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La democrazia per cui lottare è quella operaia! 

In questi giorni la scelta da parte della maggioranza del gruppo dirigente dei Giovani Comunisti di dedicare la nuova tessera alla caduta del muro di Berlino sta suscitando, come è ovvio, un largo dibattito tra i Gc e nel partito. Dietro questa discussione probabilmente si cela una divergenza più profonda su quale idea di comunismo abbiamo e su cosa voglia dire per le giovani generazioni lottare per il socialismo.

 

Tra i vari articoli apparsi quello che mi ha maggiormente colpito è quello del compagno Gaetano Cataldo. Nel suo articolo Gaetano chiede al compagno Simone Oggionni cosa avrebbe fatto davanti alla sua fuga da Berlino est verso “la democrazia”, cioè nella parte capitalista della città.   Sono stato colpito da questo articolo non certo perché mi aspettassi da parte di un dirigente dei giovani comunisti pugliesi una difesa della lotta di classe, del socialismo o di una concezione strutturata ed organizzata, e quindi  leninista, del partito. In questi anni, infatti, il gruppo dirigente dei Gc è stato l’avanguardia del liquidazionismo, anticipando l’idea di “andare oltre”, espressa nell’ultimo congresso dalla minoranza vendoliana. Anche rispetto a questo, tuttavia, l’articolo di Gaetano rappresenta un salto di qualità. Potrei dire che è l’approdo finale di una subalternità politica, ideologica e culturale alla borghesia ed alla sua campagna continua contro il socialismo. E’ la stessa logica che pochi giorni prima della grande manifestazione dell’11 Ottobre in cui Roma si riempiva di bandiere rosse portava l’ex Presidente della camera Fausto Bertinotti a definire “indicibile” la parola comunista.

Personalmente credo sia assolutamente vitale per chi oggi vuole ricostruire il radicamento di una forza comunista discutere delle esperienze del socialismo reale e dell’assenza di democrazia operaia in esso.

Secondo Gaetano l’abbattimento del Muro di Berlino e la restaurazione del capitalismo sono “un simbolo di libertà”. In questa affermazione, pur partendo da un giusto spirito critico rispetto allo stalinismo, si approda ad una idea secondo la quale il “capitalismo reale” sarebbe l’alternativa alle storture dei paesi dell’est. Per quanto mi riguarda, l’ineluttabile critica alle burocrazie staliniste che hanno espropriato i lavoratori della democrazia operaia, cioè della pianificazione democratica dell’economia e del vitale protagonismo dei lavoratori in essa, ha radici profonde nel movimento operaio. Radici che partono dalla battaglia sviluppata a partire dalla seconda metà degli anni ‘20 nell’Internazionale Comunista da Leon Trotsky e dall’Opposizione di Sinistra. Una battaglia critica “da sinistra” allo stalinismo, spesso pagata con la vita.

Leopold Trepper capo dell’Orchestra Rossa , l’eroico controspionaggio sovietico nell’Europa occupata dai nazisti, poi incarcerato in Unione Sovietica perché comunista intransigente, ebreo e poco manovrabile, afferma nel suo libro “Il Grande Gioco” riguardo alla degenerazione dei paesi socialisti: “ma chi, in quel periodo protesto? Chi si levò per gridare il proprio disgusto? I trotskisti possono rivendicare quell’onore. Sull’esempio del loro capo, che pagò la sua testardaggine con un colpo di piccone essi combatterono totalmente lo stalinismo: e furono i soli.  All’epoca delle gradi purghe , essi potevano urlare la loro rivolta solo negli immensi spazi ghiacciati ove erano stati trascinati per meglio essere sterminati. Nei campi la loro condotta fu degna e anche esemplare: ma la loro voce si perse nella tundra. Oggi i trotskisti hanno il diritto di accusare coloro che un tempo urlarono sfrenatamente con i lupi. Essi non devono però dimenticare che su di noi possedevano l’ immenso vantaggio di avere una visione politica complessivamente coerente, suscettibile di sostituire lo stalinismo e alla quale potevamo aggrapparsi nel profondo sconforto della rivoluzione tradita . Essi non “confessavano” perché sapevamo che loro confessioni non servivano né il partito né il socialismo. "(L. Trepper, Il Grande Gioco, Milano, 1976, 63).

Questa citazione è forse troppo lunga, ma in questo confronto vorrei che realmente ci si confrontasse, come ci invita a fare Rina Gagliardi, a mio avviso senza esserci riuscita, su quegli eventi nel momento in cui si sono prodotti. Per farlo dovremmo far parlare maggiormente chi visse quegli anni, pur senza privarci del nostro pensiero e delle nostre convinzioni. Resto convinto del vecchio adagio per cui la storia è sempre storia contemporanea, nel senso che è per me impossibile non leggerla con i nostri occhi, occhi contemporanei, seppur storicizzandola. Io ho scelto una prospettiva da cui vedere questa storia: quella degli oppressi, dell’ovest come dell’est di Berlino. Questa prospettiva mi impone di far parlare chi, come Trepper, lottò contro la degenerazione staliniana quando era all’apice della sua forza, ma non si illuse mai che l’alternativa fosse l’oppressione del capitale. A lottare con lui furono pochi, mentre molti erano quelli che si collocarono in modo acritico nel campo stalinista, ma che poi hanno dichiarato a gran voce che avevano ragione gli altri, i difensori della libertà e del capitalismo.

 Questi credono che ci fossero solo due schieramenti possibili, o con l’est, o con l’ovest, ma, storicamente, come dimostrano Trepper e i suoi compagni, non fu così. Per questo non posso essere d’accordo con Gaetano quando dice che se fosse nato a Berlino Est “probabilmente avrebbe provato a scavalcare quel muro”.

Forse il compagno Cataldo non sa che a partire dal 1951 nella “democratica” Repubblica Federale Tedesca gli iscritti al partito comunista erano licenziati dall’amministrazione pubblica e che dal 1956 al 1968 il Partito Comunista Tedesco fu illegale in quel paese che lui osanna come “libero”.

E forse “nella curiosità della  lettura”  gli sfugge che oggi nella parte orientale della  Germania la disoccupazione è quasi al 20%, la ndrangheta controlla mezza Berlino grazie alle speculazioni edilizie e i partiti dell’unificazione (Spd e Cdu) sono in crisi profonda in particolare in quella parte del paese che non a caso premia la Linke (ex Pds) e, sull’altro fronte, i neonazisti capaci di sfruttare in senso reazionario la profonda crisi sociale pagata soprattutto dai giovani.  

Certo qualche libertà oggi c’è per i giovani dell’Est una di queste è quella di arruolarsi nell’esercito ed andare ad uccidere loro coetanei in Afghanistan, magari saltando loro stessi su qualche mina.

Nella storia della Germania si sarebbe potuto fare ben altro per lottare per la libertà senza passare dalla parte dei capitalisti. Il 17 Giugno del 1953 infatti la rivolta degli operai edili partì proprio dalla strada principale di Berlino Est dedicata al grande padre , la Stalin Alle.

Quei lavoratori oltre a criticare la versione DDR dello stakanovismo svilupparono rivendicazioni antiburocratiche che andavano nella direzione della democrazia operaia e del ritorno alle concezioni di partito e di socialismo di Lenin e dei bolscevichi. Più di 600 fabbriche e mezzo milione di lavoratori bloccarono il paese. Così come negli anni seguenti a Praga e Budapest  la rivolta fu soffocata nel sangue e migliaia di giovani e lavoratori che lottavano non per la restaurazione capitalista ma per il socialismo, furono arrestati.

Io caro Gaetano sarei stato con loro perché sono gli unici che rappresentavano l’alternativa allo stalinismo. Non può essere la necessaria e radicale critica allo stanilismo a farci passare dall’altra parte della barricata. Lo stesso Leopold Trepper alla conclusione della vita rispondeva ad un giornalista che gli chiedeva se non fosse stata spesa invano: ”Non rimpiango l’impegno dei miei vent’anni, non rimpiango le scelte fatte.(…) No, ad un patto: che dalla mia vita di comunista e di rivoluzionario, gli uomini imparino la lezione e non alienino la propria persona ad un partito deificato. So che i giovani riusciranno laddove noi abbiamo fallito, che il socialismo trionferà e non avrà il colore dei carri armati russi che hanno schiacciato Praga.”(L. Trepper , Il Grande Gioco, Milano, 1976, 374). Oggi più che mai possiamo dire che lo stalinismo è morto e dobbiamo lottare per il socialismo. 

19 dicembre 2008

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