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Articolo pubblicato originariamente su FalceMartello nº 153, 20 dicembre 2001

Sono passati ormai quasi due anni da quel marzo del 2000 nel quale le Borse di tutto il mondo toccarono l’apice del boom. L’euforia dei portavoce del capitale e dei teorici della New economy si è da allora sgonfiata assieme ai titoli quotati nel Nasdaq e ai profitti delle multinazionali. L’economia mondiale è entrata in una crisi economica di vasta portata, la prima crisi realmente sincronizzata, dal 1973-74. Secondo gli ultimi dati, l’insieme delle economie Ocse (i 32 paesi più sviluppati) nel terzo trimestre del 2001 si è fermato a crescita zero; in Giappone, Usa, Canada e Germania il Pil è in calo (nel secondo trimestre solo il Giappone era in calo).

Su FalceMartello n° 149 (luglio 2001) analizzavamo le cause della crisi, che conferma una volta di più come a dispetto degli enormi cambiamenti tecnologici il meccanismo ciclico di boom e recessione che accompagna lo sviluppo dell’economia capitalista continua ad operare. Se questa per dei marxisti non è una scoperta strabiliante, certo lo è per tutti coloro che, anche nella sinistra, si erano lasciati incantare dal luccichio della “nuova economia”. Dire questo però non è sufficiente a comprendere il carattere della crisi in corso. Ogni ciclo economico ha le sue caratteristiche specifiche, che è necessario analizzare non solo alla luce di una legge generale sul susseguirsi inevitabile di boom e crisi, ma che può essere compreso solo sulla base dei dati concreti e della correlazione tra i dati economici e lo sviluppo dei rapporti internazionali, dei rapporti fra le classi, in una parola della natura generale dell’epoca in corso.

Osservando i dati americani balza agli occhi come oggi, a differenza di qualche mese fa, la crisi si stia generalizzando passando da un settore all’altro. Da 14 mesi la produzione industriale è in calo. In un anno la produzione industriale è calata del 6,3%, il calo peggiore è nelle attrezzature industriali con un calo dell’11,9%; l’utilizzo degli impianti è sceso al 74,8%; quando il calo è iniziato (settembre 2000) la cifra era dell’82,4, mentre il picco massimo raggiunto (novembre ‘97) era del l’83,9. Il settore delle nuove tecnologie è il più colpito, con un 61,1% di utilizzo degli impianti, che scende al 59,6 per i semiconduttori. La crisi si estende ora al settore auto, dove la media mensile degli automezzi prodotti (auto e camion) si evolve come da tabella 1.

Tabella 1

Produzione di automezzi in Usa

(in milioni)

media mensile nel 2000:

12,77

luglio 2001

12,05

agosto

11,62

settembre

11,23

ottobre

10,70

Un secondo dato decisivo è quello della disoccupazione. Qui è evidente come rispetto a luglio la situazione sia in forte peggioramento. In novembre il numero di disoccupati è salito a 8 milioni 160mila, il dato peggiore dall’aprile del 1994, con oltre 2 milioni e 600mila disoccupati in più rispetto al minimo raggiunto nell’ottobre 2000, e la dinamica è in accelerazione (tabella 2). Si aggiungano a questi 1 milione e 300mila disoccupati non conteggiati nelle statistiche in quanto hanno cercato lavoro nell’ultimo anno ma non nelle ultime quattro settimane. Tra questi, 322mila disoccupati definiti “scoraggiati”, in quanto ritengono ormai inutile cercare un qualsiasi lavoro.

Tabella 2

La disoccupazione in Usa

(in migliaia di unità e in %)

giugno 1992*

10.040

7,8

ott. 2000**

5.536

3,9

gen. 2001

5.669

4,2

luglio

6.395

4,5

settembre

7.009

4,9

ottobre

7.741

5,4

novembre

8.160

5,7

* Picco massimo dell’ultima crisi

** Minimo storico del decennio

Il peggioramento non è solo nel dato generale, ma anche nel fatto che la disoccupazione comincia ad estendersi dall’industria all’insieme dell’economia. Le imprese fornitrici di servizi per l’industria hanno perso 188mila posti di lavoro in due mesi (nonostante l’aumento delle imprese di sicurezza, guardie private per le aziende, ecc. in forte aumento dopo l’11 settembre), mentre l’insieme dei servizi ha perso 221mila posti. Da marzo si sono persi 172mila posti nei trasporti, il commercio ha perso 124mila posti in un anno di cui 25mila nel solo mese di novembre, e via di seguito.

Si può dire che dopo 14 mesi di calo della produzione la crisi sia già arrivata al punto più basso? Diversi fattori farebbero pensare il contrario.

1) Fino a pochi mesi fa, gli effetti della crisi si facevano sentire molto sulla produzione, ma poco o niente sui consumi delle famiglie; ora questo comincia a cambiare, ed è chiaro che la crescita della disoccupazione e il calo delle ore lavorate deprimeranno fortemente i consumi, con effetti che si sentiranno fortemente nei prossimi mesi.

2) Ci sono chiari segnali di avvitamento della crisi. Molti settori, in particolare l’auto, stanno vendendo sottocosto per smaltire le scorte. Questo deprimerà ulteriormente i profitti di molte imprese.

3) Esiste un’enorme massa di debiti delle famiglie e delle imprese, e gli effetti della crisi su questi debiti sono ancora tutti da vedere. Il credito al consumo era pari 1.182 miliardi di dollari nel 1996 e ora è a 1.597 miliardi. Con redditi in calo e disoccupazione in aumento, molte famiglie faticheranno a pagare le rate o a rimborsare le carte di credito. Allo stesso modo, molte imprese avranno difficoltà con le banche dato il calo dei profitti.

4) Generalmente si ritiene che la “bolla” speculativa di Wall Street sia ormai esplosa, e che non ci sia rischio di nuovi crolli. Questo può essere vero per il Nasdaq, che ha perso circa il 50% rispetto ai massimi. Tuttavia l’indice Dow Jones rimane non molto distante dai livelli più alti, e in esso sono quotate la gran parte delle imprese che in questi mesi vedranno calo dei profitti e della produzione; questo significa che la Borsa potrebbe essere coinvolta nel calo, con ulteriori effetti depressivi.

La linea di Bush e della Fed è di tagliare i tassi d’interesse (questo è già avvenuto 11 volte nel corso dell’anno), di ridurre le tasse e i contributi, soprattutto alle imprese, e di spendere denaro pubblico, in primo luogo nelle spese militari. È dubbio tuttavia che questa politica abbia un effetto a breve termine. Se non si fanno profitti non ci saranno grandi investimenti quale che sia il tasso d’interesse, soprattutto considerata la capacità produttiva in eccesso che si è accumulata in questi anni non solo in Usa, ma su scala mondiale; lo stesso varrà per i consumi delle famiglie. Per quanto riguarda le spese militari, queste certamente possono sostenere la domanda, ma è anche vero che non siamo qui di fronte a una produzione di massa su vasta scala come quella per la Seconda guerra mondiale, per la Corea o per il Vietnam. Le spese si concentreranno in settori delimitati, in particolare nello “scudo spaziale”, e questo non avrà effetti massicci sull’occupazione, soprattutto in una prima fase.

Estensione internazionale della crisi

Un aspetto importante di questa recessione è il suo sviluppo quasi simultaneo nelle diverse zone del mondo. Con la parziale eccezione di Russia, Cina e India (di cui tratteremo in seguito), i settori decisivi del capitalismo mondiale sono oggi in difficoltà. Ecco una rapida rassegna di dati forniti in ottobre dal Fmi, istituzione che generalmente tende all’ottimismo più ottuso. Il Giappone è indubbiamente il grande malato dell’economia mondiale, e per la quarta volta in dieci anni è tecnicamente in recessione. La previsione è di un calo del Pil dello 0,5% per il 2001. La quantità di crediti inesigibili o a rischio è pressoché impossibile da calcolare, mentre il debito pubblico è ormai a un livello insostenibile (130,7% del Pil). Con un tasso d’interesse pari a zero, uno Stato che non può più spendere le cifre folli investite negli anni ‘90 per sostenere la domanda, bassi profitti e un mercato mondiale sempre più competitivo, l’economia giapponese è esposta a forti rischi di crollo della moneta e di inflazione. A questo si somma una crisi politica che ormai da anni si trascina senza trovare soluzione, un processo simile alla crisi politica italiana dei primi anni ‘90, ma molto più protratto.

La crisi giapponese si rifletterà sia sul sistema finanziario internazionale, bruciando capitali non solo in Giappone, ma anche sulle altre “piazze”, sia sulle economie dell’Asia orientale. Il 12% delle esportazioni dei paesi della regione va in Giappone, e ne proviene il 20% delle loro importazioni. Particolarmente vulnerabili alla crisi giapponese saranno l’Indonesia (un paese che è già in preda a una forte instabilità e dove non si è ancora spenta l’onda della rivoluzione che nel 1997 ha rovesciato la dittatura), che invia in Giappone il 22% delle proprie esportazioni, in Thailandia e Cina (16%), in Filippine (14%) e Malesia (13%). Il Fmi prevede che nell’area la crescita si dimezzi, dal 5% al 2,4%.

In America Latina gli effetti della crisi Usa si scaricano pesantemente sul Messico, che nel 2000 cresceva del 6,9% e che quest’anno si fermerà allo 0,8%. La situazione in Argentina è al tracollo, come abbiamo documentato in diversi articoli negli ultimi mesi. Il Brasile vedrà dimezzata la propria crescita (dal 4,5 al 2,2%) mentre solo nella regione andina il rallentamento appare contenuto (dal 3,5 al 2,7%). Il Venezuela attraversa una fase di forte scontro sociale e polarizzazione politica.

Dai dati del Fmi emerge chiaramente come la crisi significherà un disastro per numerosi paesi del mondo ex coloniale, che hanno visto o vedranno un crollo negli investimenti provenienti dall’estero.

Nel 1996, alla vigilia della crisi asiatica, il totale dei capitali privati che affluivano ai paesi “emergenti” era di 234,4 miliardi di dollari e solo 0,1 miliardi di fondi “ufficiali” (cioè dalle istituzioni internazionali).

Il flusso degli anni successivi è riassunto nel-la tabella 3, che mostra l’azzeramento degli investimenti privati.

Tabella 3

Flusso di capitali verso i paesi "emergenti"

Anno

afflusso di capitali privati

trasferimenti ufficiali

1997

119,1

62,2

1998

69,1

55,4

1999

58,6

9,5

2000

0,5

1,4

2001 (prev.)

-1,4

19,6

(miliardi di dollari)

È vero che per ora il calo riguarda soprattutto gli investimenti di portafoglio (cioè quelli dei fondi d’investimento, delle finanziarie, ecc.), e questo riflette la fuga dalle Borse asiatiche dopo il crollo), mentre gli investimenti diretti (cioè l’acquisto e la creazione di imprese) si mantengono stabili. Anche qui, però, come è stato nel caso dell’economia Usa, la fuga dei capitali speculativi o la loro distruzione nelle crisi borsistiche inevitabilmente precede la crisi dell’economia reale.

Il crollo riguarda particolarmente i paesi asiatici e il Medio oriente, in particolare come effetto della crisi in Turchia.

Questi dati del Fmi non sono significativi tanto per le cifre, le quali sono già state corrette al ribasso e che probabilmente sono ancora troppo ottimistiche, ma per il fatto che mostrano una convergenza al ribasso che non vede praticamente eccezioni.

C’è un calo quasi generalizzato dei prezzi delle materie prime che colpirà duramente i paesi dipendenti che ne sono produttori. Per quanto riguarda i prodotti agricoli, il caffè, lo zucchero, il cacao, l’olio di palma e quello di cocco, la gomma, hanno visto cali drastici nei prezzi. Quasi altrettanto marcato il calo per metalli come l’alluminio (-15% da gennaio a fine agosto) e il rame (-18%), che risentiranno della crisi nell’industria.

Le contraddizioni europee

Per quanto riguarda i paesi dell’Unione europea, Italia e Germania sono i più in difficoltà. Il Pil tedesco è calato dello 0,1%. La produzione industriale cala come indicato nella tabella 4.

Tabella 4

Produzione industriale in Germania

1995

100

1997

102,7

2000

113,4

ago. 2001

104,4

(ultimo dato disponible)

 

Parallelamente ricomincia la crescita della disoccupazione, anche se non in modo esplosivo.

Il rallentamento della locomotiva tedesca significa guai seri per l’economia europea. Da sempre l’Unione europea ha visto la propria maggior forza nello sviluppo degli scambi al proprio interno, anche se negli ultimi anni l’industria europea si è avvantaggiata dell’alto valore del dollaro per esportare maggiormente negli Usa. La crisi Usa e la crisi tedesca significano che verranno meno contemporaneamente due dei principali motori della crescita europea. Ulteriore problema, i vincoli del “patto di stabilità” che in una fase recessiva rischiano di diventare un fardello insostenibile, che impone politiche restrittive (bilanci in pareggio, tagli, ecc.) mentre tradizionalmente se ne dovrebbero utilizzare esattamente di opposte. È ormai da mesi che si discute in modo ufficioso se non sia il caso di allentare quei vincoli, soprattutto considerato che proprio la Germania sarebbe uno dei paesi a rischio; le conseguenze di un simile gesto sarebbero però del tutto oscure e imprevedibili. Allentare la disciplina del patto di stabilità significherebbe inevitabilmente creare un precedente pericoloso, dare in qualche modo un segnale che le regole dell’Unione non sono poi così tassative, segnale tanto più pericoloso in quanto il processo di allargamento dell’Unione attualmente in corso porterebbe nuovi conflitti e nuove tensioni. Inoltre c’è il diffuso timore di indebolire fortemente l’Euro proprio alla sua nascita; un calo dell’Euro potrebbe essere pagato con una fuga di capitali che obbligherebbe ad alzare i tassi d’interesse, vanificando i risultati di una politica espansiva. In questo scenario incerto rischia di aprirsi lo scontro per la presidenza della Banca centrale europea (Bce). Infatti, secondo un accordo informale raggiunto nel 1998, l’attuale governatore Duisenberg dovrebbe dimettersi nel giugno 2002 per far posto a un francese, ma a tutt’oggi non è affatto chiaro se questa “staffetta” avverrà, con quali modalità e quali conseguenze. Lo scontro riguarda sia gli interessi nazionali di Francia e Germania, sia l’eventuale abbandono della linea sin qui seguita dalla Bce, una linea sostanzialmente restrittiva e monetarista, che ha mantenuto alti i tassi penalizzando la crescita economica in questi anni.

Nella storia recente dell’Unione monetaria, nei momenti decisivi la “politica” ha prevalso sull’“economia”, ossia si è chiuso un occhio, o anche tutti e due, di fronte alla violazione delle regole finanziarie. Solo per questo, ad esempio, l’Italia ha potuto aderire all’Euro fin dal primo momento nonostante non rispettasse affatto i parametri di Maastricht. Se la crisi sarà profonda verrà applicato lo stesso metodo e il “patto di stabilità” verrà probabilmente violato.

Le conseguenze, come detto, saranno molto serie. In realtà nonostante le politiche di lacrime e sangue imposte dal trattato di Maastricht, il risanamento finanziario europeo è stato solo relativo. Nel complesso dell’area dell’Euro, il debito pubblico rispetto al Pil è sceso dal picco del 77,7% (1996) all’attuale 69,7% (previsione 2001). Siamo comunque tutt’ora molto al di sopra della media 1985-94 (60,8), e soprattutto questo risultato è stato ottenuto con politiche antisociali molto spinte, con forti privatizzazioni in molti paesi e in una fase di crescita economica. Nei prossimi anni le condizioni saranno esattamente opposte, molto del privatizzabile è già stato venduto e l’economia si avvia a una crisi; inoltre la scelta americana di sostenere la propria economia aumentando la spesa pubblica e le spese militari metterà sotto pressione i governi europei che non hanno a disposizione le stesse riserve.

Un ultimo elemento di debolezza delle economie europee emerge dai contrasti crescenti che attraversano l’Unione. È in atto un processo complesso, che intendiamo approfondire con articoli futuri, che riguarda la definizione delle gerarchie tra i paesi dell’Unione, processo che ha subìto una forte accelerazione con la guerra in Afghanistan. Così commenta il CorrierEconomia (12 novembre): “Nell’Europa del XXI secolo, i giochi sono cambiati (…) La Germania riunificata di Gerhard Schroeder ha perso i complessi che ancora impastoiavano Helmut Kohl e vuole sedere alla pari (per ora almeno) con Francia e Gran Bretagna. Blair e Chirac fanno buon viso a cattivo gioco anche perché, nella loro tradizione culturale, è meglio spartire a tre la torta del potere politico europeo piuttosto che spartirla a quindici o a ventisette, come avverrà dopo l’allargamento.

Ma un riassetto di tale portata non può passare in modo indolore. A questo punto, infatti, l’Italia vede crollare la gerarchia fittizia che per quarant’anni ne ha fatto il ‘quarto grande’ al tavolo europeo e reagisce reclamando uno status alla pari con gli altri tre. La Spagna, che si è sempre considerata una potenza pur non avendone i mezzi economici, demografici e militari, batte i pugni sul tavolo. E il concerto dei ‘piccoli’ protesta, non senza ragione, per il tradimento degli ideali comunitari.”

Il vertice di Laeken ha dimostrato fino a che punto i rapporti in Europa siano confusi, è saltato l’accordo sulle sedi delle Agenzie e l’accordo raggiunto per la convenzione sulla riforma dei trattati mette in moto un meccanismo bizantino, come nella tradizione degli organismi comunitari, e non sarà facile quadrare il cerchio nella ricerca di un nuovo accordo complessivo. Rimandato anche l’accordo sul progetto Galileo per lo sviluppo dei sistemi satellitari, a causa degli interessi nazionali divergenti: debolezza significativa in un settore decisivo non solo economicamente, ma anche militarmente.

Le aree in controtendenza: India, Cina, Russia

Le aree che per ora sembrano sottrarsi alla crisi sono: India, Cina e Russia.

In tabella 5 riportiamo le cifre di crescita.

Tabella 5

Crescita del Pil in India, Cina e Russia

 

2.000

2.001 (prev.)

India

6,0

4,5

Cina

8,0

7,5

Russia

8,3

4,0

In Russia l’aspetto decisivo è da ricercarsi nella svolta avvenuta dopo il tracollo del rublo e la crisi finanziaria del 1998. Il governo Putin è riuscito a dividere il blocco degli “oligarchi” che sostenevano il regime di Eltsin, e che con la loro politica di saccheggio del paese e di esportazione massiccia di capitali, sia legale che illegale, avevano messo in ginocchio l’economia. Una parte di costoro sono stati emarginati attraverso le inchieste giudiziarie, mentre altri sono giunti a un compromesso col nuovo regime, scambiando l’impunità giudiziaria con il rientro dei capitali e con un ritorno all’investimento all’interno del paese. Nel periodo 1998-2000 gli investimenti in Russia sono stati pari al 16,2% del Pil, una cifra che torna ad essere “normale” dopo gli anni del saccheggio indiscriminato. Per quanto i risultati raggiunti siano ben lontani da recuperare tutto il terreno perso in dieci anni di devastazioni economiche e sociali, è innegabile una certa stabilizzazione del capitalismo russo che non a caso negli ultimi due anni comincia a far sentire in modo crescente la propria influenza sia nell’area ex sovietica che su scala internazionale. Oggi tre grandi gruppi controllano circa il 20% dell’economia, e agendo in stretta connessione con gli alti gradi dell’apparato statale tentano di conquistare una posizione di prima fila nella politica mondiale. Anche la Russia, tuttavia, subirà il rallentamento europeo e il basso prezzo delle materie prime energetiche, di cui è esportatrice.

Differente il discorso per quanto riguarda la Cina. La politica di introduzione controllata del capitale straniero sta obiettivamente giungendo a un punto critico. Checché se ne dica, il pieno inserimento della Cina nel meccanismo del mercato mondiale è ancora ben lontano. Tre sono i nodi che giungeranno al pettine.

1) Le zone costiere dove c’è stato l’afflusso più massiccio di capitali stranieri risentiranno pesantemente della crisi economica mondiale, essendo fornitrici di una gran massa di semilavorati per l’economia Usa e Giapponese, nonché di un’altrettanto grande massa di prodotti a bassa tecnologia (tessile, giocattoli, ecc.) per i mercati dei paesi avanzati. Essendo la concorrenza cinese basata innanzitutto sul costo irrisorio della manodopera, la crisi porterà direttamente a licenziamenti di massa e le conseguenze sociali e politiche saranno drammatiche.

2) Rimane completamente da sciogliere il nodo delle grandi industrie di Stato, che non potrebbero oggi reggere la concorrenza mondiale, ma che non possono essere ristrutturate se non a prezzo di milioni di licenziamenti.

3) La penetrazione sempre maggiore dell’economia privata e del mercato sotto varie forme tocca sempre di più il settore agricolo; la conseguenza sarà di far emergere una gigantesca disoccupazione latente, un ulteriore aumento delle differenze sociali nelle campagne, una nuova ondata migratoria verso le città.

Tutti questi nodi economici porteranno inevitabilmente all’esplodere di una crisi politica all’interno della burocrazia e del Partito comunista cinese nei prossimi anni. In passato la Cina è stata spesso lodata (in contrapposizione all’Urss) per il suo processo “ordinato e graduale” di transizione al capitalismo; questa idea si dimostrerà inevitabilmente utopica di fronte alle contraddizioni sopra accennate.

Quale strada prenda la Cina di fronte a questi nodi è difficile prevedere. Se la crisi precipiterà, tuttavia, questo significherà la fine della Cina come fattore di stabilità nell’Asia orientale. È bene ricordare che fu proprio la Cina ad avere un ruolo chiave nell’impedire che le crisi dei paesi asiatici nel 1997 si trasformassero in crollo generale. Se invece il governo di Pechino tenterà di evitare la tempesta che si prepara nell’economia mondiale, inevitabilmente dovrà farlo invertendo la propria politica di apertura commerciale e aumentando la contrapposizione agli Usa.

Anche l’India, secondo il Fmi, è “relativamente isolata dal rallentamento globale, data la natura del suo settore IT (Information Technology - NdR) che si concentra sui servizi, nei quali l’India rimane altamente competitiva sui costi”. In effetti sono decine se non centinaia di migliaia gli ingegneri e i tecnici indiani che lavorano attraverso la rete allo sviluppo del software per le case americane, e altre migliaia sono emigrati negli Usa. Proprio questi, però subiranno pesantemente la crisi delle nuove tecnologie. A parte questo settore di punta, l’economia indiana rimane in uno stato di arretratezza, con il 47% della popolazione ridotta a vivere con meno di un dollaro al giorno, e inserita in un contesto locale di enorme instabilità come conseguenza della guerra in Afghanistan e delle sue ripercussioni sul Pakistan e a cascata su tutta la regione.

Cambiamento di fase

Se questa analisi è corretta, le conseguenze sono chiare: anche se India, Cina e Russia nel loro insieme rappresentano oltre il 20% dell’economia mondiale in termini monetari, e una parte ancora maggiore in termini di volumi, questo non significa affatto che la loro crescita, ammesso che duri, sia sufficiente a mantenere la crescita mondiale. Non è sufficiente qui limitarsi a sommare percentuali di crescita, bisogna capire la dinamica che si è messa in moto.

Se la Cina e la Russia mantengono la loro crescita e allargano la loro influenza internazionale, questo porta a una accresciuta conflittualità, in primo luogo verso gli Usa. Nello scorso decennio, uno dei fattori chiave nel prolungare la crescita economica è stata precisamente l’indiscussa egemonia americana, che ha costituito l’“ombrello” economico, finanziario, politico e militare della cosiddetta globalizzazione. Sotto questo ombrello i capitali e le merci hanno goduto di una ampia libertà di circolazione, alimentando la crescita del commercio mondiale che è stato uno dei volani della crescita.

Negli scorsi 20 anni il commercio mondiale cresceva in media del 6% all’anno, mentre il Pil mondiale cresceva in media del 3%. Particolarmente negli anni ‘90 lo sviluppo del commercio internazionale è stato intenso, con cambiamenti significativi. La divisione mondiale del lavoro tra paesi industriali e paesi agricoli è in parte superata, se è vero che nel 1998 oltre l’80% delle esportazioni dei paesi “in via di sviluppo” era composto da manufatti contro il 15% circa del 1965 e il 45% circa del 1985. Inoltre in passato questi paesi avevano un rapporto prevalentemente bilaterale con i paesi avanzati, basato sullo scambio tra materie prime e prodotti industriali, mentre oggi c’è un maggior commercio reciproco tra i paesi del mondo ex-coloniale (circa il 40% del totale del loro commercio, contro il 25% degli anni ‘70).

Sappiamo bene come questi processi non abbiano affatto portato a una distribuzione più equa delle ricchezze su scala mondiale, al contrario: cresce la divisione tra ricchi e poveri su scala mondiale, e mentre si produceva questa estensione del commercio mondiale, due miliardi di persone scivolavano verso la soglia di povertà di un dollaro al giorno, o addirittura al di sotto. Tuttavia l’integrazione economica e politica è reale, e questo è uno dei fattori che spiega il carattere sincronizzato della crisi.

Ora tutto questo viene a mancare. Il commercio mondiale è cresciuto del 12,4% nel 2000, la prospettiva per il 2001 è di un +2,7%. Il meccanismo del commercio mondiale uscirà profondamente trasformato dalla crisi, dalla guerra e dalla nuova situazione dei rapporti internazionali. Questo è il fattore di fondo, che influenzerà sia lo sviluppo della crisi stessa, rendendo probabilmente più lenta la ripresa, sia il carattere della successiva ascesa economica, che pure inevitabilmente ad un certo momento si produrrà.

La “globalizzazione”, intesa come massima libertà di circolazione del capitale, entra in crisi in conseguenza di diversi fattori:

1) La guerra, al di là del suo esito immediato rende evidente l’insicurezza potenziale dei traffici, delle comunicazioni e persino degli investimenti, in diverse aree del mondo. La capacità del “poliziotto” Usa di mantenere l’“ordine” comincia a essere messa in discussione.

2) L’opposizione antiamericana è ai massimi livelli in enormi aree del mondo, come non si vedeva dagli anni ’70.

3) Una serie di regimi che hanno governato nei paesi ex coloniali in stretto collegamento con l’imperialismo sono oggi fortemente indeboliti dalla crisi e dagli effetti della guerra in Afghanistan; risorge nel mondo coloniale un populismo borghese che, per quanto demagogico e velleitario, tenta di guadagnare una certa indipendenza dalle politiche del Fmi, degli Usa e delle altre potenze imperialiste.

4) In numerosi paesi è all’ordine del giorno una ripresa delle lotte sociali e delle mobilitazioni operaie. Gli oltre due milioni di persone che nel mondo hanno finora partecipato alle manifestazioni del movimento antiglobalizzazione sono un chiaro segno della radicalizzazione crescente.

Tutti questi fattori, sia economici che politici, ci autorizzano a dire che l’attuale recessione non solo sarà estesa e profonda, ma segnerà il passaggio a una nuova e diversa fase nell’evoluzione del capitalismo, nella quale la crisi di questo sistema potrà aprire in numerosi paesi la prospettiva rivoluzionaria.

Fonti: Fmi, Bundesbank, Department of Labor, Stato del mondo 2002 (ed. Hoepli)

 

 

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