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Terza conferenza dei GC


Si è aperta ufficialmente la terza conferenza nazionale dei Giovani Comunisti (Gc), il congresso della struttura giovanile del Prc.

Per la prima volta da Venezia almeno una parte del partito viene chiamata a trarre un bilancio della linea fin qui adottata. Pur essendo una parte minoritaria (i Gc sono 15.000 circa, a fronte di un dato complessivo di 90.000 tesserati al partito), si tratta comunque di una verifica significativa.

Se i vertici nazionali dei Gc si sono sempre distinti in particolare per essere i più fieri anticipatori e sostenitori della linea del partito, l’organizzazione giovanile è il terreno dove nel complesso queste politiche mostrano in maniera più evidente le proprie conseguenze negative.

Sballottati dall’abbraccio disastroso con Casarini e i Disobbedienti a quello pieno di contraddizioni con Prodi e l’Unione, i Gc rischiano di essere allontanati inesorabilmente da quella che dovrebbe essere la ragione fondamentale della propria militanza: costituire un punto di riferimento organizzato per tutti quei giovani che attraverso l’esperienza delle recenti e future mobilitazioni cercheranno insistentemente un’alternativa rivoluzionaria al capitalismo.

All’interno della Conferenza si confronteranno cinque documenti diversi: il primo sottoscritto dalla maggioranza dell’attuale gruppo dirigente, il secondo dai compagni dell’Ernesto, il terzo dai compagni di Erre, il quarto da noi, sostenitori della rivista FalceMartello, e il quinto dai compagni dell’area napoletana di Progetto Comunista che da tempo si era scissa dall’omonimo gruppo di Ferrando.

Se esiste un abisso tra i punti di vista delle opposizioni e quello della maggioranza, è anche vero che gli stessi documenti dimostrano quanto significative siano le differenze tra le diverse minoranze.

Pur considerando nostra priorità muovere una critica frontale al documento della maggioranza uscente, accenneremo anche a quelli che consideriamo i limiti delle altre opposizioni. Si tratta di una critica fraterna ma chiara, tanto più che questi limiti possano diventare una stampella a cui si aggrapperà la maggioranza.


Lo stato dei Giovani Comunisti


Esiste un punto su cui i documenti concordano nei fatti: i Giovani Comunisti arrivano a questa conferenza in uno stato di profonda crisi. Se i quattro documenti di minoranza lo affermano esplicitamente, quello di maggioranza lo lascia quasi inconsapevolmente leggere tra le righe. Non esiste un paragrafo dove non emergano velatamente espressioni come “siamo ancora capaci”, “inadeguati”, fino addirittura a spingersi a dire: “sarà pur vero che molte cose abbiamo sbagliato”. Una direzione che ammette molti sbagli, dovrebbe pur veramente provare a spiegare quali siano stati questi errori e quali le correzioni necessarie. Altrimenti rimaniamo nel campo della retorica, strumento che è pur vero che non manca ai nostri dirigenti.


La crescita di un’organizzazione comunista non è qualcosa di lineare. Esistono periodi di riflusso delle lotte dove anche la linea più corretta non può impedire un arretramento. Ma il periodo che ci lasciamo alle spalle è completamente diverso. Come è possibile che un’organizzazione che ha fatto dell’“intervento nei movimenti” il proprio vanto esca indebolita proprio dal ciclo di mobilitazioni a cui abbiamo assistito sotto il Governo Berlusconi?

La realtà è che tutte le concezioni teoriche, tutti i campi d’intervento che l’attuale gruppo dirigente aveva individuato come le future frontiere “del movimento” si sono rivelati inadeguati proprio di fronte allo sviluppo stesso dei movimenti di massa. Esiste una frase di Rosa Luxemburg che i vertici dei Gc hanno usato strumentalmente come bandiera: “preferisco i mille errori del movimento reale che una giusta risoluzione di un comitato centrale”. Ma, aggiungiamo umilmente, preferiamo ancora di più le mille cose giuste fatte dal movimento reale che tutti gli errori dell’Esecutivo Nazionale dei Gc.

Mentre dopo le giornate di Genova l’Esecutivo Nazionale incensava i social forum, la pressione delle masse tornava ad esprimersi attraverso i canali classici del sindacato e delle organizzazioni di massa. Mentre si dava la patente di “movimento” al Laboratorio dei Disobbedienti e si teorizzava la fine della centralità del conflitto capitale-lavoro, il movimento reale dei lavoratori esplodeva con forme estremamente radicali con le lotte degli autoferrotranvieri, dell’Alitalia, delle acciaierie di Terni e degli stabilimenti Fiat a Termini Imerese, Termoli e Melfi. Mentre si concentrava il fuoco demolendo categorie marxiste come l’imperialismo, la presa del potere, e l’esproprio dei mezzi di produzione, una nuova ondata della lotta di classe e antimperialista in America Latina tornava ad esprimersi per le vie più classiche: con scioperi generali, insurrezioni e lotta per il controllo operaio delle fabbriche.

E pazienza se la maggioranza ci tiene a ribadire che “leggere questi passaggi con schemi classici per tant* di noi è semplicemente impensabile”. Lo sviluppo degli avvenimenti sembra curarsi poco di cosa per noi sia pensabile o meno.


La questione del Governo


Se le concezioni disobbedienti ci hanno allontanato dal passato ciclo di mobilitazioni, la nuova collocazione del partito nel Governo e nell’Unione ci mette in una contraddizione insanabile con l’eventuale sviluppo di un nuovo ciclo di lotte. Già oggi Prodi lavora con tutte le leve a propria disposizione per evitare una nuova stagione di mobilitazioni. E la presenza del nostro partito nella compagine governativa rientra tra queste. Da una parte l’Unione cerca di appoggiarsi sulle burocrazie sindacali per inaugurare un nuovo periodo di concertazione e pace sociale, dall’altra utilizza la presenza del nostro partito per ipnotizzare le mobilitazioni e illuderle di poter trovare una rappresentanza nell’attuale Governo. Il partito si trova così condannato contemporaneamente ad invocare i movimenti per “spostare a sinistra l’Unione” e a costituire uno dei principali specchietti per allodole con cui impedirne lo scoppio.


Ma anche qualora, e lo consideriamo più che possibile, scoppiassero nuove mobilitazioni sociali, questo non determinerebbe uno “spostamento a sinistra” dell’Unione ma un aumento vorticoso delle sue contraddizioni interne. Il partito in particolare si troverebbe nella stessa situazione in cui si è trovato in Piemonte durante la lotta No Tav o ad Acerra o a Sassuolo: costretto ad uscire a gambe levate dall’Unione oppure ad essere visto come una controparte dalle mobilitazioni.

Il documento di maggioranza si limita ad esorcizzare simili rischi alternando affermazioni scontate a voli teorici privi di alcun significato. Ma tanto più si sforza di dimostrare la propria indipendenza dalla linea di Governo, tanto più ciò che ne esce è lì a dimostrare il contrario. Viene affermato con grande solennità che il Governo è solo una variante tattica e non il fine ultimo. Ma dovrebbe trattarsi di una verità elementare: fino a prova contraria il fine ultimo di un partito comunista è l’abbattimento dell’attuale sistema economico. Il punto è comprendere se la partecipazione al Governo Prodi ci aiuti o meno a svolgere questo compito. Si continua dicendo che “nessun Governo ci può essere totalmente amico”. Della serie: ma sono amici Prodi, Mastella, Bonino, Capezzone e Padoa Schioppa? Totalmente amici è una parola grossa, diciamo conoscenti.


Ma fuori da ogni retorica, la sostanza è quella di un appiattimento totale all’Unione. Si spiega che la “fine del Governo delle destre è quindi anche frutto dell’incontro tra una domanda di cambiamento e la nascita dell’Unione”, che “il Governo dell’Unione è una condizione necessaria, ma di certo non sufficiente per una nuova iniziativa che apra nella società spazi di democrazia e giustizia sociale” e soprattutto che “abbiamo ragione di ritenere che a determinare il consenso al centro destra non siano state le uscite dell’ex Presidente del Consiglio, ma il cambiamento della società italiana dentro i processi di globalizzazione”. Non solo si individua nell’Unione il naturale erede delle lotte contro Berlusconi, ma la si scagiona da qualsiasi colpa per la rimonta elettorale della destra.

La realtà è totalmente opposta. L’Unione non è stata il prodotto “necessario ma non sufficiente” dei movimenti contro il Governo Berlusconi, ma semmai ne è stata il figlio illegittimo. Non è il compimento finale di un ciclo di mobilitazioni, ma semmai l’indice della loro incompiutezza. Tutto volevano i protagonisti delle lotte di questi anni tranne che ritrovarsi Padoa Schioppa all’economia e Mastella alla giustizia. E simili personaggi difficilmente avrebbero trovato spazio se il Governo Berlusconi fosse stato fatto cadere dal movimento di massa, piuttosto che per via elettorale. Scenario che è stato reso impossibile non dai limiti di forza delle lotte, ma dai limiti delle loro direzioni.


Tuttavia la storia non fa sconti. La mancata caduta di Berlusconi attraverso la mobilitazione di massa ha lasciato spazio alla rimonta elettorale della destra. Nonostante il primo documento si apra dichiarando che “Berlusconi è sconfitto”, la destra esce dalle ultime elezioni dotata di nuovo vigore e aggressività. E le ragioni non devono essere cercate nelle sfere della sociologia, ma in quelle della politica. I limiti dell’Unione, la zavorra confindustriale del centro della coalizione, il moderatismo del suo programma hanno lasciato terreno libero alle argomentazioni della destra. Con una campagna aggressiva Berlusconi ha potuto convogliare paradossalmente verso destra l’enorme scontento accumulato in una parte significativa della società. Ma ciò che è successo durante le elezioni rischia di essere solo un piccolo assaggio dei processi che vedremo in futuro. Tanto più il nostro partito, a partire dai Giovani Comunisti, tarderà a riconquistare la propria indipendenza nei confronti dell’Unione tanto più la destra avrà spazio per la propria demagogia.


“L’altra Europa”

La questione europea torna in diversi punti del primo documento. Secondo i compagni, “l ‘Europa politica mostra tutti i difetti ed i limiti delle burocrazie, delle tecnocrazie che sono gli attori di questa nozione dirigista ed antidemocratica di società”. Il problema fondamentale quindi cessa di essere la natura di classe dell’Unione Europea, il fatto che essa non sia altro che un’unità tra paesi capitalisti a discapito degli stessi lavoratori, ma il metodo con cui avviene simile unione. I “cittadini” sarebbero poco coinvolti dai processi europei. A questo dovremmo rimediare con “progetti di cooperazione dal basso, associazioni che ottengono finanziamenti locali ed europei”, “nuove pratiche di eurocittadinanza attiva”, tra cui “seminari di formazione su associazionismo e opportunità di finanziamento (…), europrogettazione per realizzare riviste”.


Tralasciando la preoccupazione che trasuda da ogni riga per l’ottenimento dei finanziamenti europei, esiste una sola di queste righe che non potrebbe essere sottoscritta dalla Sinistra Giovanile o da quell’arcipelago di progetti e associazioni create con i finanziamenti Ue? Ma proprio questo universo associazionistico è l’altro lato della medaglia delle “tecnocrazie” contro cui ci si vuole scagliare. Se infatti i progetti di eurocittadinanza attiva (che la tecnocrazia si preoccupa sempre di non lasciare a corto di liquidità) non hanno alcun potere di avvicinare le istituzioni europee agli interessi delle masse, almeno possono darne l’illusione.

Sia detto di sfuggita che in realtà i lavoratori sono stati più che coinvolti dai processi di unificazione europea: con 10 anni di attacchi allo stato sociale, con un peggioramento costante delle proprie condizioni di vita. Questa è l’unica forma di coinvolgimento che ci può riservare un’Europa unificata su basi capitaliste.

L’unica altra Europa è quella che saprà creare la lotta di classe unita delle masse europee, un’Europa socialista. Per quel che ci riguarda continueremo ad essere eurocittadini piuttosto passivi ma militanti estremamente attivi nelle mobilitazioni sociali internazionali e nazionali.


L’America Latina del primo documento e quella reale


Del loro viaggio in Venezuela i compagni del primo documento ci informano di aver letto su un muro la frase “Di fronte alla via del terrore… Viva l’amore militante!!!” . Questo è quello che ci dicono di fronte ad un paese dove è in pieno sviluppo da quasi 8 anni un processo rivoluzionario fatto di occupazioni delle terre, di fabbriche, lotta contro i sicari dei latifondisti, colpi di Stato e serrate padronali. Un cieco descriverebbe meglio i colori dell’arcobaleno.

Per anni gli sviluppi in Venezuela o in Bolivia sono stati ignorati. Ora che è impossibile ignorarli, li si svuota di contenuto affogandoli nella retorica. E’ la stessa tattica usata da Liberazione che affoga negli elogi Chavez e Morales (molte volte tra l’altro elogia proprio quelli che sono i loro limiti) e dall’altra parte nega con astuti editoriali che in America Latina si possa parlare di processi rivoluzionari.

Per quale motivo tutto questo? Come si fa ad ignorare un movimento che ha riguardato decine di migliaia di uomini come l’insurrezione boliviana della passata estate? La ragione è semplice: nessuno degli avvenimenti latino-americani corrisponde allo schema partorito dai nostri dirigenti. In Sud America riemerge la lotta di classe con scioperi e insurrezioni. Riemerge la lotta per il potere e la necessità di difendersi dalla violenza imperialista e dello Stato. Riemergono proposte di armare il popolo. Tutto ciò che il nostro partito ha confinato nel ‘900, riemerge nella discussione sul socialismo del XXI secolo.

Per quanto ci riguarda non chiediamo alla realtà di adattarsi ai nostri schemi, ma viceversa la analizziamo per intervenirvi. Chavez non è di formazione marxista e non ne abbiamo mai nascosto i limiti e gli errori. Questo non ci ha impedito dal 2001 di vedere le potenzialità della rivoluzione venezuelana e di costruire una rete di appoggio internazionalista come il comitato Giù le mani dal Venezuela. I nostri dirigenti erano troppo impegnati a trastullarsi con Casarini nei vari forum internazionali per cogliere le potenzialità della situazione venezuelana. Oggi nei forum internazionali Chavez partecipa, come a Vienna, ad una riunione con 5.000 giovani organizzata dal comitato internazionale Giù le mani dal Venezuela, dove si dibatte di lotta per il socialismo.


Ancora la logica della visibilità


Nonostante la Disobbedienza fosse la proposta principe dell’attuale gruppo dirigente alla scorsa conferenza, il primo documento si guarda bene dal farne un bilancio. Perché il Laboratorio dei Disobbedienti è imploso, quali conseguenze ha avuto questo fallimento sulla nostra organizzazione? L’argomento viene evitato sentenziando: “La scelta di far parte del movimento dei e delle disobbedienti ha riconnesso la voglia di cambiare il mondo con l’organizzazione politica”. Eppure quale ne sia stato l’effetto emerge in maniera implicita dal successivo ragionamento sugli “spazi sociali”: “E’ accaduto che compagn* che avevano deciso di sperimentarsi sul quel terreno, si siano a poco a poco ridimensionati su una dimensione tutta locale, trascurando proprio una delle maggiori possibilità che intrinsecamente abbiamo, quella di essere un’organizzazione diffusa sul territorio, o in altri casi peggiori si siano allontanati definitivamente dai GC.”. Ci pare un chiaro riferimento all’uscita dell’intero gruppo di maggioranza dei Giovani Comunisti a Milano o ad Alessandria, proprio laddove più era convinta l’adesione alla disobbedienza.


La mancata comprensione di un errore porta inevitabilmente alla sua ripetizione. L’errore più grave commesso con la Disobbedienza è stato sacrificare il radicamento dell’organizzazione nei luoghi di lavoro e di studio in nome della logica della visibilità e del gesto simbolico. E questa impostazione permane in ogni proposta della maggioranza. Così invece che sottolineare quanto l’assenza di un’organizzazione studentesca nazionale alternativa all’Unione degli Studenti e degli Universitari abbia pesato negativamente sulle brevi mobilitazioni studentesche dello scorso autunno, si preferisce citare “la significativa esperienza di Farfalle Rosse, nata a Siena” con la loro contestazione simbolica a Ruini. Dubitiamo che a simile gesto possa essere attribuito il merito di aver scatenato le successive manifestazioni studentesche. Ma anche se così fosse, che cosa dimostrerebbe tutto questo? Semplicemente che anche quando il gesto simbolico e visibile raggiunge il proprio scopo, esso diventa completamente inadeguato quando si tratta di intervenire in un intervento di massa. Anche ammesso che sia stata la “significativa esperienza di Farfalle Rosse” a scatenare le successive lotte, è stata l’Uds a poter giocare indisturbata il ruolo di pompiere su quelle stesse mobilitazioni.


Il secondo documento: l’Ernesto e la ricerca dell’unità


Non potremo entrare nei dettagli degli altri documenti d’opposizione, ma sicuramente indicare quali ne siano i limiti generali. Quello dei compagni dell’Ernesto si apre con la critica all’atteggiamento della maggioranza uscente che si è “rifiutata di presentare una proposta di documento che fosse da stimolo per la discussione di tutti gli iscritti e definisse il terreno di confronto su cui misurare convergenze e divergenze”. Si tratta di una critica di per sé sacrosanta. Un gruppo dirigente che si rifiuta di presentare il proprio documento in anticipo per paura di subire critiche troppo dettagliate mostra semplicemente la sua bancarotta.

Tuttavia non crediamo, come affermano in seguito i compagni, che tutto questo sia grave perché così “si è scelto di perpetuare le differenze che ci avevano diviso in passato. (…)Ci troviamo – dicevamo - nella paradossale situazione di presentare una proposta alternativa, ma alternativa non sappiamo a cosa”.

Le nostre differenze con il gruppo dirigente non derivano dal fatto che non sia stato presentato anticipatamente un documento o dall’atteggiamento con cui ha affrontato questa conferenza. Negli ultimi anni la direzione del partito, e a rimorchio quella dei Gc, si è resa protagonista dell’incredibile svendita del partito alle ragioni dell’Unione, di un attacco viscerale alle principali idee del marxismo e di uno smantellamento complessivo del nostro interevento nel movimento studentesco e operaio.

Come si fa ad affermare di fronte a tutto questo che fosse necessario attendere la presentazione di un documento per sapere a che cosa opporsi? Le nostre divisioni con l’attuale gruppo dirigente derivano da effettivi punti di vista alternativi e non dalla loro scelta di “perpetuare le differenze”. A tutto ciò che ci “divideva in passato”, si è semplicemente aggiunto quello che ancora di più ci divide nel presente.


Siamo sicuri che nemmeno i compagni dell’Ernesto ritengano seriamente che sarebbe stato possibile la presentazione di un documento unitario con la maggioranza se semplicemente questa avesse presentato a tempo debito le proprie proposte. Si tratta, semmai, del tentativo continuo da parte di quest’area di presentarsi come la più unitaria di tutte le divisioni, di rigettare sempre la colpa delle differenze dall’altra parte della barricata. Così, ad esempio, quando si è trattato di presentare una prima bozza dei documenti per la conferenza, i compagni hanno presentato il proprio sotto la strana forma di “lettera aperta per l’unità”.

Se tutto questo ha un effetto è semplicemente quello di non chiarire i termini del dibattito e le enormi differenze che lo attraversano. Una confusione che non crediamo giovi prima di tutto al corpo militante dello stesso Ernesto. L’idea che qualche limatina sia sufficiente a firmare un “armistizio” con la direzione tranquillizzerà forse le componenti più burocratiche (le quali, per altro, sembrano già in grado di garantirsi da sole una pace separata con la maggioranza) ma disorienterà i militanti più combattivi. Non crediamo sia casuale che dalla scorsa conferenza nazionale dei Gc l’unica componente che abbia perso un compagno del coordinamento nazionale a favore della maggioranza sia proprio quella dell’Ernesto.

Il documento continua rivolgendo anche una critica alle minoranze per non aver raggiunto un’intesa unitaria. Ma crediamo che proprio il testo del secondo documento dimostri a posteriori quanto fossero fragili le basi politiche per simile unità.


Sul tema del Governo i compagni si limitano a ribadire la propria contrarietà ai metodi con cui si è giunti nell’Unione, tralasciando se dal loro punto di vista fosse giusto o meno l’idea di entrare nell’Unione. Ribadiscono poi il proprio timore per “un appiattimento istituzionale” dei Gc. Dato che i timori non costano nulla, le stesse paure sono espresse anche nel documento della maggioranza. Il punto non è “temere” un appiattimento istituzionale, ma spiegare come l’entrata nell’Unione lo abbia già provocato e lo provocherà sempre di più. In realtà i compagni hanno perso il loro principale elemento di critica alla linea di maggioranza. L’idea che l’errore del partito fosse stato andare al Governo senza concordare i punti programmatici perde oggi la propria forza. Il programma dell’Unione è nato e non poteva nascere altro come una serie di mediazioni ambigue su ogni terreno. I compagni arrivano su questa base ad articolare la propria posizione in maniera alquanto discutibile: “Ancora: il nostro partito ha sottoscritto il programma dell’Unione. Noi non abbiamo condiviso quella scelta, ritenendola assolutamente inadeguata. Quel programma chiede l’abrogazione non già della Legge 30 ma solo di specifiche forme contrattuali come il lavoro a chiamata e lo staff leasing. Riusciremo a creare mobilitazioni che spingano il governo a realizzare questi propositi nei primi 100 giorni per poi passare al contrattacco ed ottenere l’abrogazione totale della legge Biagi?”. Come nel gioco della palla avvelenata, il primo tiro è libero: per i primi 100 giorni le masse dovrebbero autolimitarsi a richiedere semplicemente l’applicazione del programma inadeguato, poi si potrà passare ad altro.


La classe operaia frantumata?

Un comunista ha prima di tutto il compito di interrogarsi sullo stato concreto delle mobilitazioni, sui loro limiti e su come risolverle. I compagni si producono a parole in questo sforzo. Il quadro che ne esce però è tutt’altro che gratificante. Vengono presentate le difficoltà, senza mai spiegare quali ne siano state le cause. Tutto si dice fuorché quale sia stato il principale elemento di freno delle recenti mobilitazioni: il ruolo delle direzioni delle organizzazioni del movimento operaio.

Così riferendosi alla crisi industriale viene scritto: “Ad oggi l’aggravarsi esponenziale della crisi non ha però prodotto una significativa protesta proprio in ragione dell’estrema parcellizzazione del sistema economico-lavorativo che ha permeato così in profondità il tessuto sociale da mettere i lavoratori nelle condizioni di anteporre il proprio utile individuale (la salvaguardia del proprio posto di lavoro) alla ricerca dell’unità e della lotta comune. Manca un vero sostegno dello Stato, un intervento pubblico che si ponga l’obiettivo di uno sviluppo sostenibile e moderno” e più avanti il concetto viene reso ancora più catastrofico: “La classe lavoratrice è divisa, spezzettata, segmentata in mille figure contrattuali diverse, privata di contratti nazionali di riferimento: dunque strutturalmente incapace di trovare linguaggi universali e luoghi di sintesi politica ed organizzativa”.


Si tratta di un’affermazione estremamente sbagliata. Non si tratta di negare gli elementi di divisione che esistono all’interno del proletariato, elementi che lo stesso Marx in realtà ha sempre considerato inevitabili. Non si è mai vista una classe dominante che si divertisse ad unificare e a favorire l’organizzazione dei propri oppressi.

E’ in primo luogo falso dire che non ci sia stata una risposta operaia alla crisi industriale. Con tutta la propria generosità i lavoratori hanno cercato di rispondere allo stillicidio di ristrutturazioni aziendali. E’ stato così a Termini Imerese, alle acciaierie di Terni, alla Ciatti, alla Matec, alla Gkn a Firenze, alla Delfi di Livorno, alla Star di Parma e così via. Se queste mobilitazioni non hanno vinto, non è a causa della “parcellizzazione del sistema economico-produttivo”.

Se così fosse, chi avrebbe potuto farci qualcosa? La realtà, invece, è che queste mobilitazioni sono state sistematicamente limitate nella propria estensione e nel proprio programma dalle direzioni sindacali. Stretti tra la morsa dell’attacco padronale e la moderazione delle direzioni sindacali, i lavoratori si sono trovati di fronte al classico ricatto: o ingoi quest’accordo oppure ti trovi per strada. La principale colpa dei Gc è quella di non aver saputo costruire una presenza organizzata prima dello scoppio di queste mobilitazioni, in modo da poter indicare una direzione alternativa una volta che queste fossero scoppiate.


Per quel che ci riguarda abbiamo condotto umilmente questo lavoro all’interno di aziende come la Direct Line di Milano, la St di Agrate, la Smalti o la Terim di Modena, la Polti di Cosenza, nel comparto del commercio, tra gli autoferrotranviari, all’Aci o all’Abacus ecc. Abbiamo reso note di volta in volta sulle pagine di questo mensile gli sviluppi, le vittorie, le lezioni e anche le sconfitte di queste mobilitazioni. Si tratta di un lavoro piccolo ed enorme allo stesso tempo, che non avremmo mai potuto svolgere se avessimo ritenuto che fosse la “parcellizzazione produttiva” la responsabile dei limiti del movimento dei lavoratori. Le colpe risiedono nelle direzioni sindacali e anche nel nostro partito che ha negato sistematicamente la necessità di costruire una vera opposizione sindacale organizzata, lasciando la patente di oppositori all’ultimo congresso Cgil a gente come Patta.


I poli antimperialisti


Sulle questioni internazionali i compagni riesumano una posizione che gli avevamo sentito difendere già tempo fa. Analizzando lo strapotere degli Usa, il secondo documento ribadisce di ritenere utile e positiva la potenziale nascita di poli alternativi agli Usa, tralasciando completamente quale sia il loro contenuto di classe. Ci viene così spiegato che: “Di fronte alla crisi o alla stagnazione dei paesi tradizionalmente motori dell’economia mondiale, si assiste alla crescita di paesi come Cina, India, Brasile, Sudafrica, ai quali si affianca anche la Russia di Putin. E’ in questo quadro di emersione di un mondo multipolare che maturano i piani neo-cons di dominio del mondo e di penetrazione diretta nelle aree chiave per il controllo delle risorse idriche ed energetiche del pianeta” ma soprattutto “La cooperazione politica e militare tra Cina e Russia -aperta alla collaborazione delle forze progressiste e non allineate di ogni continente- può rappresentare nel mondo di oggi un importante contrappeso all’unipolarismo euro-atlantico”. Ci pare una cattiva riedizione della divisione del mondo in blocchi di staliniana memoria, senza l’esistenza però di alcun paese nemmeno paragonabile all’Urss.


Lasciamo stare come tutta una serie di paesi profondamente diversi tra loro, vengano messi nello stesso sacco di “paesi non allineati”. E’ indubbio che alcune nazioni si stiano attrezzando per controbattere lo strapotere Usa, ma non si tratta altro che del tentativo di alcuni paesi capitalisti di attrezzarsi per difendere i propri appetiti imperialistici. Sinceramente non vediamo perché i comunisti debbano ritenere progressista un simile scenario. Non sta a noi scegliere se sia meglio vivere in un mondo capitalista dove una potenza imperialista  prevalga di gran lunga sulle altre o se diversi poli imperialisti abbiano la forza di lottare fino all’ultimo per spartirsi il mondo. Tra il polo imperialista Usa e il tentativo di resurrezione dell’imperialismo russo targato Putin non abbiamo nulla da scegliere.

La vera minaccia a qualsiasi imperialismo è costruita oggi dal riemergere delle mobilitazioni di massa in America Latina e in altre parti del mondo. Nostro compito sarà fornire una prospettiva internazionalista a simili lotte, senza legarle a nessun carro imperialista, indipendentemente che si tratti di quello forte degli Usa, di quello zoppicante europeo, di quello in ricostruzione della Russia o di quello regionale del Brasile.


Il terzo documento: ovvero tra di noi è finita così

Avremmo molto da dire sulle concezioni che emergono nei vari paragrafi del terzo documento, tuttavia ci limiteremo ad osservare qual’è il principale limite che lo attraversa. Come dice, in maniera eufemistica, lo stesso documento: “molti di noi si riconobbero nella scorsa conferenza nel primo documento, soprattutto per la priorità assoluta data all’impegno dei/delle Giovani Comunisti/e alla costruzione del movimento antiliberista”.

Nel caso dei dirigenti attuali di quest’area, sarebbe meglio trasformare il “molti” in “tutti”. I compagni aderirono al primo documento nel 2002, quando la politica della Disobbedienza era al proprio apice e mostrava in maniera sintomatica i propri limiti. Vi aderirono apparentemente senza riserve. Non ricordiamo né un emendamento, né un intervento particolarmente critico pronunciato nella scorsa conferenza nazionale. Si misero a disposizione della Disobbedienza in termini teorici e pratici, facendosene promotori dovunque ne avessero le possibilità. Se poi abbiano espresso le loro critiche nei corridoi o nelle segrete stanze non c’è dato di saperlo e poco ci interessa.


Non si tratta di puntare il dito verso errori passati, ma di riconoscere quanto questi pesino ancora oggi in tutta l’impostazione del documento. Non potendo o non volendo riconoscere l’enorme sbaglio commesso con la propria adesione alla maggioranza per un lungo periodo di tempo, i compagni sono costretti a presentarci il passato più o meno in questi termini: andava tutto bene, i Gc si orientavano ai movimenti, finchè la iattura degli accordi con l’Unione non è intervenuta a rovinare tutto. Si tratta di un’idea doppiamente falsa.

Falsa in primo luogo perché l’attuale gruppo dirigente dei Gc non ha mai avuto un orientamento al “movimento”, ma semmai si è sempre orientato a corteggiare parte del ceto politico che componeva le mobilitazioni, tralasciando completamente l’azione verso le masse che entravano in lotta con propri metodi e sui propri terreni. Non potendo riconoscere questo il terzo documento è costretto a dividere la Disobbedienza in periodo buono e periodo cattivo. Da una parte ci viene detto che “crediamo che questo percorso sia stato fecondo: dal laboratorio dello stadio Carlini di Genova fino alle azioni contro i treni della morte. Dall’investimento nella costruzione dei movimenti i Gc hanno tratto vantaggi anche per sé stessi, con una fase di crescita significativa di militanti e iniziativa politica in molte nostre realtà territoriali”. Dopo poche righe la rotta cambia: “Ma soprattutto nel procedere delle nostre relazioni di movimento abbiamo teso a privilegiare la costruzione dei Disobbedienti, con la D maiuscola, come soggetto politico definito, in cui –tra l’altro- il programma era proposto da una specifica area politica, quella che fa riferimento a Toni Negri e alle teorie moltitudinarie – di fatto assunte dalla maggioranza del nostro gruppo dirigente. Dinamica che ci ha portato a trascurare l’intervento nei luoghi di studio e di lavoro”. La realtà è che proprio il periodo in cui i compagni di Erre erano in maggioranza era il periodo della sbornia delle idee moltitudinarie.

Non c’è nulla da salvare di quel periodo. Ma anche se così fosse, non avrebbero allora ragione i compagni del primo documento a trarre un bilancio tutto sommato positivo, a dirci che la Disobbedienza è andata bene fino ad un certo punto? I compagni di Erre non propongono questo. Non lo propongono perché simile lato buono non esiste e non è mai esistito.


Esiste poi un altro problema: se la linea andava bene, da dove è stata partorita la svolta governista? Una svolta a destra riguardante migliaia di militanti non si prepara dal giorno alla notte. O la si interpreta come caduta dal cielo, come una delle dodici piaghe del vecchio testamento piovuteci addosso, oppure si deve ammettere che la linea “movimentista” (che i compagni di Erre hanno elaborato e sostenuto con fierezza) altro non è stata che il viatico a riportare il partito nell’Unione. Abbiamo sempre spiegato che idee come la Tobin Tax, il bilancio partecipativo, l’esaltazione dei forum, contenevano un nocciolo politico moderato e che addirittura sarebbero state utilizzate dalla maggioranza come leve per riapprocciarsi all’Unione. E’ stato così ed è impossibile nascondere che proprio i compagni del terzo documento siano stati addirittura i suggeritori di simili idee all’attuale gruppo dirigente. Non si può aiutare il becchino a scavare la fossa e poi lamentarsi se pretende di metterci dentro un cadavere.


Il quinto documento: l’eco di Ferrando

Il quinto documento è presentato dai compagni napoletani dell’area programmatica Progetto comunista, scissasi dall’associazione marxista rivoluzionaria (Amr) Progetto comunista la quale in seguito ha subito la scissione di Progetto comunista, rifondare l’opposizione dei lavoratori (Rol).

L’Amr Progetto si sta per scindere dal partito, Progetto-Rol si è già scissa. Area programmatica ha invece deciso di continuare la propria battaglia interna. Ne siamo lieti, a patto che questo non sia semplicemente un altro capitolo della trilogia della saga dei Progetti.

Eppure l’impostazione non ci sembra molto lontana da un documento di Ferrando. Tutto il testo viene pervaso da una riaffermazione continua della propria purezza e durezza. Come ci è toccato vedere tante volte con i passati documenti degli altri Progetti, l’affermazione implicita è: “siamo noi i veri oppositori, il resto è imitazione”. Siamo contenti che i compagni lo pensino, più desiderosi che lo dimostrino.

Visto che il documento è pieno di frasi generiche sull’opposizione comunista, il movimento proletario e l’opposizione a Prodi (frasi che per altro condividiamo) i compagni potrebbero iniziare a spiegarci in che cosa si differenzia la loro proposta del “Blocco autonomo di classe” da quella del “Polo autonomo di classe” di Ferrando?

L’impostazione generale, in realtà, ci sembra mantenere il solito limite: se da una parte si ribadisce la giusta contrarietà all’entrata nell’Unione, si nega il legame che i settori di sinistra dell’Unione hanno con il movimento operaio organizzato attraverso gli apparati sindacali e non solo.

Se non si vede questo fenomeno, non lo si può combattere.

La lotta per liberare i lavoratori dalla gabbia dell’Unione diventa così solo una questione propagandistica. Basta dire ai lavoratori: venite da noi che siamo il blocco più duro e più puro. La storia finisce qui. Se poi è proprio necessario dimostrare nella pratica la propria durezza basta ribadire posizioni come “la distruzione dello Stato d’Israele”, l’antifascismo militante o concetti simili. Chiunque si ponga oggi l’obiettivo di riempire il vuoto di Ferrando, dovrebbe chiedersi come mai prima di tutto Ferrando abbia creato questo vuoto.

31/05/2006

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