Stop the train - Falcemartello

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Si radicalizza l’opposizione alla guerra

 

Dal 21 al 27 febbraio, con una scadenza quasi quotidiana,  si sono realizzate presso le stazioni ferroviarie di diverse città d’Italia mobilitazioni che si proponevano di bloccare i tragitti dei cosiddetti “treni della morte”,  convogli carichi di armi dirette verso i battaglioni Usa di stanza nel Golfo Persico e che dalla base militare di Ederle, nei pressi di Vicenza, dovevano giungere a Camp Darby , la più grande base Nato in Europa situata tra Pisa e Livorno.

La manifestazione contro la guerra all’Iraq del 15 febbraio a Roma con la presenza di tre milioni di persone in piazza, aveva già mostrato quanto ampia fosse l’opposizione all’intervento imperialista minacciato dagli Stati Uniti. All’indomani di quella imponente manifestazione, la decisione del governo Berlusconi di concedere basi, porti, ferrovie, infrastrutture ai preparativi militari degli Usa, ha provocato una immediata reazione da parte dei settori più combattivi del movimento che prontamente hanno risposto portandosi “sui binari”.

Le accuse di “illegittimità”, di “sabotaggio criminale” e di “tradimento”  giunte puntuali non solo dal governo, ma anche da alcuni settori della sinistra e del sindacato(1), hanno mostrato come azioni di questo tipo servano anche a mettere a nudo le reali posizioni di ciascuno, rivelando chi si pone solo simbolicamente o con le parole “a difesa della pace” e chi è pronto a sostenere e promuovere manifestazioni che vanno nella direzione dell’opposizione concreta alla macchina bellica.

In effetti, i blocchi dei treni sono stati un passaggio importante che ha fatto fare al movimento contro la guerra un significativo salto di qualità: nelle intenzioni di chi vi ha partecipato, infatti, era evidente la volontà di fare qualcosa di più incisivo per impedire la guerra, qualcosa che non fosse semplicemente la convocazione di un grande appuntamento durante il quale contarsi. La radicalità che si è espressa nel corso di queste mobilitazioni l’abbiamo potuta osservare soprattutto nelle discussioni politiche  che si aprivano “sui binari”  durante le quali l’interrogativo di fondo era : “quali iniziative possono essere veramente efficaci rispetto all’obiettivo che ci proponiamo, cioè fermare la guerra?”.

Le parole d’ordine dello sciopero e del coinvolgimento del movimento operaio organizzato si sono, quindi,  imposte in modo inequivocabile come quelle più avanzate e in grado di trasformare questa enorme opposizione alla guerra presente nella società in un movimento di lotta che può rivelarsi decisivo. Tante volte ci siamo sentiti dire in questi anni che la classe lavoratrice non esiste più, che ha un ruolo del tutto marginale o che, come sostenuto dai Disobbedienti e da diversi settori del movimento, non è più centrale, ma è solo una parte di una “moltitudine”  che si oppone al “neo-liberismo e alla guerra globale”.

La vicenda dei blocchi dei treni ha invece rivelato una realtà diversa. I blocchi potevano rappresentare tutt’al più un’azione di disturbo, ma non costituivano, di per se stessi, la risposta alla domanda “Come fermiamo il trasporto di materiale bellico?”. E a questo punto che i lavoratori e, in particolare, i macchinisti dei treni e i portuali di Livorno, dove vengono caricate le navi in partenza per il Golfo, sono apparsi fondamentali.

Quando i lavoratori si fermano, tutto si ferma. Senza il loro permesso né treni, né navi possono viaggiare. L’esperienza, più di qualsiasi riflessione sofistica tra intellettuali, ha mostrato questa verità fondamentale. Di questo erano consapevoli diversi tra i giovani protagonisti dei blocchi. Alla stazione di Fornovo, nei pressi di Parma, i macchinisti dei treni che transitavano (nessuno escluso) mostravano la propria solidarietà e il proprio sostegno fischiando e mostrando il pugno chiuso fuori dal finestrino, i manifestanti rispondevano urlando lo slogan: “Contro la guerra del capitale, sciopero, sciopero generale!”.  Tuttavia, se le iniziative di “blocco dei treni” hanno ulteriormente mostrato l’avanzata di un movimento di massa contro la guerra, si sono evidenziati al tempo stesso chiari problemi di direzione politica.

Innanzitutto, abbiamo spesso assistito all’improvvisazione spontanea dei “blocchi”: le mobilitazioni erano scarsamente pubblicizzate, la preoccupazione principale sembrava essere quella di correre da una stazione all’altra quando, invece, sarebbe stato più importante cercare, in primo luogo, di creare il coinvolgimento più ampio possibile. In secondo luogo, quasi sempre le mobilitazioni non erano preparate da assemblee in cui si potesse democraticamente discutere delle pratiche di lotta  da attuare e degli obiettivi, al contrario si riteneva che chi partecipava ai blocchi e ai presidi potesse proporre, anche individualmente, questa o quella forma di lotta, spezzando, difatti, la mobilitazione in molteplici e disparate iniziative. Una situazione di questo tipo si è prodotta nel corso di un “blocco” alla stazione di Fornovo ed  è stata strumentalmente utilizzata da chi voleva far apparire il movimento come diviso fra “buoni” e “cattivi”, creando non poco disorientamento tra i manifestanti  e confusione circa quello che si doveva fare.

Infine, la direzione della Cgil ha rifiutato chiaramente di far scioperare i ferrovieri e Guido Abbadessa, segretario generale della Filt-Cgil, si è limitato a dire: “Noi non ci asteniamo dal condurre un treno, ma diciamo per la sicurezza di chi lavora, che deve essere chiaro che cosa viene trasportato” suggerendo, al massimo, al singolo lavoratore, l’obiezione di coscienza. Un atteggiamento di questo tipo indebolisce il movimento perché  oltre a non consentire ai lavoratori di mostrare la loro forza reale attraverso il blocco dei servizi, espone i lavoratori più combattivi alla repressione sul luogo di lavoro dal momento che essi vengono invitati a prendere iniziative individuali, tanto lodevoli quanto, purtroppo, pericolose ed inefficaci. Al contrario, l’insubordinazione di ogni lavoratore e di ogni studente a questa guerra imperialista deve essere estesa a tutti attraverso la convocazione di uno sciopero generale europeo contro la guerra e le politiche di massacro sociale, di licenziamenti e tagli alla spesa dei nostri stessi governi!

 

(1)           “Considero più utile fare centinaia di discussioni sulle ragioni civili e morali contro questa guerra[…] Si tratta di manifestazioni illegali” (Luciano Violante, Capogruppo Ds alla camera)