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Dopo la crisi della Disobbedienza,
la svolta è necessaria

Nelle ultime settimane la resistenza irachena ha assunto chiaramente dimensioni di massa. Come si pone un simile avvenimento nello schema tracciato dalle ultime teorizzazioni sulla non violenza del nostro partito? Secondo la concezione della spirale guerra-terrorismo, sviluppata a più riprese da convegni e articoli su Liberazione, qualsiasi azione violenta è destinata oggi a sfociare in guerra o terrorismo, ragione per cui ai comunisti non rimane che l’opzione non violenta.

Tale concezione pacifista non può che portare in ultima istanza a sviluppare una posizione di neutralità rispetto allo scontro in Iraq, partendo dall’idea che entrambe le parti in lotta usano mezzi violenti. Fino ad oggi il partito non ha mai negato in astratto il diritto di un popolo a difendersi, ma si è guardato bene dallo sviluppare coerentemente simile posizione riguardo agli avvenimenti in Iraq. Il 6 aprile Bertinotti ha rilasciato una dichiarazione su Liberazione dal titolo “Sull’orlo del baratro” che ci pare significativa. Ciò che succede in Iraq viene classificato come un “conflitto di civiltà”, che imporrebbe “alla cultura della pace” di richiedere “che l’Europa si pronunci per il ritiro immediato delle forze di occupazione e per l’intervento dell’Onu come forza di pace capace di ricostruire condizioni di convivenza civile che portino al governo democratico del paese”. Ma dove e quando Onu e Europa hanno portato a “condizioni di convivenza civile”? Somalia, Bosnia, Kosovo, Afghanistan, lo stesso Iraq, non ci hanno insegnato nulla?


Quello che sta succedendo in Iraq è ben diverso da “un conflitto di civiltà”. Si tratta di una resistenza con dimensioni di massa di un popolo contro l’occupazione militare che niente ha a che vedere con i brutali attentati terroristici come quello di Madrid. Innanzitutto da giorni le truppe d’occupazione sono costrette ad ingaggiare vere e proprie battaglie in campo aperto per il controllo di intere città. Un simile scenario non può essere determinato semplicemente dall’azione sparuta ma ben coordinata di qualche gruppo fondamentalista. Può essere provocato soltanto da un vero e proprio moto insurrezionale. In secondo luogo non stiamo assistendo ad una insurrezione su basi religiose: il popolo iracheno sta lottando contro l’occupazione militare e contro la svendita del paese alle multinazionali straniere. Ovviamente personaggi come Al Sadr sono stati presi come punto di riferimento in prima battuta dalle masse irachene insorte. Ma quale lotta anti-imperialista storicamente è nata pronta e finita già dotata di un programma comunista?


Se la resistenza irachena è influenzata da posizioni religiose non è perché si tratta in sé di un “conflitto di civiltà”, ma perché agli occhi delle masse solo personaggi come Al Sadr sembrano appoggiare risolutamente la lotta di liberazione nazionale. A dimostrazione di questo, l’atteggiamento della resistenza è ben diverso nei confronti delle principali autorità religiose islamiche che in realtà finora hanno tenuto un atteggiamento di collaborazione con gli occupanti. Lo stesso Al Sadr per intercettare il reale stato d’animo degli insorti ha dovuto fare un appello all’unità degli iracheni sunniti e sciiti contro l’invasore e ha dato indicazione al proprio movimento di sostituire le proprie bandiere verdi con quella irachena.


L’influenza comunque di simili personaggi sarà tanto più forte quanto i comunisti si manterranno un posizione di neutralità, di appello al “diritto internazionale” o peggio (come nel caso del partito comunista iracheno) di collaborazione con gli occupanti.


Per quanto riguarda l’Onu, poi, non è escluso che lo stesso imperialismo arrivi a riesumarne il cadavere. Di fronte alle difficoltà economiche, politiche e militari, gli stessi Stati Uniti hanno già aumentato le pressioni sui propri alleati perché si accollino parte dell’occupazione militare, in cambio ovviamente di una parte dei profitti della ricostruzione bellica. Tuttavia questo non sembra ancora sufficiente. La sconfitta di Aznar in Spagna, le crescenti difficoltà di Berlusconi, Blair e dello stesso Bush, potrebbero convincere l’imperialismo a correre ai ripari dando una più efficace mascheratura “umanitaria” e “democratica” all’occupazione militare attraverso il ritorno in campo dell’Onu, sulla linea di quanto fecero in Bosnia e Kosovo. “Onu, coinvolgimento dell’Europa e collaborazione internazionale” al posto dell’unilateralismo Usa, saranno le nuove parole d’ordine, puntualmente riprese dai vari Fassino e D’Alema. Non si tratterebbe della vittoria della pace sulla guerra, ma della sostituzione di una ipocrisia più raffinata sulla plateale arroganza di Bush.


La realtà è che a poche settimane dalla loro elaborazione, le teorie pacifiste propagandate dalla nostra direzione trovano una sconfessione senza appello proprio di fronte agli avvenimenti in Iraq. Come comunisti non possiamo mettere sulla stesso piano la violenza, indipendentemente se essa arrivi dagli oppressi o dagli oppressori. Per questo appoggiamo senza remore la resistenza irachena e ci battiamo per un suo sviluppo di massa e rivoluzionario.


La situazione in Iraq non è destinata a chiudersi a breve. L’imperialismo americano vi è rimasto impantanato. Non può ritirarsi perché darebbe una prova delle proprie debolezze. Reagirà quindi mandando più truppe, come già annunciato da Bush. Ma questo lungi dal pacificare il paese porrà le basi per un’ulteriore escalation. Le difficoltà dell’imperialismo americano in Iraq hanno conseguenze potenzialmente rivoluzionarie. Un intervento militare nato per stabilizzare la situazione internazionale si trasformerà in una ulteriore fonte di instabilità politica a livello mondiale. Ciascuno dei paesi coinvolto militarmente vedrà delle ripercussioni politiche al proprio interno. La Spagna è stato solo il primo esempio di questo processo.


Lo sviluppo delle mobilitazioni e la crisi delle strutture no global


A due anni di distanza dalla nostra Conferenza Nazionale non è nostra intenzione ripetere pari pari quel dibattito, saranno sufficienti poche domande: dove sono finiti i Social Forum, il Laboratorio Nazionale Disobbediente, la campagna per la Tobin Tax?


In quale stato si trovano organizzazioni cresciute sull’onda di Genova 2001 come Attac o la Rete di Lilliput? La realtà è che ognuna delle strutture organizzate del movimento no global è oggi in crisi o in disgregazione. Questo è ammesso anche dai nostri stessi vertici che parlano di “crisi degli spazi e delle strutture del movimento” ma non di “crisi del movimento”, come dimostra la grande manifestazione del 20 marzo.


E’ indubbio che le mobilitazioni siano cresciute per estensione, ma soprattutto in qualità e radicalità. Ma è altrettanto evidente che tutte le concezioni, le strutture ed i gruppi organizzati, i metodi da cui abbiamo proposto di farci contaminare sono risultati inefficaci e sono andati in crisi proprio di fronte agli sviluppi del movimento reale. Le mobilitazioni si sono sviluppate ma non attraverso quei canali a cui guardavamo e dove avevamo riposto tutta la nostra fiducia. Lo stesso Laboratorio dei Disobbedienti, nato da un’alleanza tra noi e settori di centri sociali, senza alcuna base politica se non quella della ricerca della visibilità, si è spaccato tra le recriminazioni reciproche delle sue principali componenti.


Negli ultimi mesi in particolare abbiamo assistito ad un’esplosione di lotte politiche e sindacali: dagli autoferrotranvieri, fino ai ricercatori universitari, passando per le acciaierie di Terni, di Cornigliano o le lotte della Basilicata. Si tratta di episodi significativi. La durezza dei metodi utilizzati in queste mobilitazioni (picchetti, blocchi stradali, scioperi improvvisi) dimostrano l’esistenza non solo di una diffusa volontà di lotta ma anche di una ricerca spasmodica di quelle strutture, quei programmi, quei metodi che permettano a tale lotta di essere vittoriosa. Questo tipo di mobilitazioni sono in profondo contrasto con l’attuale politica dei vertici del movimento operaio: la Cgil continua la propria marcia di riavvicinamento a Cisl e Uil, alternandola a scioperi generali convocati a distanza di mesi come valvola di sfogo dello scontento che cova nelle aziende. I dirigenti della maggioranza Ds continuano il proprio spostamento a destra convinti che in nome della necessità di battere Berlusconi tutto gli verrà perdonato.


Ciò che è successo a Terni o all’Atm di Milano può ripetersi domani in ogni posto di lavoro. Di fronte a questa situazione dobbiamo uscire dagli interventi testimoniali in cui (quando va bene) come una compagnia di giro presenziamo oggi a quel corteo, domani a quello sciopero, senza che questo lasci nulla di costruito. Il problema che ci si pone è quello di lavorare perché tali mobilitazioni abbiano un corrispondente sbocco politico. Mai come oggi un orientamento sistematico ai posti di lavoro (dai supermercati, ai call center, passando per le aziende metalmeccaniche) per radicarvi la nostra organizzazione può darci rapidi risultati.


Tale lavoro non potrà che essere fatto abbandonando qualsiasi diplomazia con le burocrazie sindacali. In questo senso è particolarmente grave che la maggioranza del partito non abbia deciso di presentare un documento della sinistra sindacale al prossimo Congresso Fiom. E’ stata esemplare invece la campagna portata avanti da alcuni compagni metalmeccanici del partito, tra cui diversi Giovani Comunisti, prima perché vi fosse un documento della sinistra sindacale nel Congresso Fiom, ed oggi per sostenere nelle fabbriche un emendamento critico al documento della maggioranza Fiom. Tale campagna deve avere l’appoggio dei Giovani Comunisti ed è l’unica che oggi ad esempio tra i metalmeccanici ci permetta di intervenire con un profilo indipendente davanti ai cancelli delle aziende e nelle assemblee sindacali congressuali.


Le campagne per l’abolizione del precariato, per la reintroduzione della scala mobile contro l’aumento del costo della vita, per la nazionalizzazione delle aziende in crisi, per la riduzione dell’orario di lavoro devono cessare di essere pure campagne di propaganda, magari condite da qualche manifestazione annuale o da qualche forum tematico, e diventare uno strumento per organizzare una nostra base militante direttamente nei posti di lavoro.


Di svolta in svolta


Nonostante le enormi manifestazioni sviluppatesi negli ultimi anni, il partito si trova in uno stato di difficoltà, con un costante calo degli iscritti ed una riduzione della militanza attiva. La situazione non è molto differente per l’organizzazione giovanile. Potremmo citare diverse federazioni dove lo stato dei coordinamenti provinciali è vegetativo. Uno fra tanti il caso di Milano, una delle principali federazioni d’Italia, dove dalla Conferenza del luglio del 2002 non è mai stato eletto un coordinatore, nè è mai stato riunito solo una volta un attivo dei Giovani Comunisti. In tale federazione l’organizzazione giovanile è di fatto sciolta. Si tratta sicuramente di un caso limite, ma non isolato. Simile situazione non affonda le proprie radici in problemi organizzativi, ma ha cause profondamente politiche. L’orientamento all’area della Disobbedienza ha di fatto lasciato sospeso in aria la nostra organizzazione, impregnandola della logica della visibilità e delle azioni simboliche, e distogliendola dall’intervento nelle mobilitazioni di massa che pure si sono sviluppate, mentre le continue svolte e controsvolte della direzione hanno avuto un inevitabile effetto di disorientamento sulla militanza.


Dopo aver dichiarato la “rottura con Prodi” come atto fondativo della Rifondazione Comunista, con una svolta a 180 gradi i nostri dirigenti hanno improvvisamente annunciato che l’Ulivo è cambiato: ragione per cui non solo è necessario andare ad un’alleanza elettorale ma addirittura tale alleanza deve essere più organica di quella del 1996 (quindi con un’entrata effettiva nel Governo). Se l’Ulivo è cambiato in questi anni, è solo in peggio. Oggi i suoi vertici non hanno nemmeno il pudore di nascondere le loro reali posizioni: apertura alla riforma delle pensioni, sostegno pieno alle politiche di tagli dettate dall’Unione Europea, astensione sul rinnovo delle missioni militari in Kosovo e in Iraq, approfondimento del processo di privatizzazione di scuola e università, pieno sostegno alla precarizzazione del mondo del lavoro.


Come nel 1996, l’alleanza con l’Ulivo viene giustificata con la favola del partito “di lotta e di governo”. Come allora, ci si racconta che potremo condizionare l’alleanza governativa dall’interno facendo sponda con i movimenti che si svilupperanno nella società. Nella realtà gli unici ad essere condizionati saremo noi. Dopo aver contribuito a legittimare l’Ulivo come “l’unica alternativa possibile” a Berlusconi, ad ogni passo saremo accusati di far cadere il governo e di riconsegnare il paese alla destra.


Casi come quello di Genova (dove il nostro assessore accetta di costituirsi parte civile con la giunta di centro-sinistra contro i manifestanti dei giorni del G8) o come quello dell’Emilia Romagna e del Friuli Venezia Giulia (dove il nostro partito vota insieme al centrosinistra una legge di finanziamento alle scuole private) sono solo alcuni assaggi di quello che ci aspetta su scala più ampia.


Non ci sono dubbi che si svilupperanno movimenti di protesta anche contro la politica di un eventuale governo di centrosinistra, ma lungi dall’essere visti come la sponda di questi movimenti, saremo considerati una controparte tanto quanto il resto del Governo. O addirittura peggio: nella coalizione ci verrà dato il compito fondamentale di dialogare con le lotte sociali, con una precisa divisione dei compiti per cui l’Ulivo attacca le condizioni di vita di lavoratori, disoccupati e studenti, mentre noi vi diamo una copertura a sinistra .


Sviluppare il dibattito teorico e politico dei Giovani Comunisti


Tutto questo avviene all’interno di una continua revisione delle idee fondamentali del comunismo: dall’abbandono dell’idea della presa del potere, l’esaltazione del movimento senza un fine, la riduzione di stalinismo e bolscevismo all’unico concetto di “violenza”, la mancanza di qualsiasi riferimento di classe nelle nostre analisi, negazione del concetto di egemonia, di imperialismo. Accettato tutto questo, che cosa rimane del marxismo?


Esiste una contraddizione evidente tra le “nuove scoperte teoriche”, l’immane sforzo innovatore in cui la direzione si sente impegnata, e la totale assenza di discussione teorica e politica alla base dell’organizzazione. Le discussioni teoriche vengono lanciate direttamente sulle colonne dei giornali, da Liberazione fino a Repubblica, o in grandi convegni, mentre alla base del partito si consiglia il “saper fare”. Dibattiti chiave come quello sulla concezione marxista dello Stato, la natura dello stalinismo, la questione della violenza diventano così monopolio di chi può intervenire sulle colonne di Liberazione o del ceto intellettuale che affolla tavole rotonde e convegni. Così, mentre si annuncia la nuova forma di partito orizzontale e aperta, nella realtà si riproduce la più classica forma di divisione del lavoro tra elaborazione intellettuale e militanza di base. Il turn-over, il distacco, il calo della militanza sono il prezzo inevitabile di questo processo. La militanza non nasce dal nulla, ma dalla comprensione, discussione e condivisione delle scelte politiche del partito.


Per questo rivendichiamo in ogni riunione dei Giovani Comunisti discussioni politiche e teoriche sulle basi fondamentali del marxismo, per permettere una reale discussione attorno alle innovazioni teoriche sfornate dal gruppo dirigente. Tale livello di discussione non può essere considerato né una diversione dalla normale attività politica, né un’attività da relegare ogni tre o quattro anni a Congressi o conferenze.


Prospettive e compiti


L’attacco del governo e della classe dominante alle condizioni dei giovani non conosce praticamente eccezioni. La scuola vedrà inevitabilmente la rivolta degli studenti di fronte alla controriforma Moratti, una rivolta già annunciata dalle moblitazioni di insegnanti, genitori e alunni contro l’attacco al tempo pieno e alla scuola elementare. È della massima urgenza che i giovani comunisti tornino a lavorare sistematicamente verso le scuole e le università, che in questi anni sono state quasi completamente abbandonate


Il movimento dei ricercatori universitari ha visto diversi tentativi di dare vita a strutture nazionali di coordinamento. Al di là della riuscita più o meno parziale di questi tentativi, è giusto che avanziamo sistematicamente la proposta di coordinamenti democratici e rappresentativi di quei settori che si mobilitano contro l’attacco della Moratti.


Ma è anche necessario lavorare a costruire strutture permanenti di intervento e mobilitazione nelle scuole e nelle università, strutture che negli ultimi anni sono deperite o scomparse in moltissime realtà, ma che possono risorgere sull’onda delle mobilitazioni che inevitabilmente si svilupperanno nel prossimo periodo. Da questo punto di vista l’esperienza del Sindicato de Estudiantes spagnolo, in prima linea non solo nelle lotte in difesa del diritto allo studio, ma anche nella mobilitazione contro la guerra fino alle recenti manifestazioni che hanno preceduto la caduta del governo Aznar, rimane per noi un punto di riferimento fondamentale a cui si ispira il lavoro dei compagni che stanno costruendo la struttura dei Comitati in difesa della scuola pubblica e del Coordinamento studentesco universitario (Csp-Csu)


Il dilagare del precariato ha generato una risposta ormai diffusa, in particolare fra i giovani lavoratori, e numerose vertenze, processi di sindacalizzazione e di organizzazione. Ma la logica del “precario disobbediente” non fornisce una via efficace per intervenire in queste vertenze; l’azione che dura un giorno, la denuncia più o meno eclatante delle agenzie interinali non sono una strada percorribile per migliaia di precari che cercano un modo per organizzarsi e difendere i propri diritti giorno per giorno. Occorre anche la giusta dose di perseveranza e di pazienza, per costruire su un terreno che la nostra esperienza di dice essere particolarmente fecondo.


Più in generale, ci pare di importanza decisiva andare alla radice della svolta che investe oggi le nuove generazioni. Migliaia di giovani si affacciano alla partecipazione e alla militanza politica. Per la prima volta da trent’anni, migliaia di studenti, di lavoratori, disoccupati, le avanguardie di una generazione, sono aperti ad abbracciare una contestazione radicale di questa società, una visione rivoluzionaria.


I Giovani comunisti possono diventare un’organizzazione di massa solo se sapranno mettersi in sintonia con le aspirazioni profonde che muovono il risveglio di questa generazione.


Alla base di questo sconvolgimento c’è innanzitutto l’attacco frontale alle condizioni di lavoro, di studio, di vita delle nuove generazioni. Ma c’è anche la reazione agli avvenimenti mondiali, alla guerra innanzitutto, c’è la percezione, più o meno elaborata, della crisi complessiva della società capitalista, del declino e della barbarie che sono il frutto di questa crisi. Ci pare paradossale che ci avviciniamo a questa generazione, la prima dagli anni ’70 (perlomeno nel nostro paese) che vede la potenzialità di una vera politicizzazione di massa, nascondendo o annacquando la nostra natura di organizzazione comunista e rivoluzionaria.


Per dare risposte convincenti a questa ricerca di un’alternativa dobbiamo saper coniugare il lavoro paziente di costruzione dell’organizzazione dei giovani comunisti, di intervento nelle vertenze in tutti i luoghi dove il conflitto si sviluppa, con la capacità di indicare la prospettiva di una società libera dal profitto, di una società socialista.


Crediamo che queste debbano essere le nostre priorità a breve (sapendo che non esauriranno tutta l’attività che potremo e dovremo svolgere):


- sviluppare una campagna a tutto campo per il ritiro delle truppe dall’Iraq, abbandonando ogni posizione di neutralità tra la lotta di liberazione nazionale e le truppe di occupazione


- sviluppare una campagna internazionale di difesa della rivoluzione venezuelana: uno dei paesi con la situazione politica più avanzata, minacciato dalla prospettiva di un nuovo Cile 1973, da un colpo di stato filoamericano che affogherebbe nel sangue il movimento rivoluzionario


- un pronunciamento della nostra organizzazione contro la scelta del partito di arrivare ad un accordo con il centrosinistra


- sviluppare un’azione verso le aziende metalmeccaniche, nel congresso Fiom, attorno all’emendamento di critica al documento di maggioranza promosso da lavoratori, Giovani Comunisti, e compagni del partito di diverse importanti aziende metalmeccaniche


- sviluppare un ampio dibattito politico e teorico sulle basi del marxismo per permettere a tutti i militanti di poter apprezzare o rigettare le innovazioni teoriche propagandate dal partito


-avviare il percorso verso la Conferenza Nazionale dei Giovani Comunisti che per statuto deve tenersi ogni due anni

16-04-2004 

 Per contattarci: Dario 3335454692


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