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Né Usa, né Onu, libertà per il popolo iracheno

 

L’imperialismo americano sta sprofondando in un nuovo Vietnam. Chi aveva dei dubbi, può lasciarli da parte dopo gli avvenimenti di questi giorni. Non più attacchi isolati, attentati suicidi, scaramucce, ma una vera e propria insurrezione, con migliaia di miliziani armati, che costringe le truppe occupanti a controbattere con operazioni di guerra su vasta scala.

A Nassiriya i soldati italiani hanno sparato 30mila colpi in una mattina per riconquistare i punti sull’Eufrate. Gli americani assediano Falluja da una settimana, la città (300mila abitanti) è circondata, le vittime Usa sono almeno una trentina (anche se Skynews parla di voci non confermate di 120 marines uccisi), quelle irachene sono molte decine. La città di Qut è stata abbandonata dalle truppe ucraine, la stessa Nassiriya in realtà è per metà fuori dal controllo dei soldati italiani.


Ora la stampa ci parla di “rivolta sciita”, tentando di trasmettere l’immagine di una rivolta motivata dal fanatismo religioso. Sicuramente è un fatto che quando gli Usa sono entrati in Iraq, contavano sulla popolazione sciita fra i loro potenziali alleati; le cose sono andate, come vediamo molto diversamente.


Ma quella che è in corso non è una rivolta religiosa, ma una guerra di liberazione nazionale. La rivolta c’è sia nelle zone sciite che in quelle sunnite, a Bassora come a Baghdad e Falluja. Lo stesso Muqtada al Sadr, leader delle milizie al Mahdi, ha preso una posizione chiaramente volta a sottolineare il carattere nazionale iracheno (e non solo sciita) della lotta, ha attaccato i leader di quei partiti sciiti come lo Sciri e il Dawa, che accusa (non a torto) di aver accettato la politica Usa di spartire l’Iraq su linee etniche e religiose, in accordo con il regime iraniano.


La polizia irachena, ricostruita dagli americani, quasi dovunque si schiera con gli insorti e combatte contro le truppe occupanti, la dimostrazione più lampante che gli occupanti non hanno alcun punto di sostegno nel paese.


Ora tutti si aggrappano alla fatidica data del 30 giugno, quando il potere dovrebbe passare alle autorità irachene. Ma quale potere? L’unico potere esistente oggi in Iraq sono i 160mila soldati Usa e alleati. E non se ne andranno né il 30 giugno, né dopo. Se ne andranno solo se saranno cacciati, solo se la guerra di liberazione sarà vittoriosa, solo se al loro potere si contrapporrà vittoriosamente il potere della popolazione insorta.


Gli occupanti non solo non si preparano ad andarsene, ma si preparano a mandare altri soldati. Ormai la situazione è fuori dal controllo della Casa Bianca. Anche i consigli “ragionevoli” (dal punto di vista americano) come quelli del conservatore Richard Pipes, che propone a Bush di abbandonare le città e di ritirare le truppe nel deserto, limitandosi a proteggere i campi petroliferi, sono probabilmente tardivi.


Ormai qualsiasi cosa gli americani facciano sarà uno sbaglio. Se tentano di ritirarsi, anche parzialmente, il movimento di liberazione diventerà inarrestabile e potrebbe innescare un processo rivoluzionario nell’intero mondo arabo. Se tentano di usare il pugno di ferro, come appare probabile, preparano una guerra di lunga durata nella quale non possono uscire vittoriosi.


Secondo l’ammiraglio Venturoni, ex capo del comitato militare della Nato, servirebbero 500mila soldati per controllare il paese. Sicuramente gli americani, vittime delle teorie del ministro della difesa Rumsfeld, hanno sbagliato completamente i loro calcoli, fidandosi della teoria dell’esercito “leggero”, piccolo e supertecnologico.


Ma neanche mezzo milione di soldati può garantire il controllo di un intero paese ribelle e in armi. L’imperialismo americano aveva appreso questa lezione in Vietnam (come i francesi in Algeria, i portoghesi in Angola, ecc.), ma negli ultimi anni sembra averla dimenticata. La dovranno reimparare a loro spese.


Le difficoltà crescenti degli occupanti non significano che molleranno facilmente la presa: troppi interessi sono in gioco, non solo gli interessi economici, ma anche e soprattutto il prestigio della potenza americana nel mondo intero. Le difficoltà degli Usa, quindi, con ogni probabilità porteranno a una escalation. Più soldi e più soldati per continuare la guerra, e non a caso l’Onu viene nuovamente chiamata in causa dopo un anno nel quale più nessuno si curava del Palazzo di Vetro. È quindi possibile che prima del 30 giugno giunga una nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza che fornisca la necessaria foglia di fico per continuare l’occupazione. Sicuramente c’è nell’amministrazione Usa l’idea di sottrarsi in qualche modo dalle zone più calde del paese, ritirarsi nelle basi nel deserto e fare entrare a Baghdad e in altre città una qualche forza multinazionale dell’Onu che si prenda la briga di controllare la situazione.


Il problema è che questo progetto tanto intelligente trascura due dettagli non secondari. Primo: gli iracheni vogliono liberare tutto il loro paese, e vogliono impedire che il loro petrolio venga saccheggiato. Secondo: dove trovare degli alleati così “volonterosi” da accettare (gratis?) di fare da bersaglio agli insorti? È chiaro, comunque, che l’ipotizzato coinvolgimento dell’Onu non sarebbe altro che un tentativo di risolvere i problemi per gli americani e che niente di buono ne verrebbe per il popolo iracheno.


Oggi più che mai abbiamo il compito di batterci per il ritiro immediato e incondizionato delle truppe italiane e di tutte le truppe di occupazione. Ma abbiamo anche il compito di costruire una solidarietà internazionalista con i lavoratori, i contadini, i disoccupati iracheni, che subiscono le conseguenze dell’occupazione e che a viso aperto stanno scendendo in lotta per liberare il loro paese. Non “terroristi” senza volto, ma migliaia e migliaia di persone che stanno dando vita all’Intifada irachena.


La loro aspirazione all’indipendenza nazionale è un diritto basilare, che deve trovare solidale il movimento operaio italiano e il movimento contro la guerra.


Mentre scriviamo si stanno organizzando manifestazioni in molte città italiane. La Cgil, per bocca di Epifani, si schiera per il ritiro immediato delle truppe italiane. Ma non bastano prese di posizione e manifestazioni, per quanto partecipate. Dobbiamo andare oltre la testimonianza della nostra opposizione alla guerra, l’intervento imperialista può essere battuto solo rovesciando i governi di guerra. Le forze ci sono, lo ha dimostrato una volta di più l’enorme manifestazione di Roma del 20 marzo.

 

Fuori le truppe italiane dal’Iraq!

Fuori le basi Usa e Nato dall’Italia!

Libertà per il popolo iracheno!

Via il governo Berlusconi!a

9 aprile 2004 

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