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Qualche mese fa i Giovani Comunisti di Venezia, tutti convintamente confluiti nell’area dei "disobbedienti" hanno occupato un edificio a Venezia centro storico, un ex scuola elementare che da anni dovrebbe essere restaurata e adibita ad asilo nido. È iniziata così l’esperienza del Centro sociale "Zona Bandita".

I problemi con l’amministrazione comunale sono sorti subito, soprattutto con l’assessore all’ambiente del Prc, Paolo Cacciari, che ha stigmatizzato l’iniziativa e ha ingaggiato con i compagni un braccio di ferro che ha raggiunto il calor bianco nella prima sessione del Congresso Provinciale del Prc di Venezia, in cui ha attaccato violentemente e senza mezzi termini l’esperienza "Zona Bandita".

La posizione dell’area di Progetto Comunista, pur non mascherando mai la differenza di vedute e di posizioni rispetto la scelta dei Gc di confluire nell’area dei "disobbedienti, è stata di solidarietà verso i compagni occupanti, soprattutto alla luce dei violenti attacchi subiti dentro il partito e fuori, da quelli del C.S. "Rivolta", pretoriani di Luca Casarini, del suo luogotenente veneziano, assessore Beppe Caccia (quando si dice che la lotta va condotta all’interno delle istituzioni) e dal prosindaco Gianfranco Bettin.

Tra la prima sessione del Congresso Provinciale (24/3) e la seconda (11/5) i Gc hanno deciso di abbandonare l’edificio a fine aprile, scegliendo di incalzare l’amministrazione veneziana sul restauro dell’edificio e la sua riconsegna all’uso sociale.

Sono stati affissi manifesti in tutta Venezia che in sostanza dichiaravano l’abbandono dello stabile, la vittoria politica per avere individuato il modo per incalzare la maggioranza "centrosinistra-polo rosso verde", l’assicurazione che si sarebbe vegliato sul reale recupero dello stesso per fini sociali e l’affermazione che si erano già individuati sette o otto edifici da sottoporre al medesimo "trattamento".

L’abbandono è stato anticipato da una festa, una tre giorni da concludersi il 1° Maggio. L’ultima sera si sono presentati una ventina di "pacifici e nonviolenti" frequentatori del "Rivolta" che hanno molto pacificamente e nonviolentemente pestato i compagni che avevano osato invadere il terreno del loro intervento sociale, di cui detengono l’esclusiva: il mondo dell’antagonismo giovanile e dell’occupazione degli spazi pubblici.

Da parte nostra come area in vista della seconda sessione congressuale abbiamo preparato un ordine del giorno che, oltre alla solidarietà per l’angheria subita dai compagni, facesse un bilancio dell’esperienza del polo rosso verde a Venezia, dei due anni di mancanza di autonomia del Prc, del fatto che il "manovrismo" dei Verdi ha paralizzato il partito, circoscrivendo in maniera autoritaria l’intervento dei GC nel mondo giovanile, terreno sacro e inviolabile e appannaggio del "Rivolta".

Il testo da noi proposto tra l’altro dichiarava che: "Le zone opache di questa esperienza risiedono nel clima di aperto contrasto che l’area politica dei centri sociali ha opposto e sta opponendo all’azione dei Gc., sfociato nell’aggressione subita dai compagni del Prc da parte di una ventina di "militanti" del "Rivolta". La pretesa del monopolio sulle pratiche di occupazione dei luoghi sociali, e del relativo controllo organizzativo e di guida politica, spiegano l’azione del Rivolta."

L’intento era di presentarlo solo nel caso in cui i Gc non avessero prodotto un ordine del giorno che affrontava con onestà il problema, facendo una puntuale disamina dell’accaduto. Insomma di presentarlo solo se ci fosse stata l’intenzione di mettere la sordina a quanto successo e al significato politico che questo comportava.

Dopo aver avuto la conferma che i Gc non avrebbero presentato alcun ordine del giorno, abbiamo sottoposto alla loro attenzione il nostro, dichiarandoci disponibili a concordare eventuali ritocchi e variazioni. Nessuno ci ha più cercato. Finito il Congresso, si è tenuto il primo Comitato politico federale di Venezia e in fase conclusiva sono stati presentati vari ordini del giorno. All’improvviso sono spuntate quattro righe striminzite, improvvisate, con alcuni firmatari nemmeno presenti, che praticamente chiedevano scusa per aver preso le mazzate e valorizzavano (la cosa più importante) la scelta del polo rosso verde, le sue potenzialità politiche e via prostrandosi.

Un comportamento che nel metodo, ma anche nel merito, evidenzia la pericolosa deriva imboccata dai Gc, le cui posizioni sono state sacrificate sull’altare del "laboratorio dei disobbedienti" in cui si capisce molto bene chi sperimenta e chi fa la cavia.


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