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Per un’alternativa rivoluzionaria nel movimento antiglobalizazione.

Un contributo verso la prossima Conferenza nazionale

 

Lo sciopero metalmeccanici del 6 luglio e la manifestazione di Genova sono i sintomi di un cambiamento della situazione politica. Migliaia di giovani iniziano a discutere e ad interessarsi delle vie attraverso cui cambiare questa società. Le posizioni dei comunisti, attualmente minoritarie, potranno trovare nel prossimo periodo un ascolto fino a qualche anno fa insperato.


In autunno i Giovani Comunisti si apprestano a tenere la propria Conferenza nazionale. Nelle intenzioni della direzione nazionale dei Gc, questa Conferenza dovrebbe essere "aperta come una piazza della sinistra". La nostra domanda è: ma aperta a quali idee? Aperta alle idee delle tute bianche, di Ya Basta, dell’anima moderata del movimento antiglobalizzazione? Altre dovrebbero essere, a nostro parere, le idee a cui aprirsi e cercheremo di esporle rapidamente.

Questa è una lettera aperta a tutti coloro che sono iscritti o hanno intenzione di iscriversi (e invitiamo tutti caldamente a farlo) ai Giovani Comunisti. Attorno alle idee guida di questo appello, costruiremo incontri, tesi e documenti politici prima della Conferenza dei Giovani Comunisti. Non vorremmo, infatti, che "nella piazza aperta della sinistra" le idee mancanti fossero proprio quelle marxiste. Il che sarebbe ancora più paradossale all’interno di un’organizzazione che si richiama al comunismo. Tutti coloro che si ritrovassero in queste idee o le ritenessero comunque una base valida da cui partire a discutere, sono invitati a contattarci.

Un nuovo periodo di lotta di classe!

Per chiunque si sia posto il problema di combattere questa società gli ultimi anni possono essere sembrati soffocanti. Dopo la caduta dell’Urss il disorientamento è stato lo stato d’animo più diffuso. Si è teorizzato in tutte le salse che il conflitto di classe fosse finito, che l’epoca delle rivoluzioni facesse parte del passato.

Questo è stato teorizzato dalla borghesia stessa, dai suoi intellettuali e dai suoi giornalisti. Ma non sarebbero riusciti ad ottenere un effetto tanto devastante se al coro non si fossero uniti anche i dirigenti del movimento operaio. Non ci riferiamo soltanto a coloro che hanno abbracciato completamente l’ideologia liberale come molti dei dirigenti Ds. Anche tra la stessa sinistra radicale sono proliferati gli intellettuali che hanno dedicato interi libri a spiegare come mai il rovesciamento rivoluzionario della società fosse una prospettiva da abbandonare e la rivoluzione d’ottobre fosse stata un grosso errore storico. Tra l’altro questi intellettuali godono oggi ancora di enorme credito e prestigio.
Chi scrive non si è mai unito a questo coro di pessimisti. "La coscienza è determinata dall’essere sociale": questo è uno dei più grandi insegnamenti del marxismo. Le idee, le opinioni, e le concezioni delle persone (in una parola la coscienza) variano con il variare delle condizioni materiali di vita. Per quanto il capitalismo possa riportare una vittoria, rimane un sistema attraversato da contraddizioni insolubili. Per quanto possa creare nuove armi di propaganda, i lavoratori e i giovani fanno i conti tutti i giorni con la realtà. L’esperienza dell’ultimo periodo è stata di peggioramento delle condizioni di vita, di studio e di lavoro.

L’attuale generazione di giovani è la prima generazione ad aver visto peggiorare le proprie prospettive dalla fine della seconda guerra mondiale. Questa verità elementare, basilare, negata da pochi, è la molla fondamentale da cui milioni di giovani operai, studenti e disoccupati stanno ripartendo per rimettere in discussione l’intero sistema capitalista.

Dal cambiamento della situazione internazionale (rivoluzione in Indonesia, Ecuador, Iran, Argentina, movimento operaio sud-coreano ecc.) alla situazione nazionale (lotta degli universitari romani, lotta alla Fiat, alla Zanussi, rinnovo del contratto metalmeccanici, lotta dei precari Tim a Bologna ecc.), è facilmente intuibile come la situazione stia cambiando. Il movimento antiglobalizzazione è la conferma più evidente di questa prospettiva. Si tratta di un movimento il cui esito è tutto da stabilire, ma che ha dato espressione al disgusto che migliaia di persone provano per l’economia di mercato, per il capitalismo e le sue ingiustizie.

Il ruolo dei Giovani Comunisti

Il problema che si pone ora è quale organizzazione sarà in grado di raccogliere lo scontento accumulato nella società e indirizzarlo correttamente verso l’abbattimento di questo sistema? Noi lavoriamo perchè questa sia Rifondazione Comunista e la sua struttura giovanile. Rifondazione e i Giovani Comunisti non sono stati immuni da errori nel passato. Citiamo, solo per fare un esempio, la partecipazione al Governo Prodi tra il ‘96 ed il ‘98, gli anni in cui il centro-sinistra ha portato gli attacchi più duri alle condizioni di vita dei lavoratori. Quell’errore è stato pagato fino in fondo con la scissione cossuttiana, il crollo elettorale e la crisi di militanza. Il Partito esce da questo periodo ancora vivo. Questo è il punto da cui ripartire, ma in sé non è sufficiente.

Oggi si apre un nuovo ciclo di lotte. Il Prc e i Gc possono candidarsi a raccoglierne la direzione, solo a patto di fare un salto di qualità. In particolare i Giovani Comunisti possono essere fondamentali nell’organizzare quel nuovo strato di giovani che sta entrando sulla scena poltica. Dal ‘95 ad oggi, anno di fondazione dei Giovani Comunisti, non ci sono mai state così tante possibilità di costruire un’organizzazione giovanile comunista. La domanda è: con quali idee, con quali metodi, con quali prospettive si potrà trasformare una organizzazione di 10.000 iscritti quali i Giovani Comunisti, in una struttura rivoluzionaria in grado di avere un peso ed un’influenza di massa?

La direzione attuale dei GC ha già dato la propria risposta a questa domanda. Sperano di costruire i Giovani Comunisti correndo da un corteo all’altro, rinunciando a portare propri contenuti nei movimenti, facendo l’anima organizzata dei centri sociali, preferendo il gesto eclatante al lungo lavoro di radicamento nelle scuole, aziende ed università, negando la centralità del movimento operaio per abbracciare le delizie della "società civile". Questa prospettiva non ci convince.

Il big bang dei movimenti?

Innanzitutto i vertici dei Gc non sembrano più considerare i lavoratori la classe centrale per cambiare questa società. Il "nuovo soggetto rivoluzionario" diventa la società civile. Dove inizi e dove finisca questa società civile è difficile dirlo. Se accettiamo la definizione che la società civile sono tutte quelle associazioni tra Stato e individuo, dobbiamo includervi anche la Confindustria o le associazioni dei padroncini. Se, invece, intendiamo "tutta quella massa informe che non risponde a nessuna organizzazione politica", dovremmo chiederci come conquistarla alle idee della nostra organizzazione politica, e non rallegrarci della sua esistenza.

In secondo luogo, si teorizza che il "movimento" abbia delle posizioni a cui non si possa aggiungere una virgola. Un movimento di massa non è chimicamente puro. Quando migliaia di persone iniziano a porsi il problema di cambiare la realtà, abbracciano idee nuove portandosi dietro ancora vecchi pregiudizi. Il compito di un’organizzazione comunista dovrebbe essere quella di far crescere le idee migliori contenute in un movimento, aiutandolo a superare le idee più arretrate. Al contrario, i vertici dei Giovani Comunisti esaltano le idee più arretrate nel movimento. Si gettano a rimorchio di Ya Basta e delle tute bianche, scordando un piccolo particolare: Ya Basta e le tute bianche non sono il movimento. Sono organizzazioni che lottano per diffondere le proprie concezioni, quali l’autoimprenditorialità dal basso, il tessuto sociale basato su centri sociali e cooperative. Il prevalere di queste idee segnerebbe la fine del movimento stesso, per una ragione semplice: per applicare queste rivendicazioni non c’è bisogno della lotta di classe ma dell’azione individuale quotidiana.

Come viene giustificato questo "nuovismo"? L’argomentazione da cui si parte è semplice: questo movimento è nuovo, non è nato da noi, dobbiamo gettare a mare le nostre tradizioni e inventarci qualcosa di "nuovo". In realtà nessun movimento è mai nato da noi. Dalla rivoluzione russa al ‘68, non sono i partiti comunisti che creano i movimenti. Come spiegava lo stesso Lenin: Non sono i comunisti a fare le rivoluzioni, sono i comunisti a farle vincere. Di nuovo, quindi, non c’è nulla.

I vertici dei Giovani Comunisti sostengono la necessità di non portare le posizioni dei comunisti nei cortei antiglobalizzazione in nome dell’"autonomia dei movimenti". La conclusione che se ne trae è che considerano le proprie posizioni un peso per lo sviluppo della lotta e non un arricchimento.

Cosa vuol dire autonomia del movimento? Se si intende che assemblee con delegati eletti dai posti di lavoro o di studio siano libere di determinare i futuri sviluppi del movimento, noi siamo i primi sostenitori di questa autonomia. Anzi tale autonomia attualmente non esiste e sosteniamo che vada creata. Le assemblee rappresentative del movimento devono cessare di essere la somma di "generali senza esercito" che si esercitano in un gioco diplomatico nel quale la massa dei militanti non ha reale voce in capitolo.

Se, invece, con autonomia del movimento si intende che il movimento elabori le proprie idee senza che i comunisti portino un proprio contributo, le cose cambiano. Questo tipo di "autonomia" non esiste e non esisterà mai. Ogni movimento nasce spontaneamente, ma si sviluppa all’interno di una società dove "le idee dominanti sono quelle della classe dominante". La borghesia evidentemente non è tanto rispettosa quanto noi dell’"autonomia dei movimenti": quando non riesce a reprimerli, interviene e cerca di egemonizzarli con le proprie concezioni. Se noi abdichiamo al tentativo di propagandare le nostre idee, altri propaganderanno le proprie.

Non si tratta di reinventarsi tutto. Per fortuna non partiamo da zero. Le giornate di Seattle vengono chiamate spesso il "big bang" dei movimenti, a sottointendere che tutto inizi lì. Sia detto di sfuggita che il big bang è una concezione che oggi viene messa in discussione dai marxisti anche sul terreno della cosmologia. Con ancora più sicurezza neghiamo questa concezione sul piano storico. Partiamo dagli errori e dalle conquiste delle lotte passate. Partiamo dal fatto che l’esperienza storica più vicina ad abbattere questo sistema sia stata la rivoluzione russa. La sua successiva degenerazione va denunciata ed analizzata, ma mai potrà cancellare il punto più vicino raggiunto dall’umanità nel prendere il controllo della produzione per gestirla democraticamente in base ai bisogni dell’uomo.

Crisi e irriformabilità del capitalismo

Sotto una superficie di apparente stabilità, questo sistema continua ad essere attraversato da profonde contraddizioni. In ogni settore economico a livello internazionale assistiamo allo svilupparsi del fenomeno della sovrapproduzione. Questo avviene non soltanto nei settori classici dell’economia (acciaio, alimentari ecc.) ma anche nei cosiddetti settori della "new economy". L’estrema finanziarizzazione dei mercati è l’altra faccia di questa medaglia. A causa della sovrapproduzione, i capitalisti tentano di saltare direttamente la fase della produzione, cercando di ricavare denaro dal denaro attraverso la speculazione borsistica e finanziaria.

A dispetto di tutta la propaganda, il capitalismo odierno sta mostrando il suo vero volto: contraddizioni economiche sempre maggiori, disuguaglianze crescenti, riarmo, guerre, razzismo. Tutto questo non avviene per caso, è il frutto di una società in declino e di un sistema ormai incapace di garantire uno sviluppo reale delle forze produttive.

L’enorme boom economico del dopoguerra ha permesso alla borghesia di fare concessioni ai movimenti di lotta dei lavoratori e degli studenti, sviandoli da uno sbocco rivoluzionario. Ma soprattutto è stata la base su cui milioni di persone hanno potuto convincersi che "di questo passo" il futuro fosse in continuo miglioramento. La situazione economica, oggi, è diametralmente opposta. Così come un lungo periodo di ripresa ha dato una base di massa alle idee riformiste, un lungo periodo di stagnazione e crisi economica darà una base di massa alle idee rivoluzionarie.

Il movimento antiglobalizzazione e i comunisti

Dopo anni assistiamo ad un movimento che contesta le basi stesse del capitalismo. Dovunque i grandi del mondo vengono assediati da migliaia di manifestanti ostili. Si tratta di un dato significativo. Ora, però, è necessario fare un passo avanti. Il movimento antiglobalizzazione deve uscire dalla prima fase contestativa. Ciò che lo guida è una convinzione di fondo: il profitto di un migliaio di multinazionali a livello mondiale deve cessare di essere il motore dello sviluppo dell’umanità. La domanda che sorge è: come fare a scalfire il potere di questa cricca di imprenditori e speculatori? La domanda è unica per tutto il movimento, le risposte sono le più disparate.

C’è chi teorizza che il colpo al capitalismo debba essere portata dal terreno del consumo, boicottando i prodotti di alcune multinazionali. C’è chi spiega che dalla "disobbedienza civile" nascerà una nuova ‘legalità". C’è chi si sta impegnando per sostituire al mercato dominante un altro mercato fatto di cooperative e piccole botteghe. C’è chi sposa l’atteggiamento caritatevole dei cattolici in materia di debito dei paesi arretrati.

In tutte queste ipotesi il potere straripante delle principali aziende capitaliste andrebbe arginato con delle leggi, con il boicottaggio di qualche prodotto, valorizzando le piccole botteghe. Torniamo, però, onestamente allo stesso punto: il tentativo di trovare una via per risolvere le contraddizioni di questo sistema senza abbatterlo.

Noi crediamo che tutte le contraddizioni giustamente denunciate dal movimento antiglobalizzazione non risiedano nel singolo prodotto o nella singola azienda Sono contraddizioni che derivano dal funzionamento complessivo del mercato. A poco può servire boicottare la singola azienda, prodotto o marchio. Anche ammettendo di eliminare dal mercato i prodotti Motta, è forse una delizia gustarsi un gelato Sammontana sapendo che ha rifilato di recente la cassa integrazione a 160 dipendenti, che prende il latte dalla Parmalat, leader del "colonialismo e dello sfruttamento" in Brasile e Sudafrica? Chi propone il boicottaggio dei prodotti perchè nati dallo sfruttamento capitalista dovrebbe trarre le coseguenti conclusioni: boicottare tutto e tornare a coltivare i campi da sè. Noi proponiamo, invece, che sia eliminato non il singolo prodotto dal mercato, ma il mercato stesso.

Noi comunisti siamo parte integrante del movimento contro la globalizzazione. Siamo determinati a portarlo avanti fino al successo. Proprio per questo rigettiamo ogni ipotesi parziale come quelle che abbiamo appena elencato. Non potrà mai esistere nessuna seria forma di controllo sociale sulla produzione e sul consumo fino a quando la gran parte delle risorse economiche e produttive del mondo saranno concentrate nelle mani della borghesia. Per questo partecipiamo al movimento di Seattle, spiegando qual’è l’unico obiettivo coerente che questo movimento può darsi per risolvere le contraddizioni tanto denunciate: andare a toccare le leve decisive dell’economia, della finanza a livello mondiale espropriando le principali multinazionali per porle sotto il controllo democratico dei lavoratori. Questo è quello che definiamo comunismo: non un ritorno all’economia agricola di 200 anni fa, ma una fase superiore per l’intera umanità in cui l’enorme potenziale produttivo ereditato dal capitalismo sia messo a disposizione dei bisogni dell’umanità e non del profitto di una ristrettissima minoranza.

Dopo Genova?

Dall’appello del direttore della Banca Mondiale "La società civile ci aiuti a risolvere il problema dell’Aids", fino a quello del papa: "i paesi avanzati ascoltino quelli arretrati", fiorisce ormai una letteratura sintetizzabile in un concetto: "Il movimento antiglobalizzazione ha ragione, la globalizzazione ha dei lati negativi, dobbiamo lavorare insieme per risolverli". Per dare gambe a tale propaganda personaggi di dubbia fama hanno dato la propria adesione al corteo di Genova. Citiamo solo per brevità Cossiga e il presidente della Confcommercio Billè.

Come sempre la borghesia cerca di svuotare di contenuto ciò che non riesce a fermare. La via della repressione provata in occasione del Global Forum di Napoli o a Goteborg si sta dimostrando insufficiente. Allora l’editoria borghese è scesa in campo con tutta la sua potenza di fuoco per promuovere le proprie idee riguardo a "come alleviare le sofferenze mondiali". L’ala moderata delle associazioni e delle reti antiglobalizzazione ha da tempo aperto le porte a queste idee.

Fino ad oggi, inoltre, nelle reti antiglobalizzazione è prevalsa una discussione tutta incentrata sui particolari organizzativi e sui gesti simbolici, fino al punto da dimenticare la realtà che sta dietro questi simboli. Mentre tutto il dibattito nel movimento viene concentrato attorno al tema della "linea rossa", si avverte un vuoto sul terreno dell’elaborazione politica. Questo vuoto viene occupato dalle idee della borghesia stessa. Di questo passo si sancirà una divisione del lavoro per cui noi organizzeremo il "turismo radicale" in giro per il mondo, mentre gli stessi intellettuali borghesi ne detteranno gli obiettivi.

Il movimento antiglobalizzazione è arrivato ad un bivio: o fare un salto di qualità e diventare il volano di un movimento di massa nei posti di lavoro nelle scuole, nelle università, o trasformarsi in una rete di "turismo politico radicale" che insegue per il globo i vertici dei grandi. Questa seconda prospettiva significherebbe togliere qualsiasi carattere di massa al movimento e trasformarlo in un movimento d’opinione del tutto innocuo al sistema e anzi facilmente integrabile. Se questa ipotesi prevalesse, questo magnifico movimento è destinato a morire.

Radicarsi nei posti di lavoro, nelle scuole e nelle università !

Il risultato più importante e prezioso della mobilitazione contro il G8 sta nella sua enorme risonanza che va ben oltre coloro che vi parteciperanno fisicamente. Decine, centinaia di migliaia di persone, in particolare di giovani, si stanno coinvolgendo in una discussione appassionata sul capitalismo, sulle sue ingiustizie e sui suoi limiti. A tutti costoro dobbiamo mandare un messaggio chiaro: dopo Genova, dobbiamo portare la contestazione in ogni luogo di lavoro, in ogni scuola e università, trasformare questo movimento di opinione in una nuova epoca di lotta di classe. Quelli che oggi si mobilitano per Genova possono diventare domani i punti di riferimento nei loro luoghi di lavoro e di studio, attorno a cui coagulare una nuova generazione di militanti, e attorno a cui si organizzino le prossime lotte.

Questo è oggi il compito principale che come Giovani comunisti vogliamo assumerci. La radicalizzazione che si esprime nel movimento può e deve affondare le proprie radici, in primo luogo nella classe lavoratrice. Ma questo non può avvenire spontaneamente: dobbiamo farci carico di promuovere questo processo, di sviluppare la discussione sul programma, sulle politiche, sui metodi di lotta, attorno a cui organizzare questa nuova avanguardia politica.

Se sapremo farlo, nei prossimi mesi e anni creeremo le condizioni non solo per un rafforzamento significativo dei Giovani comunisti, ma per una crescita della nostra influenza, per la formazione di una generazione di rivoluzionari in grado di conquistare la fiducia e il rispetto di settori sempre più ampi, e soprattutto per mettere in crisi le idee concertative, riformiste, gradualiste che in questi anni hanno dominato le organizzazioni dei lavoratori, a partire dal sindacato, e anche il movimento studentesco.
Alla fine degli anni ‘60 la radicalizzazione giovanile e studentesca fu il preludio della grande esplosione di lotte operaie dell’autunno caldo in Italia, o del Maggio ’68 in Francia. Oggi può ripetersi lo stesso processo, la lotta dei metalmeccanici è un chiaro segnale in questa direzione. Come Giovani comunisti dobbiamo ad ogni costo parteciparvi a pieno titolo, presentando con chiarezza ed audacia un’alternativa rivoluzionaria e un chiaro percorso di organizzazione e di lotta. In diverse aziende l’ambiente sta cambiando: basta citare la lotta alla Zanussi, Fiat, lo sciopero dei metalmeccanici dove la Fiom ha portato in piazza da sola 260.000 metalmeccanici. Ma quali erano le proposte dei Giovani Comunisti o di Rifondazione in queste lotte? Le stesse delle direzioni sindacali! Lungo questa strada è impossibile che i nostri compagni si candidino ad essere una direzione alternativa all’interno del sindacato. Di questo passo non scalfiremo l’egemonia delle burocrazie sindacali su milioni di lavoratori di questo paese e di tutto il mondo.

Organizzati e lotta con i Giovani Comunisti!

Non pretendiamo di aver esaurito ogni argomento, nè aver fornito in qualche pagina la ricetta per radicare un’organizzazione di massa. Queste però sono le linee guida su cui intendiamo sviluppare la nostra battaglia politica all’interno dei Giovani Comunisti. Queste sono le idee sulla cui base ti chiediamo di iscriverti ai Giovani Comunisti, per rafforzare nella società un’organizzazione rivoluzionaria di massa.

Di tutto questo si sarebbe dovuto discutere da tempo. Disgraziatamente i Giovani Comunisti non tengono la loro conferenza da ormai quasi quattro anni, in violanzione non solo degli Statuti e della democrazia interna, ma anche delle evidenti necessità politiche. Questo non avviene per caso: se il gruppo dirigente nega il ruolo dei comunisti nel movimento inevitabilmente è spinto a metterne in discussione anche l’organizzazione. E il primo passo è quello di impoverire il dibattito interno.

Lo scopo di questo contributo e della discussione che organizzeremo attorno ad esso è precisamente quello di proporre una logica diversa: quella che punta a rafforzare il ruolo dei Gc, non autonominandosi direzione di alcunchè, ma lottando sistematicamente ed apertamente per la prospettiva anticapitalista e rivoluzionaria.

Primi firmatari: Dario Salvetti, Gabriele Donato (coordinamento nazionale dei Giovani comunisti), Alessandro Riatti (Varese), Enrico Duranti (Crema), Roberto Sarti, Mario Iavazzi (Bologna), Paolo Brini (Modena), Francesco Bavila, Sara Parlavecchia (di Milano), Alessio Vittori (Roma) Jacopo Estevan Renda (Napoli), Luca Sardella (coordinatore Gc Parma), Andrea Davolo (Parma), Antonio Erpice, Gino Petracco, Gennaro Varriale (Caserta), Elisabetta Rossi, Stefano Pol, Patrick Del Negro, Laura Ponte, A’ron Coceancig, (Udine), Samuele Mazzolini (Trieste)

Per informazioni e contatti: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

telefono 333-5454692

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