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L’organizzazione giovanile di Rifondazione Comunista sta attraversando una crisi politica e organizzativa profonda. Diverse federazioni oggi non hanno più una struttura giovanile funzionante in grado di intervenire nelle lotte sociali che stanno attraversando il paese. L’apice di questa situazione è indubbiamente Milano, dove, nonostante i numerosi iscritti, i Giovani Comunisti sono praticamente sciolti.

L’Italia negli ultimi due anni è stata percorsa da continue mobilitazioni. Da Genova a Firenze, dagli scioperi generali sull’articolo 18 alla lotta dei metalmeccanici, dalla lotta Fiat a quella dell’Atm, il nostro paese ha visto un risveglio della lotta di classe. Nonostante il clima sociale sia stato quindi potenzialmente favorevole alla diffusione delle idee comuniste, l’organizzazione giovanile del partito è in questo momento in grosse difficoltà. Perché accade ciò?

Le ragioni stanno principalmente nella linea politica portata avanti negli ultimi anni dal partito e poi dai Giovani Comunisti. Fin dalla nascita dell’organizzazione nel 1995 avevamo riscontrato dei grossi limiti nel programma e nelle concezioni su cui si sarebbe dovuta costruire la struttura organizzativa dei GC. Come non ricordare che durante la prima conferenza nazionale la direzione della nostra organizzazione si era spesa in una battaglia in difesa della partecipazione al governo Prodi e dei provvedimenti anti-operai che il centrosinistra con l’appoggio di Rifondazione stava portando avanti. Il tanto odiato Pacchetto Treu che ha dato il via alla flessibilità nel mondo del lavoro, contro cui oggi inveiscono milioni di lavoratori, veniva difeso a spada tratta dai nostri dirigenti.

L’uscita di Rifondazione dal governo veniva vista da migliaia di giovani militanti comunisti come un’occasione per rigettare la collaborazione di classe e per tornare a radicarsi nelle lotte sociali.

 

La prima vera grossa occasione di riscatto è arrivata col movimento anti-globalizzazione che ha percorso il pianeta e che in Italia ha visto uno dei suoi sviluppi più importanti. L’attenzione che la manifestazione di Genova aveva nutrito fra migliaia di giovani apriva delle autostrade per la penetrazione delle idee e di un programma rivoluzionario fra questa fascia di persone. Ma ai giovani radicalizzati che contestavano il sistema, fonte di guerra e miseria, i Giovani Comunisti, con qualche eccezione, sono andati a parlare di Tobin Tax e non di esproprio delle multinazionali, di disobbedienza e non di trasformazione rivoluzionaria della società.

Veniva palesato in quelle giornate un atteggiamento che sarebbe stato la costante dell’organizzazione  nell’intervento nei movimenti: sciogliersi nelle manifestazioni senza fare un lavoro politico di paziente spiegazione di un programma di classe. La teoria della “contaminazione” secondo cui i giovani comunisti dovevano abbracciare le proposte organizzative e programmatiche che uscivano dai social forum e dalle altre strutture dei no-global, in sostanza significava rinunciare alle idee comuniste e rivoluzionarie per sposare un programma riformista.

 

La rinuncia a portare avanti una lotta politica contro l’ala moderata nel movimento anti-globalizzazione ha di fatto reso inefficace il nostro intervento e difficile la nostra crescita. Davanti ad una struttura giovanile di partito che teorizza e pratica la piena coincidenza di metodo e di programma con le altre organizzazioni no-global, perché un giovane deve iscriversi e militare nei Giovani Comunisti se può fare le stesse cose che fanno i nostri attivisti in un social forum o in un centro sociale?

Quando poi nel 2002 la Cgil ha portato in piazza milioni di lavoratori, la nostra organizzazione è rimasta totalmente spiazzata. Dopo aver teorizzato per anni la fine della classe operaia e della centralità dei lavoratori nella lotta al capitalismo, i Giovani Comunisti si sono limitati ad accodarsi alle manifestazioni e agli scioperi generali senza mai incalzare da sinistra le burocrazie sindacali. Cofferati e la Cgil, nonostante la disponibilità alla lotta dei lavoratori italiani, si sono dimostrati incapaci di sconfiggere Berlusconi. Il nostro compito in queste mobilitazioni era quello di partecipare criticamente alle mobilitazione del sindacato, distinguendoci nelle parole d’ordine, ponendo ai lavoratori la questione della caduta del governo Berlusconi. Anche dal punto di vista dei metodi avremmo dovuto denunciare il fatto che le manifestazioni e gli scioperi si trasformavano spesso in parate convocate ogni tre o quattro mesi dal leader della Cgil, senza un coinvolgimento dal basso dei delegati e dei lavoratori.

Nulla di tutto questo è stato fatto. Ci si è limitati ad organizzare delle azioni simboliche per cercare di ottenere una qualche visibilità. Come abbiamo scritto nello scorso numero di FalceMartello la pratica della disobbedienza è stata incapace di aprirci la strada alle masse. La nostra organizzazione sta pagando queste scelte.

Il 2001 era l’anno della “disobbedienza civile”, il 2002 la disobbedienza è diventata “sociale”, oggi visto il livello di vitalità della nostra organizzazione verrebbe da dire che stiamo praticando la “disobbedienza fantasma”.

 

L’esempio di Milano

 

Sono ormai passati 20 mesi dall’ultima conferenza dei Giovani Comunisti. La maggioranza che è stata eletta all’ultima conferenza ha portato i giovani alla totale impasse. Nel corso di due anni non è stato portato avanti un chiaro intervento in nessuna delle lotte significative che hanno attraversato il paese e la nostra città. Il coordinamento eletto all’ultima conferenza non viene più convocato. A quasi due anni dalla conferenza non è mai stato eletto neppure il coordinatore e non è mai stato convocato nemmeno un attivo degli iscritti. Questa gestione indecente della nostra organizzazione ci ha portato, come rappresentanti del quarto documento alla conferenza, a protestare vivamente contro l’attuale situazione. Durante la festa di Liberazione e poi nei comitati politici federali abbiamo cercato di portare la nostra denuncia sullo stato dei Giovani Comunisti.

Le risposte che più volte ci sono arrivate dalla segreteria sono state sempre vaghe ed evasive. Perciò il 23 Novembre abbiamo convocato un’assemblea pubblica aperta agli iscritti e ai simpatizzanti per cercare di intercettare quella fascia di militanti che non accettano la totale impasse in cui sono caduti i Giovani Comunisti a Milano che di fatto sono sciolti.

Durante l’assemblea abbiamo cercato di evidenziare come il momento politico in cui viviamo ci può aprire grosse possibilità di crescita e di radicamento a patto che sappiamo rimettere in piedi la struttura dopo aver fatto i conti con gli errori politici che la maggioranza dei GC ha commesso negli ultimi anni.

Ma nell’ultimo periodo i giovani militanti di FalceMartello nonostante la paralisi dei Giovani Comunisti, voluta da altri e non da noi, non sono certo stati fermi a guardare lo sfascio della nostra organizzazione restando con le mani in mano. Durante l’assemblea abbiamo evidenziato il lavoro svolto nei diversi campi d’intervento. Dall’intervento dei nostri compagni nel collettivo Pantera nella lotta dell’Alfa Romeo e dell’Atm, al paziente lavoro per costruire nelle scuole del milanese i Comitati in Difesa della scuola pubblica, fino alle lotte sindacali che i nostri giovani compagni hanno portato avanti come delegati in alcune importanti realtà produttive della città come l’Aci, la Direct Line o l’Amisco.

Spesso siamo stati accusati di voler distruggere e dividere l’organizzazione e di manovrare contro il partito. Ebbene oggi a Milano siamo l’unica area che cerca di tenere in piedi la struttura dei Giovani Comunisti.

 

La disobbedienza a Milano, come in molte altre parti d’Italia, ha portato alla liquidazione dei Giovani Comunisti. Non prenderne atto significa voltare le spalle alla realtà. Stiamo in queste settimane raccogliendo delle firme su una petizione che chiede ai giovani della nostra federazione di esprimersi per una convocazione di una conferenza straordinaria dei Giovani Comunisti a Milano per porre fine alla crisi in cui la maggioranza ci ha trascinato.

La parola deve tornare alla base e ai militanti. Non dobbiamo permettere che l’organizzazione muoia per gli errori della direzione. Niente è perduto se i Giovani Comunisti sapranno riorientarsi politicamente dopo la sbronza movimentista e abbracceranno una prospettiva rivoluzionaria. Potranno in breve tempo risollevarsi e cogliere le opportunità che la nuova fase politica oggi offre per la diffusione delle idee comuniste nella nostra battaglia per il socialismo.

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