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Effetti nefasti del governismo


“I Giovani Comunisti sapranno praticare la propria autonomia”: questo è il ritornello che i dirigenti del gruppo di maggioranza sono andati ripetendo di assemblea in assemblea durante la Terza Conferenza nazionale dei Giovani comunisti. Come sempre se ti fai la domanda sbagliata, avrai la risposta sbagliata. La questione non è se i Giovani Comunisti (Gc) debbano o meno essere autonomi. La domanda è: da che cosa è necessario che siano autonomi?


3° Conferenza dei Giovani Comunisti

Se la linea attuale del Partito fosse corretta - e questo è quello che pensano i dirigenti dei Gc - non avrebbe alcun senso rivendicare la propria autonomia. Al contrario sarebbe necessario rivendicare la propria totale adesione. E questa è in ultima analisi l’essenza del primo documento: la piena conferma della svolta governista del partito. Con l’apparire, tuttavia, dei primi imbarazzanti frutti di simile svolta, gli stessi dirigenti del primo documento hanno dovuto iniziare a ricordare l’esistenza dell’autonomia dell’organizzazione giovanile. Il ragionamento potrebbe essere sintetizzato così: “Vi chiediamo di confermare la correttezza della svolta governista, di aderirvi anche col voto in questa conferenza. Tuttavia se notaste qualche crepa di troppo nella linea, vi ricordiamo che in un tempo lontano e in un luogo non definito noi sapremo praticare la nostra autonomia”. Della serie: salite sulla nave che imbarca acqua e ammirate le invisibili scialuppe di salvataggio.


Lo slittamento verso destra


Per quanto ci riguarda la necessità dell’autonomia dei Gc parte proprio dalla valutazione negativa che facciamo della linea complessiva di Rifondazione. Una linea che ha reso prima di tutto il partito non autonomo dall’Unione. Quale altra spiegazione si può dare altrimenti alla vicenda del voto sul rifinanziamento della missione in Afghanistan?

Il Cpn, massimo organismo del Partito, ha appena bocciato una mozione contro il rifinanziamento della guerra in Afghanistan che fino a poco tempo fa sarebbe stata approvata per acclamazione. Delle due l’una: o i dirigenti del nostro partito sono diventati improvvisamente favorevoli alla guerra in Afghanistan oppure non sono autonomi e liberi di votarvi contro in Parlamento. Tra queste due alternative esiste comunque un confine estremamente labile.

Dalle prime conferenze ad oggi (un mese circa) la posizione dei compagni del primo documento ha subito una torsione notevole. Si è passati dalla lotta alla guerra senza sé e senza ma, alla difesa della “buona mediazione” raggiunta dal Governo sull’Afghanistan. Al risultato del ritiro delle truppe dall’Iraq, si andrebbe sommando infatti una politica di “riduzione del danno” in Afghanistan.

Nelle conferenze iniziano a riecheggiare argomentazioni del tipo: “l’Afghanistan è diverso dall’Iraq perché è una missione multilaterale” oppure “la politica è l’arte del compromesso”. Immaginiamo che se si è mediato sull’Afghanistan, si troverà una mediazione anche sulla prossima finanziaria di lacrime e sangue, sulla legge 30 e così via. Accettata una volta, la logica del “meno peggio” inizia a fare il suo corso incatenando il partito ed accompagnandolo di giorno in giorno verso destra.

La realtà è che siamo entrati nell’Unione per influenzarla ed è invece il partito che ne è già oggi fortemente influenzato.


Fra la via Emilia e il west


Se lo stato di un’organizzazione si valutasse dalla capacità di svolgere il proprio congresso, questa conferenza non può che confermare lo stato di estrema difficoltà in cui si trovano i Giovani Comunisti. La partecipazione al voto è stata finora alta, oscillando attorno al 50% degli aventi diritto al voto. Un dato apparentemente positivo che nasconde in realtà dinamiche che di positivo hanno ben poco. In alcune federazioni abbiamo assistito ad un rigonfiamento del tesseramento a pochi giorni dal voto. In altre ad una sproporzione enorme tra i partecipanti al dibattito e il numero finale dei votanti con casi in cui a dieci partecipanti al dibattito corrispondeva quasi un centinaio di presenti al momento del voto. Se simili dinamiche, che altro non sapremmo definire se non come cammellaggio, sono state praticate principalmente dalla maggioranza, non sono state loro monopolio esclusivo. Abbiamo potuto osservare più di una minoranza cimentarsi sia nella disciplina del rigonfiamento delle tessere sia in quella del cammellaggio spinto. Ed il guaio è che in più d’un caso questo è stato teorizzato come “necessità di legittima difesa”.

Lo vogliamo dire chiaramente: cari compagni, con queste pratiche forse potrete mantenere il controllo di questa o quella federazione, forse potrete difendere il vostro risultato percentuale all’interno della conferenza, ma non costruirete mai nulla. Al contrario al momento opportuno tutto quello che avete contribuito a creare vi si rivolterà contro.

I compagni dell’Ernesto, ad esempio, hanno potuto mantenere il controllo della federazione di Bologna conducendo una guerra spalla a spalla con la maggioranza a colpi di tessere, tanto che a fronte di 166 iscritti Gc nel 2005 si è arrivati ad avere circa 330 aventi diritto al voto nel giro di due settimane. È stata così giustificata una conferenza vergognosa in nome della “legittima difesa” della propria maggioranza a Bologna. Vorremmo ricordare, tuttavia, che lo stesso meccanismo fu portato avanti nella scorsa conferenza a Reggio Calabria quattro anni fa.

L’Ernesto mantenne il controllo dei Gc reggini grazie ad una guerra a colpi di cammelli con il primo documento. Che cosa è rimasto oggi di tutto quello? È stato sufficiente che i dirigenti dei Gc reggini decidessero di passare dal secondo al primo documento perché quel “pacchetto di voti” si spostasse interamente da un documento all’altro. Degli 84 voti presi dall’Ernesto nel 2002 a Reggio Calabria, oggi ne rimane solo 1!

11-07-2006 

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