Pacifismo e guerra - Falcemartello

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La Chiesa ed il pacifismo

Nulla è stato lasciato intentato da parte della borghesia per accreditare il Papa e la Chiesa cattolica come i paladini del movimento contro la guerra. Per mesi ogni telegiornale ha sterilizzato le immagini degli oceanici cortei contro la guerra affrettandosi a dedicare ampio spazio all’ultima dichiarazione del Papa per la pace o all’azione di qualche vescovo in missione diplomatica. L’equazione che si vuole suggerire è che l’azione di milioni di persone sia uguale o inferiore a quella di qualche vescovo.

I dirigenti del centro-sinistra non hanno potuto che accodarsi a tale equazione. Per anni abituati a difendere le guerre di rapina e non a condannarle, erano ben contenti di coprire le proprie lacune biascicando qualche frase solenne del tipo: “non sono parole mie ma del Santo Padre”.

 

Conquistare i lavoratori cattolici?

 

In questo inchino collettivo di fronte alle gerarchie ecclesiastiche Liberazione, il quotidiano del nostro partito, si è posto in prima fila. Non ce ne stupiamo: da anni ci abitua a sconcertanti articoli o titoloni di prima pagina di elogio al Papa o all’azione di qualche vescovo altolocato. Tutto questo viene rivenduto come un’abile tattica per conquistarsi la simpatia dei lavoratori cattolici. L’effetto che si ottiene è l’esatto contrario. Noi non neghiamo che migliaia di lavoratori, studenti e disoccupati cattolici siano scesi in piazza per protestare contro la guerra. Questo è positivo: persone che fino a ieri avevano la parrocchia come orizzonte, ora vengono a contatto con la piazza. Questo apre un processo che li porterà in contraddizione con le stesse gerarchie ecclesiastiche. Non è però di certo elogiando l’azione del clero e del Papa che favoriremo tali contraddizioni. Al contrario. Il nostro compito è spiegare pazientemente e con delicatezza le vere ragioni dell’opposizione della Chiesa a questa guerra e quanto le posizioni espresse dal Papa siano in realtà il piombo nelle ali del movimento contro la guerra.

 

La storia della Chiesa

 

La tesi secondo cui il cattolicesimo avrebbe una tendenza implicita alla pace, alla tolleranza e all’uguaglianza è smentita dall’intero passato della curia. Gli interessi del clero sono coincisi e coincidono con le spinte più reazionarie nella nostra società. Durante gli anni ‘20 e ‘30 la Chiesa giocò un ruolo chiave nell’appoggio all’avanzata del fascismo. Il Vaticano non riconobbe l’unità d’Italia fino all’avvento del fascismo, quando vennero stipulati i Patti Lateranensi nel 1929. Un accordo fu raggiunto anche con Hitler nel 1933. In Spagna le chiese furono fin dall’inizio base naturale dell’appoggio al colpo di Stato di Franco. Per tutta la durata del regime, Franco fu definito “campione della civiltà cattolica”. Questo appoggio fu rinnovato ancora nel 1953 con il Concordato con il regime spagnolo. A differenza di quanto fa credere la vulgata generale, il papato di Wojtyla non è stato “rinnovatore”. Per quanto riguarda l’America Latina è stato uno dei pontefici che più attivamente ha perseguitato le correnti di sinistra sviluppatesi tra i preti di base, come la Teologia della Liberazione. Nè fu casuale la visita resa al dittatore cileno Pinochet nel 1988. Il viaggio più recente a Cuba mostra molto di più le contraddizioni interne al regime cubano che una reale apertura del Papa.

Come contrappeso alle correnti di sinistra interne al basso clero, questo Papa ha rafforzato due delle organizzazioni più reazionarie della storia ecclesiastica contemporanea: l’Opus Dei e Comunione e Liberazione. La Chiesa, che oggi si riempie la bocca di pace, ha giocato un ruolo particolarmente nefasto nella tragedia jugoslava, schierandosi apertamente con il fascismo croato. Lo Stato del Vaticano fu uno dei primi, insieme alla Germania, a riconoscere la Croazia. Durante tutto il conflitto le chiese croate erano basi in cui, con tanto di cartine, si organizzavano pogrom anti serbi.

L’oscurantismo ecclesiastico in materia di diritti di donne e omosessuali ha rialzato la testa proprio negli ultimi anni. C’è sempre stato un occhio benevolo verso le campagne antiabortiste dell’integralismo cattolico americano, mentre il gay-pride è stato più volte condannato per bocca del “Santo Padre”.

 

Perchè la Chiesa si dice contraria al conflitto in Iraq?

 

I motivi dell’opposizione all’attuale conflitto sono tutt’altro che morali. Innanzitutto le gerarchie ecclesiastiche sono consapevoli di essere attanagliate da anni da una crisi di vocazioni e di fedeli. Di fronte ad una simile crisi, il clero non poteva che sentire l’esigenza di ridarsi una facciata “più umana”, con un Papa critico verso i “potenti”.

Vi è poi la questione della minoranza cattolica in Iraq. Ovviamente la curia ha un interesse naturale ad allargare la propria influenza. Nei paesi arabi questo diventa ogni giorno più difficile, visto l’inevitabile legame, agli occhi delle masse arabe, tra la crociata di Bush e la religione cattolica. L’Iraq è uno dei paesi mediorientali che ha concesso maggiore libertà e protezione alla minoranza cattolica. Nonostante lo sbraitare di Bush sul fondamentalismo islamico iracheno, l’Iraq è un regime laico. Questa convivenza pacifica, però, tra cattolici e regime di Saddam è il riflesso di un rapporto più che rilassato tra curia e dittatura irachena. Ne è stato una dimostrazione l’incontro, finito a tarallucci e vino, tra gli uomini della Santa Sede ed il ministro degli esteri iracheno Tareq Aziz. Come marxisti ci opponiamo all’aggressione all’Iraq, ma questo non ci ha mai portato a teorizzare la connivenza con Saddam e la sua cricca.

 

Nulla di concreto

 

Per quanto l’alta curia si possa riempire la bocca di pace, non può arrivare a nessuna aperta rottura con la politica americana. Innanzitutto per quanto la minoranza cattolica irachena rivesta una certa importanza, non può comunque superare quella della comunità cattolica americana o europea. In secondo luogo, se la compiacenza con il regime di Saddam ha potuto garantire la laicità dell’Iraq, l’occupazione militare americana aprirà prospettive ben più rosee per le organizzazioni cattoliche e per la conversione al cattolicesimo di fette maggiori della popolazione dietro la scusa dell’assistenza umanitaria. Oggi la Chiesa attacca la guerra all’Iraq, domani le organizzazioni cattoliche si trasformeranno in uno dei principali punti di appoggio dell’occupazione militare tra la popolazione.

Questo spiega perché, in concreto, la posizione clerical-pacifista non sviluppi nessuna proposta contro la guerra. Perché il Papa non è partito per Baghdad rendendo difficile al cristianissimo Bush il bombardamento dell’Iraq? Perché non sono stati minacciati di scomunica i parlamentari cattolici in caso di voto (eccome se hanno votato!) a favore della guerra, dei crediti bellici, della concessione delle basi? Perché non sono stati ritirati i preti militari che, a seguito delle truppe Usa, si preoccupano di rinsaldare la fede cattolica degli invasori e di convertire gli invasi? Le parole in Piazza San Pietro costano poco, i fatti sono tutta un’altra cosa.

 

Preghiera, digiuno e pacifismo

 

Lo spazio accordato dai mass-media borghesi all’opposizione ecclesiastica al conflitto in Iraq risponde alla necessità di aumentare il peso specifico delle posizioni integralmente pacifiste all’interno del movimento contro la guerra. Oggi più che mai nel gergo comune il termine “pacifista” viene utilizzato per indicare chiunque si opponga alla guerra in Iraq. Da questo punto di vista non ci scandalizziamo se i lavoratori, che vogliono opporsi alla guerra imperialista, si autodefiniscono pacifisti. Tuttavia quando noi marxisti usiamo il termine “pacifista” intendiamo una corrente di pensiero ben precisa.

Trotskij spiegava come i pacifisti accettino tutto del capitalismo tranne la guerra. Il pacifismo si limita a dire che ogni forma di violenza è negativa ma in ultima analisi non collega mai la lotta alla guerra alla lotta contro questo sistema economico. Analizza la guerra come il risultato della natura bestiale dell’uomo e si limita a predicare in modo quasi religioso la pace e la fratellanza nei gesti quotidiani.

Per noi marxisti la guerra è uno degli aspetti fondamentali del capitalismo. E’ impossibile porsi l’obiettivo di eliminare l’uno senza eliminare l’altro. Non è causata dalla generica bestialità dell’umanità, ma dalla particolare bestialità di questo sistema economico. Una bestialità che deriva dalle stesse fondamenta del capitalismo, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, l’estrazione violenta del plusvalore prodotto da centinaia di milioni di persone a beneficio di una cupola di capitalisti sempre più ristretta ed accecata dalla propria sete di profitto. Accettare il capitalismo ripudiando la guerra è come accettare di ubriacarsi ma rifiutare il mal di testa conseguente.

Ricercando la bestialità della guerra in “ogni uomo”, il pacifismo non individua mai i reali colpevoli della guerra. La guerra imperialista è causata da uomini ben precisi con nomi e cognomi: gli imprenditori che da quel conflitto trarranno benefici e profitti. Se questi sono i colpevoli, l’unico modo per fermarli è attraverso un’ondata di scioperi che blocchi la produzione e ponendo il problema storico della loro espropriazione: per portare le leve della produzione dalle mani di questa cricca di sciacalli ad un sistema democratico dove la popolazione pianifichi ed orienti la produzione in base ai propri bisogni ed alle proprie aspirazioni di pace.

 

La pressione dal basso

 

Migliaia di lavoratori cattolici credono di essere scesi in piazza contro la guerra perché il Papa li ha illuminati. Non si rendono conto che è il contrario: il Papa è costretto a pronunciarsi contro la guerra per la contrarietà a questo conflitto di milioni di lavoratori.

Possono esistere, poi, settori del basso clero che sinceramente rifiutano la brutalità di questo sistema. Non c’è da stupirsi, è un fenomeno a cui abbiamo assistito più volte nella storia.

L’incoscienza cerca sempre faticosamente di aprirsi un varco verso la coscienza e non sempre trova immediatamente i canali giusti per farlo. Le aspirazioni incoscienti, istintive e genuine delle masse possono rivolgersi inizialmente verso canali di espressione che trovano più familiari, così come la lava cerca il varco già aperto di un vulcano per venire alla superficie. Ed i canali più familiari per migliaia di persone magari non sono inizialmente le sezioni dei partiti di sinistra ma  le parrocchie. Per molti lavoratori, le processioni, e non le manifestazioni, possono essere il primo contatto con qualche forma di associazione organizzata. Così può capitare paradossalmente che, di fronte ad un clima montante di rabbia verso la società, addirittura un parroco possa sentire il clima sociale che si prepara ed esserne onestamente impressionato ed influenzato, tanto da cambiare le proprie posizioni.

La rivoluzione russa del 1905 inizialmente fu guidata dal pope ortodosso Gapon. Responsabilizzato dalla polizia zarista di incanalare la rabbia dei lavoratori in associazioni mutualistiche e religiose, Gapon finì per essere seriamente influenzato da tale rabbia. Il 9 gennaio del 1905, nella famosa domenica di sangue, guidò una folla di lavoratori a supplicare di essere ricevuti dallo zar dando così la scintilla iniziale alla rivoluzione del 1905. Tuttavia il fenomeno Gapon non poteva che essere transitorio: egli rappresentava il livello estremamente contraddittorio della coscienza delle masse in un momento iniziale della rivoluzione. La rivoluzione del 1905 iniziò sotto le bandiere di Gapon e terminò sotto le bandiere bolsceviche.

Quando la Chiesa cattolica fece i primi tentativi di creare delle proprie correnti sociali, in competizione con le idee socialiste, ne rimase fortemente scottata. All’inizio del secolo, in Italia, Murri fu incaricato di organizzare le associazioni cooperative e mutualistiche cattoliche nella corrente della Democrazia Cristiana. Il suo continuo contatto con la questione operaia lo portò a radicalizzare le proprie posizioni tanto che la Democrazia Cristiana fu sciolta nel 1906 e Murri scomunicato nel 1909.

Dopo il 1945 un nuovo tentativo fu fatto con l’idea dei “preti-operai”, preti che si ponevano l’obiettivo di cristianizzare i lavoratori condividendone le condizioni di vita. L’esperienza dei preti operai terminò con la loro scomunica da parte del Sant’Uffizio del 1959 visto che in grande maggioranza si erano spostati su posizione marxiste. La situazione esplosiva in America latina durante gli anni ’60 portò alla formazione di correnti d’ispirazione rivoluzionaria tra il clero di base. Un prete come Camilo Torres finì con l’imbracciare il fucile per combattere le ingiustizie del capitalismo.

La storia conosce ogni genere di trasformazioni e queste ultime sono sicuramente tra le più peculiari. Tuttavia il fatto che preti estremamente vicini alla condizione dei lavoratori possano assumere posizioni onestamente rivoluzionarie non deve farci nemmeno per un attimo smettere di spiegare che nel suo complesso il ruolo della Chiesa non può altro che essere di difesa dell’ordine costituito.

 

Origine e funzione della religione

 

Per i marxisti non è Dio che ha creato l’uomo, ma è l’uomo che ha creato Dio. Ne è una dimostrazione il fatto che ogni civiltà si è data dei miti religiosi in base alle esigenze materiali ed al livello di sviluppo delle forze produttive raggiunto. Nella storia dell’umanità la religione ha giocato inizialmente un ruolo progressista: era un primo tentativo dell’uomo di darsi una spiegazione dell’esistenza del mondo. Privo di conoscenze scientifiche, l’uomo non poteva che rifugiarsi nell’idea di un creatore. Vedeva le proprie mani modellare i propri strumenti e pensava che un uomo più grande avesse modellato il mondo allo stesso modo. Oggi tuttavia abbiamo la possibilità di indagare il mondo in base alla scienza ed alla conoscenza positiva.

Molte religioni sono nate con un forte spirito egualitaristico. Sono state storicamente il riflesso delle necessità di ribellione di un paese o di uno strato sociale che, non potendo dare spiegazioni scientifiche alla propria ribellione, dovevano darsene una giustificazione religiosa. Una volta che diventa religione dominante, tuttavia, qualsiasi religione non può che legarsi alla classe economicamente dominante.

Innanzitutto, postulando l’esistenza di un padrone del creato, la religione riflette naturalmente lo status quo terreno in cui i padroni dominano i mezzi di produzione.

In secondo luogo, l’apparato ecclesiastico è un apparato di uomini staccati dalla produzione che deve trarre inevitabilmente il proprio sostentamento (finché non imparerà a cibarsi di preghiere) dalle classi che hanno un ruolo nella produzione. Inevitabilmente solo la classe che domina economicamente può sostentare un apparato mastodontico di preti, prelati, vescovi ecc. ecc.

Il proletariato non ha bisogno di una religione per giustificare la propria rivoluzione: è la prima classe nella storia che non deve riparare le proprie ragioni dietro un paravento religioso ma che può spiegare scientificamente la necessità della socializzazione dei mezzi di produzione come risultato dello sviluppo storico delle forze produttive.

 

Il nostro approccio alla religione

 

L’ateismo forzato dei paesi stalinisti ha portato milioni di lavoratori a credere che i marxisti vogliano sopprimere la religione con la forza. Così non è. Siamo sicuri che la religione un giorno sarà un semplice ricordo del passato, ma tale condizione non verrà raggiunta con la forza. L’ateismo forzato fu una delle tante conseguenze della degenerazione stalinista della rivoluzione in Russia. In realtà la prima fase del socialismo coinciderà con uno dei periodi di maggiore libertà religiosa mai conosciuti nella storia. Come spiegava Lenin: “Il proletariato moderno si schiera dalla parte del socialismo, che chiama la scienza a lottare contro le tenebre della religione e che libera l’operaio dalla credenza in una vita d’oltretomba, organizzandolo in una lotta effettiva per realizzare una migliore vita terrena. (…) Noi esigiamo che la religione sia un affare privato nei confronti dello Stato. (…) Nessuna differenza nei diritti dei cittadini, motivata da credenze religiose, può essere tollerata (…) Separazione completa della Chiesa dallo Stato: ecco la rivendicazione del proletariato socialista nei confronti dello Stato moderno e della Chiesa moderna”.

Riguardo ai lavoratori credenti Lenin continuava: “Perché non proponiamo il divieto ai cristiani ed ai credenti in Dio di entrare nel nostro partito? Nessun libro, nessuna predicazione potranno istruire il proletariato se esso non verrà istruito dalla propria lotta contro le forze tenebrose del capitalismo. L’unità di questa lotta effettivamente rivoluzionaria della classe oppressa per crearsi un paradiso in terra è più importante per noi dell’unità di opinione del proletariato sul paradiso in cielo”.

Finché l’umanità non padroneggerà i mezzi di produzione, il destino continuerà ad apparire a milioni di uomini come il risultato di forze cieche ed imprevedibili. Di fronte a questo stato di cose rifugiarsi nella religione sarà per molti inevitabile, tanto quanto la scaramanzia lo è per il giocatore d’azzardo. Ponendo le forze produttive sotto il controllo cosciente dell’uomo, il socialismo non avrà bisogno di reprimere nessuna espressione religiosa. Le tenebre religiose si diraderanno gradualmente man mano che l’umanità potrà guardare in faccia e controllare il proprio destino. Usciti dal mondo della necessità, affronteremo ad occhi aperti il mondo della libertà.