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I Giovani Comunisti tennero la loro prima Conferenza Nazionale nel 1997. Il gruppo dirigente allora difendeva con tutta la propria autorità la correttezza della tattica di appoggio, seppur esterno, al Governo Prodi. Il Prc aveva appena votato favorevolmente al Pacchetto Treu, legge che istituiva il lavoro precario e le agenzie interinali, e alla Turco-Napolitano con cui venivano creati i Cpt per gli immigrati.

Le argomentazioni con cui venivano difese simili scelte non erano dissimili da quelle con cui oggi si giustifica il voto sulle missioni militari all’estero: “Se non votiamo il Pacchetto Treu, cadrà Prodi e tornerà Berlusconi” oppure “il Pacchetto Treu è una buona mediazione perché aiuta a creare posti di lavoro in prospettiva” o ancora “il Pacchetto Treu non ci piace ma se non lo avessimo votato noi, il centrosinistra avrebbe fatto una legge ancora più spostata a destra”.

Come andarono poi le cose è noto: dopo aver ipnotizzato per due anni la base del Partito con le argomentazioni governiste, il Prc consumò una frettolosa rottura che portò proprio alla caduta di Prodi e alla scissione del partito stesso. La destra tornò al Governo tre anni dopo sfruttando la disillusione creata a sinistra dalle politiche di Prodi e D’Alema e si limitò ad approfondire e peggiorare l’impianto delle leggi che noi stessi avevamo approvato. Non fu costretta ad introdurre per legge il precariato, le bastò estendere quello creato dal centrosinistra. Non fu costretta a varare una legge sull’università perché si poté limitare a fare qualche lieve modifica alla riforma Zecchino. Non creò né i Cpt né la logica dei flussi migratori: si limitò a peggiorarli con la Bossi Fini.

Negli anni di lotte contro il Governo Berlusconi il Partito fu in grado di rifarsi una verginità. Il compagno Bertinotti sembrava spingere sempre più a sinistra i propri discorsi sia sul terreno dell’attualità che sul terreno storico. Arrivò a proclamare la rottura con lo stalinismo, la lotta alla guerra senza sé e senza ma e così via. La rottura con i cossuttiani era generalmente considerata la rottura definitiva del partito con la propria ala destra. Il ciclo di mobilitazioni che si apriva con Genova e che ebbe la sua continuazione naturale nella lotta in difesa dell’articolo 18, negli scioperi generali e in lotte come quella di Melfi o degli autoferrotranvieri apriva enormi possibilità di radicamento e di costruzione della nostra organizzazione giovanile.

Al contempo in quella apparente svolta a sinistra erano già contenuti in embrione i germi di una futura svolta a destra. Il Prc ed i Gc entravano nel ciclo di mobilitazioni lasciandosi contaminare dalle teorie più moderate presenti nel movimento. Sulla scia della teoria della contaminazione, il Partito si legava al ceto politico dei Social Forum tralasciando l’intervento di radicamento nei luoghi di lavoro e di studio. Nel frattempo i Giovani Comunisti si scioglievano completamente all’interno del Laboratorio dei Disobbedienti. Avvenne così un paradosso: al crescere delle mobilitazioni diminuiva la capacità del Partito di intervenirvi, al crescere delle lotte operaie corrispondeva un costante sradicamento della nostra organizzazione dai luoghi di lavoro. Tutti i metodi e i programmi da cui ci eravamo fatti contaminare entrarono in crisi proprio di fronte allo sviluppo del movimento a livello internazionale e nazionale. La crisi dei Disobbedienti travolse la struttura dei Gc in diverse federazioni: Milano e Alessandria su tutte.
Senza reali concorrenti nel mondo del lavoro, le burocrazie sindacali e quella dei Ds furono in grado di recuperare un’autorità che sembrava irrimediabilmente persa. Fu quel Sergio Cofferati che oggi fa il sindaco-poliziotto a Bologna a convocare tre scioperi generali e a ridare momentaneamente una facciata di sinistra ai vertici Cgil.

Le teorie più moderate del movimento facevano così il proprio corso all’interno del partito. L’analisi imperialista della politica estera di ogni paese capitalista veniva così negata a favore delle teorie dell’impero; la contraddizione tra capitale e lavoro rimossa con l’analisi della “moltitudine”, la non-violenza proclamata nuova teoria universale del socialismo e il rifiuto della presa del potere il rimedio a tutti i mali. Ma non appena queste teorie, presentate come innovazioni a sinistra, hanno abbandonato il regno dei cieli per materializzarsi in quello della pratica si sono rivelate per quel che sono: un volano per uno spaventoso slittamento a destra del partito.

Così i fautori della non violenza si trovano oggi a votare il rifinanziamento della guerra, coloro che negavano la teoria dell’imperialismo sono disposti a concedere una patente di “missioni di pace” alle spedizioni imperialiste di cui è protagonista l’Italia, i teorizzatori del rifiuto della presa del potere siedono all’interno di un Governo borghese a fianco di Prodi, Rutelli e Mastella.

Così a 9 anni di distanza dalla prima conferenza il cerchio sembra apparentemente chiuso e le posizioni tornate al punto di partenza
Proprio come nel 1997, i dirigenti dei Giovani Comunisti hanno usato tutta la propria autorità nel corso di questa Terza Conferenza Nazionale per difendere queste scelte, rispolverando tutto il vecchio armamentario della politica del meno peggio: “non possiamo permetterci che l’Udc voti al nostro posto il ddl sulla guerra” (infatti la destra non ha votato al posto nostro, ma ha votato insieme a noi alla Camera), “grazie a noi in Afghanistan c’è una politica di riduzione del danno” e per finire col sempre verde motivetto (sarebbe più giusto definirlo un tormentone): “e non vorrai mica far cadere Prodi, così torna Berlusconi”.

Le opposizioni alla prova della Terza Conferenza Nazionale Gc

Tuttavia questi anni non sono passati invano, sia per quanto riguarda i processi interni alla società sia per quanto riguarda la dialettica interna al partito. Ogni ripetizione è dialetticamente un approfondimento. Sono anni che sono stati fondamentali per accumulare un bagaglio di esperienze tra un settore significativo d’avanguardia. Tutte le concezioni presenti all’interno del partito hanno potuto essere messe alla prova alla luce degli avvenimenti. I risultati della Conferenza sono parte di questo processo.

Il gruppo di Progetto Comunista, guidato da Ferrando e visto nel corso di questi 9 anni come la principale opposizione nel partito, ha concluso la propria parabola andandosene dal Prc. La scissione in realtà è stato l’ultimo atto di un logoramento continuo e di una frammentazione di quest’area. Per anni, come compagni di FalceMartello, abbiamo condotto una battaglia contro le idee ed i metodi con cui Ferrando si proponeva di costruire l’opposizione nel partito, spiegando come le incrostazioni settarie presenti nella sua posizione non riuscissero a far uscire la sinistra del partito da un terreno di mera denuncia propagandistica dei tradimenti della direzione. Ancora nella Conferenza dei Giovani Comunisti del 2002, per quanto fosse già visibile la parabola discendente, Progetto Comunista raccoglieva il 10% dei voti. Dei 4 membri che elessero nel Coordinamento Nazionale Gc da quella conferenza, 2 si sono scissi dal Partito non prima di essersi scissi dallo stesso gruppo di Ferrando mentre gli altri 2 hanno abbandonato la militanza nelle file di Progetto Comunista Amr per presentare a questa conferenza un altro documento come Progetto Comunista Area Programmatica che ha dato vita al quinto documento in questa conferenza. Hanno raccolto 181 voti, pari al 3%. Di questi però ben 110 concentrati tra Napoli e Vibo Valentia, dimostrando di essere un’area che, al di là di qualche voto sporadico di qualche orfano di Ferrando, è presente quasi esclusivamente a Napoli e a Vibo, raccogliendo solo 2 consensi in tutto il resto della Campania, e solo uno in Calabria fuori da Vibo. Ma il nostro giudizio prescinde dalla logica dei numeri. I compagni del quinto documento hanno cercato di coprire con enorme generosità tutte le conferenze presenti a livello nazionale. Ma la generosità non può sostituire le prospettive politiche. Diversi dei voti che hanno raccolto sono di compagni che pure si apprestano ad uscire dal partito: su questa base sarà impossibile costruire qualcosa. Si tratta di una debolezza a nostro parere che deriva direttamente dalle posizioni politiche: hanno espresso con il proprio documento e nel corso di questa conferenza idee estremamente simili a quelle di Ferrando. A idee simili non potranno che corrispondere alla lunga risultati estremamente simili.

I compagni dell’Ernesto (secondo documento oggi e terzo documento alla passata conferenza Gc) sono stati spinti nel corso di questi anni sempre più all’opposizione. Sotto i colpi continui di una guerra a tratti unilaterale dichiarata nei loro confronti dalla maggioranza del partito, si sono ritrovati sempre più in una posizione che non desideravano, che non avevano cercato coscientemente e soprattutto a cui non si erano preparati né sul terreno delle concezioni teoriche né sul terreno organizzativo. Come un pesce cerca di risalire invano una corrente più forte di lui, hanno provato più e più volte a ricucire l’unità perduta. “Non è colpa nostra se presentiamo un documento d’opposizione” è il ritornello che li ha accompagnati allo scorso congresso ed in grossa parte anche a questa conferenza. E’ come lanciare un esercito in guerra caricando il morale della truppa con l’idea che sarebbe auspicabile una resa senza condizioni. Il risultato di questa impostazione è sotto gli occhi di tutti: parti del secondo documento si staccano in ordine sparso per andare a siglare una pace separata con la maggioranza. A furia di produrre “lettere aperte per l’unità” o ragionamenti sul “superamento delle mozioni”, una parte della seconda mozione si è riavvicinata al primo documento in nome per l’appunto dell’unità e del superamento delle mozioni.
La contraddizione tra la necessità di impostare una battaglia d’opposizione dentro il partito e la costante illusione di poter fare a meno di simile battaglia in modo organizzato ha già dato vita ad una divaricazione interna a quest’area a cui seguiranno convulsioni ancor più profonde. I numeri della Conferenza nascondono in parte questo processo.

Rispetto al 2002 il secondo documento infatti passa dal 18% al 16%, ma aumenta i voti assoluti dai 641 di allora ai 982 di oggi (+ 53%). Saltano all’occhio tuttavia alcune differenze: a Torino passa da 29 voti a 8, a Milano da 25 a 9, a Cosenza da 64 a 1, a Reggio Calabria da 84 a 1. In altre zone il secondo documento regge e addirittura avanza. Tuttavia, fatta eccezione per Vicenza e Cagliari (dove avviene una crescita di voti legata chiaramente a dei gruppi militanti), l’impressione diffusa è che in diverse zone il secondo documento abbia potuto aumentare il proprio voto ingaggiando una lotta con il primo documento tessera contro tessera, voto contro voto, avvalendosi degli stessi metodi non esattamente cristallini che spesso abbiamo rimproverato alla maggioranza.

Naturalmente il caso più clamoroso è stata la Conferenza di Bologna, ma non è stato l’unico. Lo ripetiamo, con alcune lodevoli eccezioni, potremmo tracciare quasi questa regola dietro al voto che ha contraddistinto quest'area: laddove è aumentato di più è stato sulla base di un voto non militante e laddove questi metodi non sono stati utilizzati si è riflessa nel voto una chiara difficoltà politica. Ma anche qua il nostro giudizio non si basa sulla logica dei numeri: aumentati o no numericamente, la posizione sostenuta dai compagni del secondo documento è quella che ci è apparsa più spiazzata e debole nel corso del dibattito: concordi con i compagni del primo documento a non far cadere Prodi, ma animati da una passione incendiaria per quanto riguarda il voto sull’Afghanistan, paladini della necessità di strutturare maggiormente l’organizzazione dei Gc ma incapaci di farlo laddove sono stati maggioranza in questi anni.

Per quanto riguarda il risultato di Sinistra Critica (terzo documento) non abbiamo possibilità di tracciare un paragone numerico con la scorsa conferenza nella quale i compagni contribuivano ad ingrossare le fila del primo documento. I loro esponenti nel precedente Coordinamento Nazionale erano 5 su 40 (12,5%), mentre oggi con 620 voti si attestano al 10,5%. Delle due l’una: o nel 2002 i compagni non rappresentavano realmente il 12,5% dei Gc oppure oggi nel 2006 hanno subito un calo del proprio consenso. Nella prima ipotesi sarebbe necessario ammettere che la tattica di adesione alla maggioranza regalò allora a questi compagni una sovra-rappresentanza negli organismi dirigenti, mentre nel secondo caso che l’adesione alla maggioranza gli ha regalato oggi una perdita di consenso. Rimane il fatto che in questi anni hanno compiuto un viaggio di andata e ritorno dall’opposizione alla maggioranza e poi di nuovo all’opposizione. Un viaggio che avrà forse consegnato loro una certa visibilità, un maggiore peso nella struttura del Partito o di Liberazione, ma che a nostro parere gli ha tolto la chiave di volta della costruzione di un’opposizione rivoluzionaria: la chiarezza e l’omogeneità politica. Il voto ad Erre è certamente un voto composito. Una parte del consenso viene da un settore di bertinottiani delusi che vorrebbero tornare alla politica del Prc della fase precedente. Questi compagni non comprendono che l’attuale governo fatto di voti alla guerra e di finanziarie “lacrime e sangue” non è che l’approdo naturale della politica di questi anni, nella quale per Bertinotti il movimento operaio ha perso ogni centralità, così come lo sradicamento dei Gc dai luoghi di studio e di lavoro è l’amaro risultato della disobbedienza. Rifiutando la concezione della presa del potere e della centralità della classe operaia si sono create le premesse per vedere nello spostamento a sinistra dell’Unione il perimetro unico dell’azione del Prc. Siamo comunque convinti che una parte dei compagni che hanno sostenuto Sinistra Critica lo abbiano fatto convinti della necessità di una vera svolta per il Prc. Ci sembra tuttavia che dopo avere promesso fuoco e fiamme contro la maggioranza si inizino a vedere già segni di cedimento nel gruppo dirigente. L’elemento più evidente è la questione del rifinanziamento alla guerra in Afganistan. Dopo avere iniziato la conferenza presentando un ordine del giorno contro il rifinanziamento, nelle ultime conferenze l’ordine del giorno si era ammorbidito chiedendo una exit strategy. Mentre scriviamo sembra che i senatori Malabarba e Turigliatto dopo settimane di dichiarazioni e interviste in cui si dichiaravano indisponibili a sostenere il rifinanziamento si piegheranno davanti alla probabile fiducia posta da Prodi. Oggi più che mai la costruzione di una alternativa alla deriva governista ed istituizionalista del partito e dei Gc non può essere una linea di basso conflitto e di gestione unitaria.

Per quanto ci riguarda rimaniamo fermamente convinti che l’opposizione al gruppo dirigente di questo partito non possa essere un vestito da indossare a seconda delle convenienze, né la burocratizzazione del partito un fenomeno da denunciare ogni dieci anni. Gli avvenimenti di questi giorni lo dimostrano una volta di più: è necessario continuare e approfondire la costruzione di una tendenza marxista che sappia difendere la propria indipendenza dall’apparato burocratico del partito, che sappia calare le proprie idee nel vivo della lotta di classe di questo paese e che sappia spiegare senza isteria settaria ma con franchezza e nettezza ai militanti di questo partito le ragioni della propria irriducibile opposizione al gruppo dirigente del partito.

L’affluenza al voto

Nella precedente Conferenza, nel 2002, votarono 3483 compagni a fronte di 11916 iscritti ai Gc nel 2001, con un’affluenza al voto pari al 29%. In questa Terza Conferenza invece hanno votato in 5914 a fronte di 14557 iscritti nel 2005, con un’affluenza pari al 40%. Se tra le due conferenza gli iscritti sono aumentati del 22%, l’affluenza al voto ha registrato un aumento assolutamente più significativo crescendo del 69%. Ma può simile dato essere preso come base per sostenere lo stato di buona salute della nostra organizzazione giovanile?

Tutto al contrario. Esistono troppi segnali di controtendenza per poter trarre questa conclusione. In troppe conferenze questa partecipazione è stata la risultante di un voto passivo, nel migliore dei casi dettato da lealtà verso la direzione e nel peggiore di favore verso questo o quel dirigente. L’aumento dello scarto tra numero di partecipanti al dibattito, attivisti e votanti è in realtà uno dei classici sintomi dello spostamento a destra di un partito comunista. La logica elettorale che pervade tutta l’azione del partito finisce per avere una profonda influenza anche sul corpo vivo degli iscritti. Come nella democrazia parlamentare si chiama a votare ogni quattro anni un corpo elettorale lasciato fino a quel momento estraneo a qualsiasi decisione, così inizia ad essere considerato totalmente “normale” al nostro interno trasformare i congressi e le conferenze in una mobilitazione della parte passiva degli iscritti in vista esclusivamente del voto. A questo meccanismo “normale” non ci rassegneremo mai.

Non si tratta di difendere un approccio elitario alla costruzione del partito, ma di tornare a difendere un principio sacrosanto: la linea deve essere determinata da chi avrà l’onere di portarla avanti. Per quanto sia fisiologico in un partito di 90.000 iscritti avere una quota di tesserati inattivi, la proporzione tra attivisti ed iscritti deve essere sempre tenuta sotto stretta osservazione. Se il numero di iscritti inattivi cresce oltre il livello di guardia, il partito può rapidamente diventare vittima di cordate clientelari e di lotte puramente personalistiche per il controllo del potere. Così i tesserati passivi, da semplice fenomeno fisiologico, si trasformano in realtà in potenziali pacchetti di voti che possono servire di volta in volta a questa o quella cordata.

Si ripropone urgentemente all’interno del partito e dell’organizzazione giovanile la necessità di porre limite a questo fenomeno anche con misure organizzative: una su tutte dovrebbe essere quella di tornare a misurare i nostri iscritti su base mensile, considerando cioè valide solo quelle tessere dove un bollino mensile corrispondente ad un contributo di autofinanziamento, modesto ma costante nel tempo, dimostri un’adesione all’attività viva del partito. Ciò che corrisponde al nostro attuale tesseramento dovrebbe essere trasformato in un buono di sottoscrizione annuale da simpatizzante.

Il nostro risultato e i compiti che abbiamo di fronte
Come quarto documento manteniamo praticamente lo stesso dato percentuale della scorsa conferenza: il 7%. Con l’aumento dell’affluenza al voto che abbiamo descritto, tuttavia, questo mantenimento della percentuale è stato possibile solo passando dai 254 voti della scorsa conferenza ai 420 attuali (+75%). Ma non si tratta solo questo. Nel 2002 le due regioni dove prendevamo più voti, Emilia Romagna e Lombardia, rappresentavano da sole il 50% del nostro risultato. Oggi la situazione è totalmente diversa con buoni risultati in Sicilia, Campania e Calabria. In generale la nostra presenza è assolutamente più distribuita sul territorio, un risultato clamoroso se si considera che alla Prima Conferenza dei Gc nel 1997 la nostra tendenza politica rappresentava un gruppo che aveva un certo peso solo in alcune zone del nord del paese.

Dieci anni che ci hanno permesso di presentarci a tutti gli effetti come una delle aree nazionali di questo partito. E non abbiamo fatto tutto questo in un partito privo di aree d’opposizione. Al contrario: siamo cresciuti nonostante la presenza di minoranze dotate di una certa tradizione, di una certa visibilità e sicuramente di un peso numerico estremamente maggiore di noi.  A livello giovanile oggi siamo la principale opposizione in Lombardia (dove esprimiamo i coordinatori a Pavia, Crema e in Brianza) e in Friuli Venezia Giulia ed in Basilicata. In Emilia Romagna esprimiamo il coordinatore a Parma, siamo la principale opposizione a Modena e la maggioranza relativa a Reggio Emilia. Proprio in questa regione, tolti gli 82 voti di Bologna (le cui caratteristiche sono piuttosto deprecabili) supereremmo addirittura il secondo documento che in quella regione può contare sul controllo di fette significative dell’apparato. Siamo inoltre la principale opposizione a Milano, Caserta, Messina, Reggio Calabria, Cosenza e Civitavecchia e abbiamo gli stessi consensi della mozione 1 a Matera.

Ma soprattutto in tutta una serie di regioni ci avviciniamo al risultato delle altre opposizioni che pure possono e potevano contare su un appoggio di segretari di circolo o su una tradizione di voto all’interno del partito estremamente più radicata di noi. Ci riferiamo ai 74 voti in Campania, ai 50 in Sicilia (dove vinciamo la conferenza ad Agrigento), ai 18 in Sardegna, ai 16 in Calabria e perfino ai 7 in Liguria dove esprimiamo il coordinatore a Ventimiglia.

La lista potrebbe continuare ma non è questo il dato per noi più interessante. Siamo arrivati fin qui costruendo la nostra battaglia nel partito con le nostre pubblicazioni, le nostre idee, promuovendo campagne politiche (come la campagna Giù le mani dal Venezuela) dentro le federazioni e i circoli. E abbiamo potuto crescere sviluppando direttamente la pratica che deriva dalle nostre idee nei luoghi di lavoro (come quella della Terim di Modena, solo per citarne una), nel sindacato, nel movimento studentesco con la costruzione di collettivi e del Csp (Comitato in difesa della Scuola Pubblica). Abbiamo fatto dell’autofinanziamento delle nostre pubblicazioni e spese d’area la colonna portante della nostra azione. E di conferenza in conferenza abbiamo conosciuto compagni e compagne estremamente validi e desiderosi di impegnarsi nella militanza in una tendenza marxista.

Questa conferenza da questo punto di vista non ha fatto eccezione. E’ questa l’attività, né più né meno, a cui invitiamo ad aderire. E’ da qua con ancora più forza e determinazione che ripartiremo. Siamo più di ieri e meno di domani.
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