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La lotta di classe in Grecia non sembra conoscere un attimo di pausa. Le promesse di Samaras, il nuovo primo ministro eletto a giugno, secondo cui il popolo greco non avrebbe dovuto fare più sacrifici, sono state smentite molto presto.

Un nuovo pacchetto di misure di austerità, di 13,5 miliardi, è stato approvato lo scorso 7 novembre di misura, con una maggioranza di soli tre voti a favore. Uno sciopero generale di 48 ore, il terzo dalla fine di settembre, aveva posto sotto assedio il parlamento e sottoposto a una pressione incredibile i deputati della coalizione tripartito. Almeno 200mila persone sono scese in piazza ad Atene nella seconda giornata di sciopero, ed altre decine di migliaia hanno paralizzato tutto il resto della Grecia.

Diverse sedi centrali dei ministeri sono state occupate da centinaia di lavoratori, mentre i lavoratori dell’azienda dell’energia elettrica hanno effettuato blocchi a sorpresa nelle principali centrali del paese, seguendo le indicazioni di Nikos Fotopulos, il combattivo leader del Genop-Dei, il sindacato di categoria, che pubblicamente si era schierato per la convocazione di uno sciopero generale a oltranza.

Il nuovo memorandum

Le misure proposte dal “memorandum 3” sono brutali. Duemila statali saranno licenziati entro dicembre, altri 15mila licenziamenti sono in programma entro il 2013. Sempre nel pubblico impiego tredicesima e quattordicesima saranno abolite, mentre le pensioni saranno ridotte del 25% e l’età pensionabile sarà innalzata di due anni. Tutto questo in un paese dove, per la prima volta nella storia della Grecia moderna, i disoccupati e gli inattivi (4,7 milioni) hanno superato coloro che hanno un lavoro (3,7 milioni).

E la situazione non migliorerà, con l’economia che, secondo le stime ufficiali, subirà una contrazione del Pil del 4,5% nel 2013 e la legge finanziaria appena approvata prevede un debito che crescerà fino al 190% del Pil dal 175% attuale. Non a caso la troika non prevede che questo rapporto scenderà al di sotto del 120% prima del 2020. In poche parole il programma del capitale per la Grecia non è cambiato, vuole austerità senza fine, sottoponendo la concessione di nuovi prestiti a condizioni sempre più onerose.

Non ci si può dunque sorprendere se, a pochi mesi dal suo insediamento, il governo Samaras si trovi in difficoltà. Sinistra democratica si è astenuta sul voto al “memorandum 3” e due dei suoi deputati hanno votato contro. Anche sei deputati del Pasok e uno di Nuova democrazia non hanno appoggiato i diktat della troika e sono stati subito espulsi dai rispettivi partiti.

L’instabilità è crescente e la situazione sociale è sempre più preoccupante per la borghesia. Il dilemma se continuare con le politiche di austerità o avviarsi verso un default vero e proprio attanaglia la classe domminante ed è riflesso molto bene in questo editoriale, pubblicato da Kathimerini, quotidiano conservatore greco, il 7 novembre:

Lo scenario è pronto per un nuovo scontro sociale e nessuno può prevedere le sue conseguenze. Non si può escludere che le ripercussioni non possano essere anche più severe di quelle di una bancarotta non programmata. C’è un modo per essere sicuri che tutto ciò si possa evitare. Mantenendo una promessa che è stata infranta per ben tre volte e che è stata disattesa anche dal primo ministro Antonis Samaras: che questi tagli saranno gli ultimi. Solo così il popolo greco potrà non porre in discussione il suo impegno (di Samaras, ndr)”.

Queste parole sono rilevatrici di tutta l’inquietudine della borghesia greca, data dal fatto di sentirsi seduti su un vulcano che potrebbe esplodere in qualunque momento. Inoltre le ipotesi formulate nell’editoriale sono illusorie. Nessuno potrà assicurare che questi tagli saranno gli ultimi e, d’altro canto, un default della Grecia con la conseguente uscita dall’euro e dall’Ue, rimanendo all’interno del capitalismo, non avrebbe affatto conseguenze positive per la popolazione. La svalutazione della moneta e l’esplosione dell’inflazione provocherebbe un vero e proprio crollo del tenore di vita dei lavoratori e delle classi medie. La scelta non è fra euro e dracma, ma fra quale classe detiene il potere nel paese: banchieri e padroni da una parte o lavoratori dall’altra.

Verso uno sciopero generale ad oltranza?

Questo infatti è ormai il dibattito in Grecia. Il dibattitto rispetto alla necessità di uno sciopero generale ad oltranza, che porrebbe la questione di quale classe realmente ha le redini della società nelle proprie mani, è stata sollevata apertamente nel comitato centrale di Adedy (la confederazione del settore pubblico), dove un ordine del giorno che richiedeva la convocazione di almeno una settimana ininterrota di sciopero è stata sconfitta di misura, con 17 voti a favore e 19 contro. Decisivo è stato il comportamento del fronte sindacale del Kke, il Pame, che, facendo astenere i suoi sette membri del Cc, ha fatto prevalere la linea più moderata. Il settarismo del Pame continua ed anche nei grandi cortei del 6-7 novembre i vertici hanno impedito la contaminazione tra i propri militanti e le grandi masse lavoratrici. I percorsi del Pame e quello ufficiale dei sindacati si sono infatti solo sfiorati in piazza Syntagma.

Quanto potranno resistere i vertici sindacali nel loro ruolo di freno è difficile da prevedere. Di sicuro la loro posizione si fa sempre più insostenibile,
e sono costretti a prendere posizioni ogni giorno più radicali, almeno a parole.

Cambiamenti che ci sono stati anche da parte della direzione di Syriza. Se Tsipras prima del 26 settembre spiegava che il governo Samaras era “legittimato a governare, avendo vinto le elezioni”, oggi rivendica le dimissioni del governo tripartito ed elezioni anticipate, anche se la prospettiva del “governo delle sinistre” non è esplicitata così chiaramente come lo era nelle elezioni della scorsa primavera.

Una prospettiva che si fa tuttavia sempre più concreta. Oggi il pendolo va decisamente a sinistra, e gli attacchi razzisti e xenofobi di Alba dorata, tanto pubblicizzati dai mass media nel resto d’Europa, sono stati oscurati dalla ripresa della lotta di massa. I neonazisti potrebbero essere tranquillamente spazzati via da un’azione antifascista risoluta da parte del movimento operaio e giovanile. In questo senso la recente decisione da parte dei vertici di Syriza di appoggiare la creazione di comitati antifascisti in tutti i quartieri (un fenomeno che finora aveva avuto un carattere spontaneo) è sicuramente positiva e deve essere posta fra le priorità del nuovo partito.

Un governo di Syriza, eletto sull’onda delle mobilitazioni di queste ultime settimane, si troverebbe subito tra l’incudine e il martello. “La cancellazione della maggior parte del debito e una moratoria sul pagamento degli aiuti”, come rivendicato da Tsipras come misure immediate che prenderebbe il governo da lui guidato, incontrerebbero fin da subito il boicottaggio del capitale nazionale e della troika. L’adozione di un programma rivoluzionario è dunque una necessità per la salvezza del proletariato greco e di tutto il continente.

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