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Verso la Conferenza Nazionale dei Giovani comunisti

Note sul dibattito tra i Giovani comunisti

Il 5, 6, 7 dicembre si terrà la Conferenza nazionale dei Giovani Comunisti e delle Giovani Comuniste.

Con l’autonomia che gli viene concessa dall’art. 22 dello Statuto, i Giovani Comunisti per la prima volta eleggeranno i delegati e i nuovi gruppi dirigenti (nazionali e locali) rompendo la pratica delle cooptazioni dall’alto.

Pratica negativa per la frattura che provocava tra i giovani del partito e un Coordinamento nazionale che aveva ben poca autorità e riconoscimento politico dai militanti.

A 3 anni dalla nascita dei Giovani Comunisti finalmente si discute un programma del Prc per le giovani generazioni, una strategia e un orientamento di massima. Su queste basi, che sono quelle logiche e naturali, si eleggeranno di conseguenza i nuovi organismi di direzione.

Questo è un notevole passo in avanti, malgrado siano state imposte a questo percorso notevoli limitazioni democratiche che ingessano la discussione attorno ai due documenti presentati a livello nazionale (ai quali non si possono presentare emendamenti e sui quali pende il mandato imperativo).

L’art. 2 del regolamento dice che obiettivo della Conferenza Giovani non è definire una linea politica complessiva ma l’intervento specifico tra le giovani generazioni.

Tuttavia la discussione che deve partire dallo specifico giovanile non può chiudersi in sé stessa, se non si vuole scadere in una logica "giovanilistica" col risultato di mettere i giovani sotto una campana di vetro, separando artificialmente le questioni giovanili dal conflitto di classe, dalla società in cui agiscono e dalla politica che li circonda.

Questa precisazione è necessaria, perché ogni qualvolta, in una riunione dei Giovani Comunisti, un compagno osserva che la partecipazione di Rifondazione nella maggioranza di governo ha portato il nostro partito a sostenere delle leggi che hanno peggiorato la condizione giovanile, ci viene detto che è solo dell’intervento specifico tra i giovani che dobbiamo occuparci e non delle valutazioni politiche generali.

A parte l’astrattezza di questa affermazione non si può fare a meno di notare che l’intervento dei Gc tra i precari e tra gli studenti non può che essere compromesso se il partito sostiene in Parlamento il Pacchetto Treu o l’Autonomia scolastica di Berlinguer.

Fumoso il documento di maggioranza

Difatto il documento presentato alla discussione dalla maggioranza dell’esecutivo dei Giovani Comunisti paga proprio questa impostazione.

Dovendo giustificare la politica del partito a tutti i costi si parte dichiarando la fine del riformismo e del "compromesso sociale" ma si finisce con l’apprezzare l’azione del Partito verso il pacchetto Treu, "che ha provato (il partito-ndr) a confutare almeno per una parte, strappando centomila nuove occasioni di lavoro, il dogma liberista della flessibilità ...".

Ci ha provato forse ma i risultati sono sotto gli occhi di tutti: in cambio di 100mila contratti di un anno a salario da fame e senza garanzie per il futuro si è permesso ai padroni di introdurre il lavoro interinale, allargare l’apprendistato e portare i Contratti formazione lavoro al Sud da 2 a 3 anni.

Due pagine più avanti si sostiene che: "Vi è una simmetria evidente tra la ristrutturazione del mercato del lavoro in parte già prefigurata dal ministro Treu e la proposta di riordino dei cicli formativi di Berlinguer. Si vogliono asservire alla logica di impresa l’istruzione e la formazione: le aziende diventano i veri elementi regolatori della domanda e dell’offerta formativa con una ritrovata centralità degli istituti privati" . Giusto, ma non ci si chiede perché il nostro partito ha permesso, con il proprio voto, che questi progetti andassero avanti.

Sul terreno delle proposte organizzative e delle campagne il documento è altrettanto carente. Si limita a riproporre le "istituzioni di movimento" (collettivi, comitati, centri sociali) ma non si confronta con la realtà specifica dei movimenti giovanili così come sono o sono stati in Italia negli ultimi anni.

Cosa pensano i Gc dell’UdS, dei Comitati in difesa della Scuola Pubblica, dei collettivi o dei coordinamenti studenteschi di Milano, Roma, Napoli piuttosto che dei centri sociali autogestiti?

O decidiamo che va tutto bene quanto sorge dai movimenti?

Se la nostra posizione è di accettare tutto quello che viene dai movimenti allora ci chiediamo qual è il ruolo del partito comunista nella società e specificatamente della sua organizzazione giovanile.

Traspare un impostazione movimentista che è uno dei limiti storici dei quadri che fino ad oggi hanno condotto i Giovani Comunisti, con una conseguente sottovalutazione dell’organizzazione.

Si vola molto alto sul "terreno ideale" per dire ben poco di concreto sulle questioni politiche che riguardano direttamente la condizione dei giovani nel capitalismo ma soprattutto dando ben poche indicazioni sui percorsi di lotta da portare avanti.

Limiti del documento di minoranza

Il documento di minoranza presentato da Flavia D’Angeli e Francesco Ricci dice in questo senso molto di più, se non altro esprime una posizione riguardo l’Uds, i collettivi, i comitati per il lavoro e quanto è emerso dai movimenti giovanili in questi anni. Certo anche il documento di minoranza ha dei limiti.

Ad esempio si può anche non parlare della questione albanese, non è obbligatorio in un documento per la Conferenza Giovanile, ma se ne parli non puoi omettere il carattere rivoluzionario di quell’esperienza. Dire insurrezione popolare è insufficiente oltre che poco scientifico da un punto di vista marxista.

In Albania non c’era una generica "rivolta" ma una rivoluzione che mancava di una direzione socialista certo, ma dove si erano formati dei consigli che avevano messo in discussione il "potere costituito" dello stato albanese.

Allo stesso tempo ci sembra unilaterale l’affermazione riportata dal Financial Times (se la si riporta vuol dire che la si condivide) che "la storia insegna che la presenza diretta dei comunisti in un governo ultra liberale facilita l’accettazione di quel programma da parte di chi (leggi i/le lavoratori/trici) ne pagherà i costi".

Cosa significa questo, che la borghesia europea preferisce che al governo ci siano i comunisti per far passare il suo programma liberista?

È questa un’affermazione settaria, perché ignora il rapporto complesso che c’è tra i lavoratori e i loro partiti al governo. E’ vero in un certo senso che i lavoratori sono più disposti ad accettare sacrifici dai partiti in cui si riconoscono, ma è anche vero che i governi di sinistra subiscono maggiormente degli altri le pressioni del movimento operaio.

La questione è dialettica e dipende dallo scontro vivo tra le forze in campo, cioè tra le classi sociali.

Particolarmente in Francia questo è più favorevole ai lavoratori e il governo Jospin si distingue dagli altri governi di sinistra in Europa (ad esempio Blair in Inghilterra) proprio perché giunge al potere sull’onda delle mobilitazioni della classe lavoratrice e da quelle stesse mobilitazioni viene sostenuto ma anche condizionato a sinistra, come si dice in un certo senso nello stesso documento quando si afferma che il governo delle sinistre in Francia è maggiormente permeabile alle istanze provenienti dai movimenti.

Riteniamo inoltre che vada approfondita la nostra critica al "nuovo modello di difesa". Giusto dire che siamo contro l’esercito professionale ma se vogliamo concludere il ragionamento bisogna anche dire che mentre rivendichiamo il diritto di obiezione di coscienza, lottiamo per la riduzione della leva (per esempio a tre mesi) e per la democratizzazione dell’esercito (eleggibilità ufficiali, rispetto dei diritti sindacali e di propaganda politica nelle caserme).

Finchè esisterà un esercito (e nel capitalismo ci sarà sempre) è preferibile che sia di leva, perchè è uno strumento molto più difficile da usare dalla classe dominante per reprimere le lotte sociali piuttosto che un esercito composto esclusivamente da corpi speciali.

Si dica per ultimo che viene lasciata per strada una rivendicazione fondamentale come quella del salario minimo per i disoccupati, che insieme alla riduzione d’orario e ad altre rivendicazioni come i lavori di pubblica utilità, è fondamentale se si vuole unire la lotta dei disoccupati a quella più generale del movimento operaio.

Bisogna evitare che si aprano contraddizioni all’interno di questi settori che permettano alla borghesia di usare la disperazione dei disoccupati per togliere diritti a chi lavora, come si è visto a Termoli, dove la Fiat ha ricattato gli operai usando l’esercito della disoccupazione. L’Italia è il paese in Europa che spende meno per l’assistenza alla disoccupazione e questo non aiuta certo la lotta contro la precarizzazione.

A parte questo e altre questioni di minore importanza il documento rappresenta un contributo condivisibile su cui impegnarsi e lavorare per avviare una svolta positiva al progetto dei G

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