il risultato della Npd, un partito neofascista, che per la prima volta è riuscito a varcare la soglia del 5%, ed essere così rappresentato nel parlamento regionale. La Npd ha ottenuto il 9% sulla base di un programma apertamente razzista (Grenzen Dicht! - Chiudere i confini!) farcito di demagogia sociale (Contro il pacchetto Hartz!). Sono così riusciti ad attirare un certo elettorato composto principalmente di giovani, disoccupati, prevalentemente maschi. Questo risultato deve chiaramente risuonare come un campanello d’allarme per la classe operaia e le sue organizzazioni. Il voto per la Npd è il prodotto diretto delle controriforme della Spd e dei suoi dirigenti. Se quanto rimane della sinistra Spd, la Pds ed i sindacati non forniscono un’alternativa credibile per il cambiamento radicale della situazione sociale, parte dell’elettorato potrebbe essere tentato dalle sirene della demagogia razzista.

Il fenomeno non è nuovo, lo abbiamo già visto nelle affermazioni dell’estrema destra in altri paesi europei. Si tratta di un insieme di malessere sociale e mancanza di combattività delle organizzazioni del movimento operaio: quando si vedono i leader delle cosiddette sinistre portare avanti le stesse politiche dei partiti di destra, si crea inevitabilmente uno spazio politico per l’estrema destra bigotta, razzista e sciovinista.

Ma questo non significa affatto che ci sia una tendenza inarrestabile verso l’affermazione dei neonazisti in Germania. Secondo un sondaggio realizzato lo scorso agosto, l’idea del socialismo è ancora popolare: più di tre quarti degli intervistati nell’Est hanno un’opinione positiva del socialismo, ma (correttamente) ritengono che sia stato messo in pratica in maniera sbagliata. Perfino nella ex Germania Ovest un 50% degli intervistati la pensa in questo modo. Dunque oggi, in Germania, c’è spazio per genuine idee socialiste. Inoltre, come in altri paesi, il successo dell’estrema destra è da ritenersi un fenomeno temporaneo, non una chiara e pesante svolta a destra. Non appena il potente movimento operaio tedesco comincerà a mostrare i muscoli questo sarà chiaro a tutti.

Un’altra cosa deve essere ben chiara a tutti: la Germania sta cambiando rapidamente. Il modello dell’armonia sociale e del cosiddetto capitalismo dal volto umano è stato spezzato dalla crisi mondiale del capitalismo. Il presente ed il futuro vedono una forte polarizzazione sociale e un intensificarsi della lotta di classe in cui il capitalismo mostrerà il suo vero orribile volto. Ed i lavoratori tedeschi si mobiliteranno contro questo, come hanno fatto molte altre volte in passato.

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