La vittoria di Pirro dell’imperialismo - Falcemartello

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Napoleone, che di guerre ne sapeva qualcosa, ebbe a dire una volta che con una baionetta si possono fare molte cose, ma non si può usarla per sedercisi sopra. Gli Usa, vincitori del conflitto iracheno, saranno costretti ad apprendere questa lezione dall’esperienza sul campo.

In Iraq, in tutto il Medio oriente e in realtà nel mondo intero, le conseguenze di questa guerra porteranno un’ulteriore e profonda destabilizzazione.

Un “conflitto di civiltà?”

 

Le conseguenze dell’occupazione americana dell’Iraq sono analizzate approfonditamente nell’articolo di Francesco Merli nelle pagine centrali. Il fattore decisivo da comprendere è che il popolo iracheno e tutto il popolo arabo hanno vissuto l’invasione come una vera e propria umiliazione nazionale, umiliazione rafforzata dalla rapida dissoluzione del regime iracheno. È quindi inevitabile che da questa sconfitta prenda l’avvio, nella prossima fase, un più forte e ampio movimento di liberazione che si ponga il fine di cacciare l’imperialismo dall’Iraq, dal Golfo e da tutto il Medio oriente. È un compito primario del movimento operaio sostenere politicamente lo sviluppo di questo movimento. Ci pare un grave errore la posizione assunta da Bertinotti e dalla maggioranza dirigente del Prc a questo proposito. Ci si dice infatti: la sconfitta del movimento per la pace si è prodotta nel momento in cui è iniziato l’attacco. Giunto quel momento, aveva poco senso entrare nella discussione sulla “guerra lunga o breve”. Questo equivale a dire che non era rilevante per noi se il popolo iracheno resisteva o meno all’invasione. E, implicitamente, significa dire che ci è indifferente se gli iracheni intraprenderanno una lotta di liberazione nazionale che già si adombra nelle manifestazioni di massa di questi giorni e nei numerosi episodi di conflitti fra popolazione e truppe Usa che filtrano sulla stampa, ultimo in ordine di tempo il massacro di tredici manifestanti per mano dei soldati Usa.

Ma come si fa a non vedere che una lotta di liberazione per l’Iraq costituirebbe un elemento di fortissimo rilancio del movimento anche in Europa e in Usa? Un’Intifada irachena mostrerebbe sul campo, nel modo più inequivocabile, la validità dell’opposizione che abbiamo condotto contro la guerra e al tempo stesso aiuterebbe a tracciare una prospettiva di lotta per un movimento che rischia di rifluire nelle attività umanitarie, nella solidarietà spicciola e in definitiva della spoliticizzazione.

Ma, ci si dice, c’è il rischio che un movimento di liberazione venga egemonizzato dal fondamentalismo, c’è il rischio di sprofondare nella “guerra di civiltà”. Così, per esempio, a guerra ancora in corso su Liberazione Rina Gagliardi replicava a Ingrao che auspicava una dura resistenza del popolo iracheno che “la facesse pagare” all’invasore. E poneva in alternativa l’obiettivo di liberarsi di Bush e della sua cricca. Forse i serbi, gli stessi iracheni e tanti altri popoli bombardati e oppressi sotto la presidenza democratica di Clinton avrebbero qualcosa da dire. Ma a parte questo, tradurre concretamente in pratica questa linea significa dire: voi iracheni (o arabi, afgani e via di seguito) non dovete impugnare le armi e ribellarvi all’imperialismo, poiché siete preda di tendenze fondamentaliste; dovete invece aspettare fino a quando noi, che siamo democratici, laici pacifisti e non cadiamo in certe tentazioni, avremo cacciato via Bush (o Blair, o Berlusconi, ecc.).

 

Il ruolo del fondamentalismo

 

Queste posizioni sono il miglior regalo che si possa fare precisamente al fondamentalismo islamico e dimostrano una completa incomprensione del ruolo del fondamentalismo stesso.

Il fondamentalismo islamico non si è mai affermato nei movimenti di massa nella loro fase ascendente. Si afferma, al contrario, quando i movimenti (ad esempio l’Intifada palestinese) entrano in un vicolo cieco a causa degli errori e dei tradimenti delle loro direzioni; si afferma quando prevale la sensazione di impotenza e di frustrazione di fronte ai crimini dell’imperialismo; si afferma nell’assenza di punti di riferimento di classe, comunisti e rivoluzionari tanto nei paesi arabi quanto in occidente.

Ma tanto più crescerà il movimento contro gli Usa, quanto più questo porrà problemi ai quali i fondamentalisti non potranno dare risposta.

Le conseguenze della guerra saranno profonde, e la reazione delle masse inevitabilmente arriverà. Non solo in Iraq, ma anche in Siria, in Giordania, in Egitto, nel Golfo, le masse saranno costrette a imboccare la strada della rivolta. E inevitabilmente una volta che il movimento prenderà piede, la parola d’ordine della cacciata dell’imperialismo si legherà indissolubilmente alla ricerca dell’unità del popolo arabo, condizione indispensabile per la sua libertà, indipendenza e sviluppo.

Una federazione del Medio oriente: questa sarà la risposta alla divisione della regione che da un secolo permette alle potenze imperialiste di farvi il bello e il cattivo tempo.

Ma chi può guidare le masse arabe verso questo obiettivo, quale forza politica, quale classe sociale? I partiti storici del nazionalismo progressista borghese e piccolo borghese, dall’Fln algerino allo stesso Baath siriano o iracheno sono ormai dei gusci vuoti, incapaci di opporsi seriamente all’imperialismo. Tantomeno lo possono fare le monarchie cadenti che governano la Giordania, l’Arabia Saudita, il Marocco, o gli stati fantoccio del Golfo. La lotta per liberarsi dall’oppressione imperialista esigerà un prezzo altissimo, come dimostra anche l’esito di questo conflitto. Le masse, i lavoratori, i contadini, la condurranno solo se vedranno in essa un mezzo per raggiungere la loro emancipazione non solo nazionale, ma anche sociale. In altre parole, la lotta per la cacciata degli invasori implicherà un programma rivoluzionario. Lottare per cacciare le truppe Usa, significa al tempo stesso lottare perché la terra, l’acqua, il petrolio, le risorse naturali e le ricchezze passino nelle mani dei lavoratori e delle altre classi oppresse. La federazione del Medio oriente potrà nascere solo come federazione socialista, cioè come risultato di una lotta che sarà insieme di liberazione nazionale e di rivoluzione sociale. Solo questo programma può generare le risorse di tenacia, di abnegazione e di mobilitazione necessarie alla
vittoria.

Un simile programma è in opposizione frontale a tutto quanto rappresenta l’integralismo islamico. Quanto più la lotta di liberazione dei popoli arabi e mediorientali assumerà un carattere di massa e di classe, tanto più il fondamentalismo si dimostrerà incapace di egemonizzarla.

 

L’Europa in crisi

 

L’occupazione angloamericana dell’Iraq ha costituito ovviamente uno scacco per quei paesi (Francia, Russia, Germania) che si erano opposti all’attacco americano. Chirac in particolare tenta di fare buon viso a cattivo gioco e di riaprire il dialogo col vincitore di oggi. Ma le profonde spaccature nella diplomazia e nelle istituzioni internazionali non saranno tanto facili da sanare.

La guerra ha messo in luce non solo la crisi sostanzialmente irreversibile dell’Onu (non a caso il Consiglio di sicurezza non si riunisce più da prima dell’attacco Usa), ma ha anche mostrato il vero e proprio abisso che si sta aprendo fra le due rive dell’Atlantico. Questa spaccatura apre un’ulteriore divisione all’interno dell’Unione Europea dividendo il gruppo dei “paesi fondatori” in due schieramenti.

Colin Powell ha detto chiaramente che la Francia “pagherà le conseguenze” della sua opposizione alla guerra in Iraq. Continua sulla stampa americana e britannica la campagna antifrancese, continua il boicottaggio delle merci francesi. La guerra e lo scontro che l’ha preceduta nell’Onu hanno mostrato in modo inequivocabile lo stato reale delle cose in Europa, e in particolare che:

1) Una politica estera indipendente dagli Usa da parte dell’Europa può realizzarsi solo con il concorso congiunto di Francia e Germania, paesi chiave e decisivi dell’Europa continentale.

2) Ogni passo in questa direzione mette in luce l’antagonismo con gli Usa su scala mondiale.

3) Di conseguenza, ogni qual volta che la “politica estera europea” da tutti invocata si materializza… l’Unione Europea si spacca in due fronti, che potremmo approssimativamente definire atlantico (capeggiato dalla Gran Bretagna) e continentale (capeggiato di volta in volta dalla Germania e dalla Francia).

4) Questa divisione non esaurisce l’analisi degli schieramenti europei: i paesi minori ruotano attorno all’uno o all’altro asse, mentre altri sono profondamente divisi. L’Italia in particolare, per collocazione geografica, economica, strategica e persino per storia è profondamente divisa da questa situazione. Lo scontro fra europeisti e atlantisti ha visto negli ultimi due anni prevalere questi ultimi, ma continua a dividere non solo il governo (con Berlusconi che capeggia il partito americano) dall’opposizione (con Prodi che vorrebbe sostenere l’asse franco-tedesco), ma anche all’interno degli stessi schieramenti e persino dei singoli partiti.

Questo è lo stato attuale delle cose, e gli avvenimenti più recenti lo confermano. Mentre scriviamo è in corso l’incontro tra Francia, Belgio, Germania e Lussemburgo per discutere della “Difesa europea”. L’incontro ha suscitato l’aspra reazione di Frattini (“Se si volesse dividere ulteriormente l’Unione anche noi, Italia, Spagna e Gran Bretagna forse organizzeremmo un vertice sulla difesa”) e di Blair (“Se non ci muoviamo sulla base di una partnership con l’America in un certo senso riportiamo il mondo alle divisioni di cui volevamo sbarazzarci con la fine della Guerra Fredda”). E se non può esistere una difesa comune europea, come può esistere una politica estera comune?

Naturalmente tutti sono preoccupati di questa situazione. Ancora Blair: “Il mondo industrializzato, moderno, sviluppato, si è diviso in due, e perciò dobbiamo avere un’onesta discussione”. In cosa consisterà l’onesta discussione? Tutti hanno paura di rotture irreparabili, perciò si organizzerà una bella catena di colloqui: Bush parla con Blair, Blair parla con Fischer, Fisher parla con Chirac, e alla fine, un passetto alla volta, si troverà un accordo… o no? Il problema è che ogni movimento da parte di una potenza provoca una reazione a catena che destabilizza nuovamente tutto il quadro europeo. Per esempio, la Gran Bretagna teme di precipitare nell’abisso che si apre fra le due rive dell’Atlantico. Per scongiurare il rischio, si riavvicina parzialmente all’Europa continentale e rientra nella discussione sull’esercito europeo con i suoi annessi (industria militare, ricerca, ecc.). Ma questa stessa mossa sottrae alla Francia la possibilità di guidare gli eventuali progetti di difesa integrata, aprendo così un nuovo conflitto…

Questo schema si ripete a tutti i livelli, e non saranno certo gli articoli della bozza di Costituzione europea a risolvere queste contraddizioni.

 

Conseguenze economiche

 

Si potrebbe pensare che le difficoltà europee costituiscano un fattore di stabilità per gli Usa, e in un certo senso è così. La vittoria degli Usa ha fatto ritornare a Wall Street una parte dei capitali che erano fuggiti. Il calo del prezzo del petrolio, il business delle ricostruzioni e il rialzo delle borse aiuteranno a breve termine l’economia Usa. Ma su scala mondiale nessuna contraddizione è stata risolta. Il conflitto che si è aperto nell’Onu tenderà inevitabilmente a trasferirsi su altri terreni. Gli organismi economici internazionali come il Wto, il G8, l’Fmi diventeranno un’arena di scontro. Già ora vediamo una serie di scontri protezionistici all’interno del Wto. La Francia ha preso l’iniziativa di invitare la Cina al prossimo G8 di Evian, evidentemente per avere più peso nei confronti degli Usa i quali non hanno affatto gradito l’iniziativa e hanno posto un veto. La spartizione del bottino fatto in Iraq è fonte di ulteriori contrasti, così come il business della ricostruzione e degli “aiuti umanitari”.

Considerato il quadro economico internazionale di stagnazione o crisi, la cosa più probabile è che il conflitto economico e diplomatico si alimentino a vicenda, aumentando le barriere e gli ostacoli al commercio mondiale e rendendo così più problematica l’uscita dalla recessione.

Inoltre, la guerra avrà serie conseguenze finanziarie. Il bilancio militare Usa sta schizzando oltre ogni limite dopo che il Congresso ha votato gli 85 miliardi aggiuntivi di spese per la sicurezza. Questo rischia di mandare a gambe all’aria la finanza pubblica Usa, tanto che per fare fronte ai tagli dei fondi federali molti stati sono ridotti a misure estreme cancellando interi capitoli di spesa nel settore pubblico, dall’assistenza medica alle lampadine negli uffici pubblici.

L’intero edificio resta in piedi finché il dollaro riesce a difendere il suo corso e finché i capitali affluiscono dall’estero. A breve termine la vittoria Usa favorisce questa tenuta, ma a medio e lungo termine vedremo riaffermarsi la tendenza all’indebolimento del dollaro che dipende da due fattori strutturali: l’enorme deficit commerciale e l’enorme indebitamento complessivo degli Usa.

 

Contro la guerra e contro il capitalismo

 

Gli effetti della guerra non si faranno sentire quindi in Medio oriente. Il vasto movimento di opposizione alla guerra che si è prodotto in Europa e negli Usa avrà conseguenze di lungo periodo. Stiamo in realtà assistendo al risveglio di una generazione, di decine di milioni di persone che hanno deciso di partecipare in prima persona e di tentare di influenzare gli avvenimenti mondiali. Quali che siano gli sviluppi immediati, un fatto è chiaro: da qui non si tornerà indietro, non è possibile ricacciare nel torpore e nell’indifferenza queste masse immense.

La vittoria Usa sta producendo una salutare selezione nel movimento contro la guerra. Forze come il Vaticano, o i Ds (l’Unità titolava il giorno della caduta di Baghdad: “Meno male che è finita”) si stanno inchinando al vincitore, come dimostra anche il voto dell’Ulivo sulla proposta di inviare le truppe italiane in Iraq. Queste defezioni non rappresentano un indebolimento del movimento, al contrario: aiutano a fare chiarezza, a mostrare in modo cristallino i reali interessi e le reali motivazioni di ciascuno dei tanti soggetti politici che negli scorsi mesi si mescolavano indistintamente avvolgendosi nelle bandiere iridate. Siamo certi però che proprio queste defezioni aiuteranno la maturazione e la crescita delle forze migliori del movimento, in particolare dei giovani e giovanissimi che hanno riempito le piazze e che oggi cercano non solo la mobilitazione, ma una spiegazione di quanto è avvenuto e una prospettiva di lotta più ampia.

Il movimento non ha impedito la guerra, e qualcuno ritiene che questo equivalga a una sconfitta. Ma bisogna essere chiari: nessun movimento di protesta, per quanto ampio, può impedire alla classe dominante di scatenare una guerra, a meno che il movimento stesso non acquisisti un significato rivoluzionario, almeno in modo embrionale. Nella guerra la classe dominante mette in gioco tutto il suo potere, il suo prestigio e le sue risorse: può essere disposta a desistere solo se si rende conto che sta mettendo a rischio il suo dominio nella società, cioè che rischia di trovarsi di fronte a una rivoluzione in casa propria.

Dire questo non significa sminuire o svilire le enormi mobilitazioni che ci sono state. Significa invece metterle nella loro giusta prospettiva: non qualcosa di fine a se stesso, ma un primo passo verso la presa di coscienza di massa della necessità di porre fine a questo sistema economico marcio che sta facendo precipitare l’umanità in un abisso di guerra, crisi, miseria e oppressione.

 29 aprile 2003