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Una prospettiva rivoluzionaria

per rilanciare i Giovani comunisti

È dal 1997 che non si tiene la Conferenza nazionale dei Giovani Comunisti (struttura giovanile di Rifondazione). La Conferenza si sarebbe dovuta tenere ogni due anni, ma di mese in mese è stata rinviata. Il rinvio, oltre a chiari problemi democratici, ha posto problemi di orientamento. Dal '97 lo scenario politico è cambiato completamente, e gli organismi dirigenti eletti in quella Conferenza sono ormai sfilacciati e poco rappresentativi. Per questo i Giovani Comunisti di Milano hanno deciso di procedere a tenere la propria Conferenza senza attendere le decisioni nazionali. Alla Conferenza dei Gc di Milano i compagni della sinistra del Coordinamento hanno ritenuto indispensabile presentare un proprio documento alternativo a quello presentato dal Coordinatore uscente. Qua sotto ne riportiamo ampi stralci. Il documento per intero può essere richiesto in redazione o letto sul sito www.marxismo.net.

All'ultimo il Coordinamento nazionale Gc ha partorito un ordine del giorno in cui riconosce che dal '97 effettivamente ne sono cambiate di cose e che la Conferenza nazionale si terrà sicuramente entro l'estate. E' il caso veramente di dire: meglio tardi che mai. In vista di questo appuntamento, crediamo che questo testo possa costituire un utile contributo a un dibattito non solo milanese, ma anche nazionale.

Giovani Comunisti: un bilancio nazionale

Dal ‘97 ad oggi il tesseramento dei Gc è stato in continuo calo. Il ‘99 si è chiuso con 10.000 iscritti circa, cioè il 20% in meno del ‘98. Per il tesseramento 2000 non abbiamo dati precisi, ma è probabile che si registri un ulteriore calo, magari scendendo sotto la quota delle 10.000 tessere. La nostra discussione non può che partire dal cercare di fornire una motivazione a questo dato.

Si potrebbe giustificare questo calo di iscritti tirando in ballo la "democrazia malata" e il calo di partecipazione politica generale. Ma crediamo che sarebbe paradossale appellarsi alla crisi della democrazia borghese per giustificare la crisi di un’organizzazione giovanile comunista. Il rapporto tra i due processi dovrebbe essere semmai inverso. (...)

La realtà è che tutt’oggi i Giovani Comunisti rimangono una struttura fumosa. Una struttura che ha -è vero- un certo grado di autonomia, ma ancora maggiore è l’autonomia del Partito nell’usarne la firma, nel determinarne il tesseramento e gli investimenti economici. Tutt’oggi il tesseramento dei Gc nei circoli è trascurato, quasi come se la tessera giovani fosse vista dai segretari a metà tra una scocciatura ed un pericolo. Questo non lo facciamo presente per giovanilismo, per una qualche volontà di separatismo giovanile. Lo facciamo presente perché crediamo che solo facendo camminare i giovani sulle proprie gambe con un tesseramento, una vita politica e un autofinanziamento indipendente potremo creare giovani quadri del futuro, mettendo ogni giovane compagno di fronte alle reali difficoltà di costruzione della propria organizzazione, che ovviamente deve rapportarsi con il partito, ma in modo flessibile senza veti né imposizioni. (...)

Se il turn-over, infatti, è già alto nel partito, nei giovani diviene addirittura disarmante. Lo stesso Coordinamento Nazionale dei Gc, che dovrebbe cercare di combattere politicamente questo turn-over, invece finisce per rappresentarlo in pieno. Dei 40 compagni eletti originariamente nel Coordinamento Nazionale nella Conferenza del ‘97, ne rimangono 13 (Compagni dell’Esecutivo nazionale ci hanno comunicato che in realtà dei compagni eletti originariamente, nel Coordinamento nazionale ne rimarrebbero 22. Crediamo che il dato politico non cambi - NdR). Il resto del Coordinamento è stato rimpinzato a suon di cooptazioni. (...)

Egemonia o contaminazione?

Il nodo centrale posto dal movimento di Seattle è a nostro avviso un altro e deve essere tagliato alla radice. E’ il nodo della proprietà e del controllo. Non potrà esistere nessuna seria forma di controllo sociale sulla produzione e sul consumo fino a quando la gran parte delle risorse economiche produttive del mondo saranno concentrate nelle mani di un pugno di capitalisti. Né con i boicottaggi, né con le leggi si può imbrigliare il potere di questa ristretta élite. 10 grandi banche hanno un bilancio complessivo pari al 30% del prodotto mondiale lordo. Un gruppo di 37mila imprese, con le loro 200mila affiliate, controlla il mercato mondiale. Le prime cento di esse hanno un fatturato pari al 25% del prodotto mondiale lordo. Lì sono concentrate le leve decisive dell’economia, della finanza e anche della politica. Solo il proletariato mondiale -unendo attorno a sé tutte quelle altre forze sociali (disoccupati, studenti, contadini nei paesi arretrati e piccola borghesia) spinte alla rovina da questo sistema ma che per loro natura sociale non possono dare una risposta complessiva alla sua crisi- può andare a incidere su questo nodo attraverso l’esproprio delle principali multinazionali a livello mondiale, per sottoporle al controllo dei lavoratori in un regime complessivo di democrazia operaia. Questo è quello che noi chiamiamo socialismo, ed è in ultima analisi l’unica alternativa credibile che tutt’oggi conosciamo a questo sistema.

Il compito dei Giovani Comunisti è proprio quello di far sì che le idee comuniste siano egemoni in questo movimento. Non ci basta qualche riconoscimento perché "le nostre bandiere erano presenti" oppure "alcuni Giovani Comunisti erano con noi agli scontri". Ci serve un’attività propagandistica, discussione e materiale perché il marxismo sia politicamente egemone. Per noi egemonia non vuol dire mettere il cappello, ma vuol dire, come voleva dire per Marx, Engels, Lenin e Gramsci: far sposare il programma scientifico e completo del proletariato con le rivendicazioni necessariamente parziali e incomplete che sorgono da un movimento.

Non solo i Giovani Comunisti non si sono attrezzati da Seattle in poi per praticare questo tipo di egemonia, ma sono nate concezioni (per nulla nuove e originali) che vanno nella direzione opposta: quelle della contaminazione. La contaminazione si riassume a nostro parere in questo: dato il nostro ritardo, dato il successo di alcune Reti o centri sociali, data la nostra incapacità di elaborazione, non andiamo a portare posizioni nel movimento, ma a farci contaminare dalle posizioni altrui. Tutta questa teoria naturalmente si basa sulla speranza che la contaminazione sarà biunivoca: noi un po’ verremo cambiati e un po’ cambieremo gli altri. Non si spiega come sia possibile "contaminare gli altri", senza una nostra Conferenza programmatica, senza nessuna elaborazione o altro. Ma naturalmente stiamo chiedendo l’impossibile: sarebbe ingiusto provare ad elaborare una nostra visione, visto che dovrebbe venire dal movimento. E allora dove sta la "biunivocità della contaminazione"? E’ un gioco delle tre carte. Noi dovremmo cercare di contaminare la base di Casarini, il melting del Nord Est, quando non teniamo una nostra Conferenza e in compenso Casarini tiene le sue conferenze ai nostri campeggi nazionali? (...)

Lavoro: primi risvegli delle lotte sociali

(...) A fronte di chi ci prevedeva una classe aconflittuale, indebolita, tanto da andare alla ricerca del nuovo soggetto rivoluzionario, oggi ci troviamo di fronte ad uno scenario diverso. Basta avere la volontà di vederlo. La concertazione non si sta rompendo solo da destra, con lo spostamento a destra della borghesia. Ma si sta rompendo anche a sinistra con un primo abbozzo della ripresa della mobilitazione dei lavoratori e una sempre minor disponibilità dei lavoratori ad ingoiare altri rospi. E questo non avviene soltanto tra i settori classici del proletariato, ma anche in quei settori considerati "nuovi" e impossibili da mobilitare.

Ne sono un esempio i recenti scioperi alla Fiat, con un’adesione massiccia proprio negli stabilimenti meridionali. Per la prima volta si sono rivisti cortei interni agli stabilimenti a cui si sono uniti anche precari, Cfl e interinali. Anche alla Ducati di Bologna gli interinali si sono uniti ai "fissi" aggiungendo la rivendicazione della trasformazione di tutti i contratti in contratti a tempo indeterminato. A Bologna c’è stata anche la mobilitazione delle Promoters, uno dei settori più precari del proletariato. Si può continuare citando i docenti, i lavoratori Telecom e Tim ecc. Per non parlare poi di situazioni in cui l’ambiente tra i lavoratori è stato espresso attraverso altre forme. Come alla Zanussi con la bocciatura del lavoro a chiamata e la bocciatura del seguente accordo in alcuni stabilimenti come quello di Solaro, nonostante l’approvazione complessiva dell’accordo a livello nazionale. Ci sono esempi anche più vicini al nostro lavoro, come quello della Pirelli di Bollate dove l’ultimo contratto è stato bocciato con 324 voti contro, 4 astenuti e nessuno favorevole e dove in seguito un Giovane Comunista è stato eletto nella Rsu con il numero più alto di voti. Oppure l’Amisco di Cinisello dove, sempre per l’azione di un Giovane Comunista, si sono riusciti a far scioperare tutti i precari. O ancora si possono citare i fenomeni di sindacalizzazione che stanno coinvolgendo i call-center di diversi tipi. E non possiamo che finire questa rassegna con il caso dei lavoratori dei McDonald’s: ci viene da dire che la loro presa di coscienza sarebbe stata molto più rapida se fossimo andati con volantini che spiegassero loro come si abusava dei Contratti Formazione Lavoro, piuttosto che presentarci davanti ai fast-food con lambrusco e salame. Quindi non solo non ci troviamo di fronte ad un proletariato aconflittuale, atomizzato o disgregato dalle nuove forme di produzione ma ci troviamo di fronte ad un proletariato che potenzialmente va dai settori "classici" dell’industria fino ai call center e ai McDonald’s, dal nord del paese fino al sud dove il processo di industrializzazione ha creato nuovi insediamenti industriali con una classe operaia inesperta ma giovane e combattiva. (...)

E’ necessario che i Gc in ogni città individuino alcune aziende dove svolgere lungo tutto il corso dell’anno un lavoro costante di propaganda e volantinaggio.

A nostro parere un programma del genere non potrebbe che partire dalle seguenti rivendicazioni:

-riduzione d’orario a parità di salario, a 32 ore per i turnisti

-no al ciclo continuo; no al lavoro notturno per le donne

-salario minimo garantito per tutti i disoccupati, corrispondente ad una cifra di circa 1 milione di lire

-trasformazione di tutti i contratti flessibili, a tempo determinato, in contratti a tempo indeterminato

-no al lavoro interinale. Ritiro del Pacchetto Treu e nazionalizzazione di tutte le agenzie private di collocamento interinale, per trasformarle in uffici di collocamento pubblici gestiti democraticamente dagli organi dei lavoratori

-nazionalizzazione di tutte le aziende in crisi sotto il controllo dei lavoratori. Rinazionalizzazione e rimunicipalizzazione di tutte le aziende privatizzate.

Quale programma per il movimento studentesco?

Dal ‘97 ad oggi a Milano ogni autunno attorno al 18-20 novembre abbiamo registrato la punta massima delle lotte. Il 20/11/’98 sono scesi in piazza circa 20.000 studenti, il 20/11/’99 ne sono scesi in piazza circa 10.000 e lo scorso 18/11 circa 5.000. Il dato è ancora più allarmante se si considera che tutt’oggi Milano rappresenta una delle punte avanzate del movimento studentesco.

Dal 1993 ad oggi il movimento studentesco è tornato più e più volte in piazza a mobilitarsi contro l’Autonomia Scolastica e la controriforma della scuola pubblica. Ma il conto con cui si chiude questo periodo è estremamente salato: l’Autonomia Scolastica e la parità sono passate con la complicità dei partiti di sinistra, le Regioni in mano al Polo (e non solo) hanno trovato la forza e il consenso per applicare in maniera peggiorativa le misure del Governo ma soprattutto in ogni scuola l’autoritarismo da parte dei presidi e i ritmi di studio hanno toccato l’apice. Tutto ciò, ovviamente, non è una colpa da attribuire alla generosità con cui gli studenti si sono battuti contro questi provvedimenti. Anzi, se non fosse stato per il movimento studentesco, l’Autonomia Scolastica sarebbe passata già in blocco nel 1993.

La realtà è che negli ultimi anni le strutture egemoni tra gli studenti hanno sottoposto il movimento studentesco ad una continua ginnastica movimentista: autogestioni e cortei si sono succeduti spesso senza preparazione e prospettiva, con la logica più di impressionare i mass-media che di costruire una presenza duratura nelle scuole. Tale "ginnastica movimentista", raffrontata dagli studenti con le sconfitte subite, ha diffuso un clima di sfiducia sulle possibilità di cambiare i rapporti di forza nella scuola attraverso la via della lotta, dei cortei e delle autogestioni. Con gli ultimi autunni sono aumentati i casi di autogestioni bocciate a maggioranza degli studenti o convocate contro il parere dei collettivi. In generale si è trattato spesso di autogestioni con una partecipazione minoritaria. Siamo sicuri che non saranno mancate le eccezioni, ma qua si tratta di chiarirsi su quale sia stata la linea di tendenza generale.

Detto questo, il movimento degli studenti non è però sconfitto. Negli ultimi anni la tattica dei vari Governi è stata quella non di cercare lo scontro e la sconfitta frontale del movimento studentesco, ma di prendere il movimento per stanchezza, attendendo spesso l’estate per far passare a piccoli tasselli l’intera controriforma della scuola. Questa tattica della borghesia, apparentemente furba, avrà un costo: una prossima legislatura di destra potrebbe coincidere con un risveglio ancora più radicale delle mobilitazioni studentesche. La reazione degli studenti alla mozione Storace di censura dei libri di testo ne è un’anticipazione. Non è casuale che la destra non si stia solo adoperando per concludere istituzionalmente la distruzione della scuola pubblica, ma si stia dando da fare anche per rivitalizzare le proprie strutture giovanili per avere una base di manovra nelle scuole da contrapporre agli attivisti di sinistra.

Il movimento studentesco è la dimostrazione classica che il nostro problema non è soltanto quello di "costruire movimento", perché anche dove movimento c’è stato, non siamo riusciti a dare una svolta qualitativa alle mobilitazioni. I comunisti non fanno né il movimento, né le rivoluzioni. Movimento e rivoluzioni scoppiano spontaneamente per lo scontento che si accumula nella società. Il ruolo dei comunisti però è quello di far vincere i movimenti attraverso il proprio programma e i propri metodi.

La parabola discendente delle lotte studentesche, quindi, non è da imputare a qualche sortilegio abbattutosi sulle scuole. Anche qua il problema non è oggettivo, ma sta nella mancanza del fattore soggettivo, nella direzione data al movimento dalle strutture studentesche principali. Una direzione che, come già detto, ha privilegiato la visibilità e il movimento fine a sé stesso, piuttosto che il radicamento, la discussione e l’elaborazione programmatica, che sono in ultima analisi le condizioni fondamentali per un movimento studentesco vittorioso e non semplicemente testimoniale e contestativo. (...)

Oggi manchiamo, però -dettaglio non da poco- di un nostro programma organico sulla scuola. A larghe linee crediamo che dovrebbe essere il seguente:

- gratuità dello studio (dall’iscrizione a scuola, fino ai libri di testo e ai mezzi di trasporto) e potenziamento della scuola pubblica (costruzione di nuove strutture, ristrutturazione di quelle vecchie)

- assunzione di tutti i docenti precari, nomina delle cattedre sin da settembre

- per una scuola democratica: abolizione della figura del preside-manager, sostituendolo con un coordinatore amministrativo eletto tra il corpo docente, da un’elezione democratica di studenti e lavoratori della scuola

- ritiro di tutte le misure legislative sulla scuola approvate dal ‘95 in poi

- per una scuola laica; abolizione dell’ora di religione.

In conclusione crediamo che i Giovani Comunisti dovrebbero dedicarsi alla costruzione di una struttura nel movimento studentesco che cresca e trovi adesioni su basi programmatiche. Tale logica deve essere riproposta anche a livello nazionale, dove è ora di finirla di convocare "forum delle strutture di movimento", destinati a trovare accordi su pochi punti qualificanti e a naufragare non appena si scende nel concreto della lotta, con tutti i problemi complessi che essa pone. Il Comitato in difesa della Scuola Pubblica si è posto appunto tale compito: sviluppare realtà nelle scuole e a livello nazionale che difendano programmi e metodi omogenei di lotta. Solo una struttura nazionale di questo tipo potrà svolgere un ruolo di direzione politica del movimento studentesco a livello nazionale, permettendo al movimento stesso di vincere colpendo nel punto decisivo al momento decisivo su un programma comune.

Giovani Comunisti: rivoluzionari dei futuro

(…) Non consideriamo il socialismo un compito da rinviare ad un futuro remoto. Oggi il nostro numero esiguo e le nostre difficoltà possono farlo sembrare tale. Ma l’epoca del riformismo è storicamente sorpassata. L’epoca dello stalinismo anche. Ci sono tutte le condizioni per un recupero delle genuine tradizioni marxiste e delle genuine tradizioni dell’ottobre. La necessità di abbattere questo sistema sembra oggi una consapevolezza di pochi. Ma il capitalismo stesso e i tradimenti dei riformisti costituiscono una scuola di vita per tutti i giovani e per tutti i lavoratori. La consapevolezza della necessità di abbattere il capitalismo tornerà ad essere una consapevolezza di massa. Non soltanto dobbiamo lavorare perché questo avvenga il prima possibile, ma dobbiamo lavorare per farci trovare pronti per un momento del genere. Le condizioni per questo esistono: si tratta di costruire la nostra organizzazione giovanile come un’organizzazione di giovani rivoluzionari, evitando di imbrigliare i giovani in logiche istituzionaliste ed aiutandoli a superare un naturale infantilismo di sinistra. A chi ci dice che questa strada è troppo lunga, non possiamo che rispondere che è l’unica. E se poi è davvero così lunga, conviene iniziare a percorrerla subito, senza cercare inesistenti scorciatoie o senza rimandare ulteriormente il nostro cammino.

Milano, 18/12/200

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