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Forum delle donne: un bilancio negativo

La questione femminile ha sempre occupato un posto centrale nella teoria e nella pratica del marxismo. Le donne lavoratrici, dal momento che subiscono un’oppressione di genere insieme ad un’oppressione di classe, sono la parte più sfruttata del proletariato e possiedono quindi un enorme potenziale rivoluzionario che noi marxisti dobbiamo capire e saper cogliere se vogliamo radicare le idee comuniste e rivoluzionarie nella società.

 


Il "lavoro tra le donne" è uno dei terreni d’intervento prioritari per tutti quei partiti che meritano di essere chiamati rivoluzionari; è per questo motivo che non possiamo essere negligenti sulle modalità con cui le organizzazioni in cui militiamo affrontano il tema decisivo della liberazione della donna.

È anche da questa premessa che nascono le nostre divergenze con il Forum delle donne del Prc; riteniamo infatti che la teoria e la prassi finora seguite da questa struttura non siano in grado di intervenire con adeguata forza ed incisività sulle disuguaglianze e su tutte le manifestazioni di oppressione e di ingiustizia riguardanti le donne, né tantomeno di farlo da un punto di vista di classe.

Occorre innanzitutto sottolineare come la maggior parte delle iniziative che finora il Forum ha organizzato possiedono un carattere elitario, in quanto hanno puntato a coinvolgere settori di donne già politicizzate. Convegni, assemblee, seminari e iniziative analoghe, se da un lato permettono di fare passi in avanti sul piano dell’elaborazione teorica, dall’altro non sono sufficienti a raggiungere le donne lavoratrici, che sono la parte più consistente dell’"altra metà del cielo" non solo sul piano statistico, ma soprattutto per quanto riguarda la centralità nella lotta per il cambiamento di questa società. Per il loro coinvolgimento è necessario fare un lavoro di propaganda sistematico e capillare davanti ai luoghi di studio e di lavoro, individuando obiettivi e parole d’ordine che partano dai problemi che quotidianamente vivono, non solo sul posto di lavoro ma a casa e in tutti gli ambiti della vita sociale. Noi marxisti saremo presi sul serio dalle donne, e saremo visti come alternativa credibile e praticabile, solo nella misura in cui saremo visti come militanti che si battono con perseveranza per i loro interessi su tutto ciò che riguarda la loro vita quotidiana. Pertanto la "costruzione di una soggettività politica femminile critica, consapevole e organizzata…" che le compagne del Forum hanno indicato, in alcuni testi pubblicati (come il documento preparatorio alla conferenza delle donne comuniste dell’estate 2000), come condizione necessaria per il cambiamento di questa società, rappresenta una soluzione del tutto inadeguata poiché non spiega come allargare il fronte di lotta coinvolgendo le masse di donne che il capitalismo sfrutta e opprime, per le quali ogni prospettiva di emancipazione personale è subordinata al superamento delle condizioni materiali di oppressione e sfruttamento.

Diversa è anche la nostra valutazione sulla Conferenza Mondiale delle donne di Pechino, tenutasi nel 1995, organizzata dall’Onu, della quale il Forum fornisce una valutazione che è complessivamente positiva (le citazioni che seguono sono tratte dal documento preparatorio della conferenza delle donne comuniste tenutasi nel luglio 2000).

Si celebra come un importante traguardo il fatto che, nelle fasi preparatorie di questa conferenza, le donne si siano battute per il riconoscimento dei diritti delle donne come diritti umani. Ma possiamo davvero pensare che un cambiamento avvenuto nella coscienza di alcune centinaia, o migliaia, di donne possa produrre miglioramenti concreti nella realtà, nella vita quotidiana di quei milioni di donne che sono costrette ogni giorno a vendere la propria forza-lavoro, mettendo a repentaglio la propria salute spesso solamente per non morire di fame? Inoltre la lotta sul terreno dei diritti democratici, seppure importante, non è sufficiente. Il riconoscimento formale di un diritto non ne garantisce il rispetto: libertà legiferata e libertà sostanziale quasi mai coincidono nel quadro della democrazia borghese.

A Pechino e nella conferenza parallela delle Ong (organizzazioni non governative), che si è tenuta a Huairou, è stata messa in luce l’insufficienza degli strumenti internazionali, che non evidenzierebbero in misura sufficiente le violenze perpetrate sulle donne; in altri documenti, come ad esempio nella "Carta della pace", viene portata avanti una forte critica alla Nato e avanzata la richiesta del conferimento all’Onu di maggiori poteri, lamentando che i processi in atto di svuotamento del ruolo delle Nazioni Unite rischiano di togliere forza anche alle prossime conferenze internazionali sulle donne. Altrove, come nella "Tesi per una costituente della pace", si descrive l’Onu come un organismo in grado di giocare il ruolo di arbitro fra le parti in lotta, di garante della pace a livello internazionale: insomma, un’istituzione in cui le donne possano riporre la loro fiducia perché difende i loro interessi. Ora, care compagne del Forum delle donne, vorrei farvi una domanda: come spiegare, ad esempio alle donne che sono state stuprate nella guerra in Bosnia sotto gli sguardi indifferenti dei Caschi Blu, oppure in Somalia, dove i soldati dell’Onu hanno addirittura preso parte attiva alle violenze contro la popolazione civile, che l’Onu sarebbe un’istituzione da difendere e potenziare, o meglio "rilegittimare", come è detto esplicitamente nel testo? Che fine hanno fatto tutte le belle parole sugli stupri di guerra? Come non vedere che Onu e Nato difendono gli stessi interessi, quelli delle classi dominanti delle potenze imperialiste, e che quindi nessuna delle due rappresenta un possibile strumento che possiamo utilizzare in difesa dei nostri diritti? La storia ha già da molto tempo insegnato agli oppressi che dall’Onu non ci si può aspettare nulla di buono, ed è un grave errore da parte nostra seminare illusioni in queste strutture.

Nella Conferenza di Pechino sono state individuate, per risolvere i problemi dell’umanità, due strategie che il Forum fà proprie senza minimamente metterle in discussione: si tratta dell’empowerment, definito come ‘la costruzione a vari livelli di meccanismi politico-istituzionali che favoriscano la partecipazione delle donne alle scelte e alle decisioni economiche, sociali e politiche, in sede nazionale ed internazionale", e del mainstreaming, definito come un insieme di "strategie di funzionamento delle istituzioni che facciano entrare in tutti i campi un’ottica di genere, una valutazione del diverso impatto di genere che una determinata scelta comporta, (e di) meccanismi di riaggiustamento strutturale e funzionale al fine di impedire che il divario negativo già esistente ai danni delle donne si accentui". Detto in parole povere, ciò significa che le donne, effettivamente, sono oppresse e vivono in una condizione di inferiorità e di subalternità rispetto all’uomo; sono svantaggiate in tutti gli ambiti, lavorativo, affettivo, sociale, familiare. Per vivere meglio, dato che non possono cambiare questa società perché, per quanto iniqua, non è modificabile, devono contare di più e, a questo scopo, devono entrare nelle stanze dei bottoni, nei luoghi dove vengono prese le decisioni importanti, affinché in questo modo le istituzioni siano più rispettose dei bisogni delle donne. È un po’ come gettare il sasso e poi nascondere la mano, dato che prima si fa cenno all’iniquità del sistema economico e sociale in cui viviamo, si punta il dito contro le disuguaglianze che sono generate dalla struttura stessa di questa società, e poi si prospettano soluzioni estremamente moderate, come appunto un’azione di tipo lobbystico, che dovrebbero oltretutto essere esercitata su istituzioni come l’Onu che, quando non fungono da paravento agli interessi dell’imperialismo americano, si trovano del tutto impotenti, prive di potere decisionale, per la loro natura di classe e per i conflitti esistenti fra le varie borghesie a livello internazionale. Simili posizioni sono incoerenti e poco realistiche, a meno che (come fanno molte esponenti del Forum) non si pensi che i conflitti interimperialistici non esistano più.

La storia insegna che le azioni di tipo lobbystico non possono, di per sé, portare a miglioramenti concreti nella vita delle donne e del proletariato: cosa può cambiare nella vita di una nigeriana che, attirata in Italia con la promessa di un lavoro dignitoso, viene poi costretta a prostituirsi, sapere che ci sono istituzioni sensibili ai suoi problemi, che non si dimenticano mai di valutare "l’impatto di genere che una determinata scelta comporta"? "Empowerment" e "mainstreaming" possono quindi apparire soluzioni per chi ritiene che l’oppressione della donna sia rappresentata dall’imposizione sulla donna da parte dell’uomo del proprio codice simbolico (come sostiene, ad esempio, il "pensiero della differenza"). Per chi, invece, ritiene come noi che tale subordinazione sia in primo luogo materiale, fondata sui rapporti di potere esistenti in questa società, è evidente che questi concetti finiscono col legittimare i rapporti sui quali si fonda questa società, e quindi anche l’oppressione che ne deriva. Non possiamo quindi commettere l’errore di confondere causa ed effetto; i simboli, la cultura, il pensiero, nascono dalla realtà e rimangono ad essa intrinsecamente legati. Già Marx aveva evidenziato come è la realtà che determina la coscienza, e non la coscienza che determina la realtà. Perciò, come è possibile limitarsi al raggiungimento di obiettivi simbolici, quando a necessitare di essere cambiata è la realtà?

Ciò che noi critichiamo della Conferenza di Pechino, come di tutte le altre conferenze sulle donne che sono state organizzate dall’Onu, è il fatto che in ultima analisi non offrono alle donne, e più in generale a tutti coloro che in questa società sono oppressi e sfruttati, né delle prospettive di liberazione, né degli strumenti concreti per migliorare le proprie condizioni di vita; nella migliore delle ipotesi sono dei luoghi in cui si parla tanto, si decide poco, e si fa ancora meno. Del resto, come aspettarsi che ciò avvenga se non si adotta un punto di vista di classe per analizzare il mondo in cui viviamo? Gli strumenti analitici forniti dal marxismo sono i soli che non si limitano a denunciare le ingiustizie create da questo sistema, ma che offrono anche delle prospettive concrete, realistiche e percorribili, per superare la divisione in classi di questa società, e quindi per liberare tutte le donne dal giogo che le opprime.

Da quanto detto emerge chiaramente che la politica portata avanti dal Forum è moderata e riformista. Dato lo stretto legame che esiste fra questioni politiche e questioni organizzative è legittimo supporre che anche l’organizzazione che il Forum si è dato sia espressione di una posizione moderata e non di classe. Andiamo a vedere come stanno le cose.

Se leggiamo l’articolo 21 dello Statuto del Partito della Rifondazione Comunista, vediamo che "il Forum delle donne rappresenta un luogo d’incontro di percorsi diversi" ed è "sede comune della costruzione ed elaborazione della politica di genere". Queste affermazioni sono contestabili da molti punti di vista.

Innanzitutto, è necessario chiedersi se la politica di genere può esprimersi solamente nei luoghi di donne. Tale posizione viene in genere portata avanti con l’argomentazione che solamente in questo modo è possibile avvicinare le donne alla politica, e che solamente in questo modo si può arrivare alla costruzione del "soggetto politico femminile", che viene ritenuto condizione necessaria ed imprescindibile per cambiare questa società.

Se analizziamo l’esperienza storica, vediamo come le condizioni di vita delle donne hanno subito miglioramenti sostanziali e complessivi, solo quando c’è stato un avanzamento generale della lotta di classe e quando le proletarie assieme ai loro compagni hanno tentato "l’assalto al cielo". La Rivoluzione d’ottobre non solo permise notevoli miglioramenti nelle condizioni di vita e di lavoro delle donne, ma garantì anche loro importanti diritti civili (dal divorzio, all’aborto, ecc…). Molte donne iniziarono a lottare, "entrarono in politica", perché si rendevano conto che esisteva un soggetto, il Partito bolscevico, che si batteva concretamente per la loro liberazione lottando per cambiare tutta la società. È stata perciò solamente la mobilitazione della classe operaia, guidata da un partito autenticamente rivoluzionario, che ha permesso di fare decisivi passi in avanti verso la liberazione della donna. La conclusione che possiamo quindi trarre è che i luoghi separati non rappresentano, a differenza di quanto propagandato dalle dirigenti del Forum, l’unico modo in cui può esprimersi la "politica di genere".

In secondo luogo, perché si sostiene che l’elaborazione della politica di genere è prerogativa esclusiva di un settore del partito, e non di tutto il Prc? In questo modo si finisce per deresponsabilizzare il corpo militante, che è spinto a ritenere la "questione di genere" uno dei tanti temi affrontati dalla politica, e non una fase centrale della lotta per abbattere il capitalismo.

Ho già messo in luce come le iniziative organizzate dal Forum possiedano un carattere elitario ed assolutamente non finalizzato ad un ampliamento della propria base, soprattutto fra le donne lavoratrici.

Un esempio eclatante, da questo punto di vista, è l’occupazione del ministero della difesa fatta il 5 maggio 1999 per protestare contro la guerra nei Balcani. L’episodio è stato riportato da alcuni quotidiani, fra cui naturalmente Liberazione ed il Manifesto. Noi marxisti dobbiamo sempre chiederci se quello che facciamo ci permette di far avanzare le nostre posizioni; non dobbiamo semplicemente "fare", ma dobbiamo fare quello che ci permette di crescere. La domanda che dobbiamo farci, relativamente all’occupazione dell’ambasciata, è: questo gesto ci ha permesso di diffondere tra le lavoratrici le idee comuniste e rivoluzionarie? La risposta è, ovviamente, no: in quell’occasione si è puntato solamente ad ottenere visibilità sul piano mediatico, ad essere ricordate nei giornali e nei telegiornali, ma non si è andate oltre. Ben diverso sarebbe invece stato il risultato che avremmo ottenuto se avessimo fatto attività di propaganda davanti ai luoghi di lavoro, per coinvolgere le donne lavoratrici mostrando loro come a trarre vantaggio dalla guerra siano gli stessi che le sfruttano facendo profitti sulla loro pelle.

La marcia mondiale delle donne

Negli ultimi anni molte esponenti del Forum hanno partecipato alla Marcia Mondiale delle donne contro le guerre, la povertà e le violenze, una rete lanciata dalle donne del Quebec con l’obiettivo di rilanciare il movimento delle donne a livello mondiale.

È inevitabile chiedersi perché le aderenti alla marcia ritengano che il movimento delle donne debba essere rilanciato. È una domanda importante perché è legata al ruolo dei comunisti in un movimento. Un movimento non può essere inventato, o calato dall’alto.

Per quanto riguarda il movimento delle donne il nostro ruolo, in quanto comuniste, deve essere quello di farlo avanzare sul piano politico, diffondendo al suo interno le idee comuniste e rivoluzionarie. Purtroppo invece è stata data l’adesione ad una iniziativa che culminava con la consegna al governo italiano, alla commissione europea e all’Onu di cartoline contenenti le richieste che i vari gruppi di donne aderenti all’iniziativa avanzavano per combattere la discriminazione di cui le donne sono vittime. Ancora una volta penso che sia un grave errore seminare illusioni verso quelle stesse istituzioni che sono responsabili di quei crimini che denunciamo e che affermiamo di voler combattere, perché in questo modo creiamo solo confusione e non permettiamo alle donne di capire chi realmente le discrimina e come rovesciare questa situazione.

Il coordinamento italiano della Marcia ha elaborato, riprendendo il contenuto delle cartoline, un documento-manifesto che riportiamo.

Le donne marciano per ripudiare:

1- Ogni violenza fisica, psichica ed intellettuale ed ogni schiavitù sessuale e sfruttamento

2- La guerra, la tortura e la pena di morte

Le donne marciano per affermare:

1- Il diritto alla salute ed al benessere

2- I diritti fondamentali delle persone contro i vari integralismi religiosi

3- L’autonomia economica e l’attuazione di nuove strategie politico-economiche capaci di combattere la povertà femminile

4- Valori ed etiche laiche a fondamento della convivenza internazionale, capaci di rispondere positivamente alle istanze di pace, sviluppo e giustizia delle donne e degli uomini del mondo

5- Il riequilibrio della presenza delle donne nelle istituzioni e nei luoghi decisionali

6- Il riconoscimento dello status di rifugiata alle vittime di discriminazioni sessiste e/o perseguitate per le proprie idee e/o per i propri orientamenti sessuali: libertà che deve essere iscritta tra i diritti fondamentali delle persone la libera circolazione delle persone"

(Il testo è contenuto nel numero de Il Foglio del Paese delle Donne pubblicato il 4 luglio 2000)

È necessario sottolineare come tra i diritti che devono essere riconosciuti manca il diritto al lavoro, senza il quale parlare di autonomia economica diventa un discorso vago e aleatorio.

È poi difficile capire cosa sono le "strategie politico-economiche capaci di combattere la povertà femminile". Noi marxisti riteniamo che quest’ultima sia il prodotto inevitabile di questo sistema, all’interno del quale non può essere certamente eliminata.

Anche parlare di "diritto alla salute e al benessere " è privo di senso se non spieghiamo come questo diritto dovrebbe essere concretamente garantito. Noi comuniste, a questo proposito, avremmo dovuto lavorare nella Marcia per fare in modo che essa si mobilitasse contro lo smantellamento del sistema sanitario nazionale e contro i tagli allo stato sociale: in questo modo avremmo realmente permesso alla Marcia di crescere, dal momento che le donne proletarie l’avrebbero vista come un punto di riferimento credibile, al quale dare fiducia perché si batteva concretamente in loro favore e non solo perché composto da donne.

È poi necessario ricordare la manifestazione che la Marcia ha organizzato a Roma il 30 settembre 2000, che nelle intenzioni delle organizzatrici doveva rappresentare il punto di massima mobilitazione in Italia.

Ecco la piattaforma lanciata in quell’occasione:

Le donne migranti e native insieme:

Per il diritto all’accoglienza, alla libera circolazione delle persone, al lavoro, alla salute, all’autodeterminazione.

Libere da guerre, da ogni tipo di violenza, da discriminazioni di genere

CONTRO

1- Ogni sfruttamento del loro lavoro in ambito domestico ed extradomestico

2- L’attacco all’autodeterminazione delle donne, condotto specialmente nell’ambito della riproduzione e delle tecniche di fecondazione assistita

3- Le politiche familistiche in atto

4- La cronica carenza di sbocchi occupazionali, particolarmente nel Sud

5- Il nuovo militarismo dell’esercito professionale

A FAVORE

1- Dei diritti delle immigrate, migranti e native

2- Dell’accoglienza a chi fugga dai territori di guerra e da condizioni di oppressione

3- Della riconversione delle spese militari

4- Di uno sviluppo sostenibile

5- Dell’abolizione del Concordato

(Pubblicata su Il foglio del Paese delle Donne il 4 luglio 2000)

Purtroppo i risultati sono stati abbastanza deludenti, poiché la partecipazione è stata scarsa: basti pensare che su il Manifesto del giorno successivo alla manifestazione si parla di "circa 2000 donne" partecipanti. Non possiamo consolarci affermando che "è meglio essere in poche ma buone" perché i cambiamenti che auspichiamo potranno essere realizzati solamente coinvolgendo milioni di donne (e di lavoratori).

Riteniamo che i limiti di natura politica che la Marcia delle donne presenta siano riflessi ed amplificati nella forma organizzativa adottata, ovvero nella "rete". Per capirne meglio le caratteristiche credo sia importante citare parti di un documento elaborato dalle redattrici della rivista "Jemanjà" ed intitolato "Costruire una rete: riflessioni e problemi aperti sulle prospettive di organizzazione delle donne in Italia".

"Nella storia degli ultimi secoli, ad ogni nuova forma di dominio, i settori oppressi hanno risposto costruendo le proprie organizzazioni e le relative strategie di resistenza e di lotta.

Oggi la sfida è recuperare il radicamento e l’identità a livello locale e, nello stesso tempo, misurarsi con i giganti del potere. Il coordinamento, la costruzione di reti, è la forma che questa esigenza di sommare le forze sta assumendo... Anche la Marcia Mondiale delle Donne 2000 è stato il risultato di una mobilitazione basata sulla "forma" organizzativa "rete".

La forma a rete non deve essere idealizzata: serve a fare delle cose ma non altre. Una rete mette insieme molte progettualità, difficilmente potrà elaborare qualcosa che sia simile ad un "programma", o a una prospettiva articolata. Il successo di questa modalità organizzativa probabilmente è dovuto anche a fenomeni negativi: la debolezza delle formazioni politiche di sinistra che riescono a garantire nei fatti solo le proprie campagne elettorali, impone ai soggetti sociali desiderosi di muoversi la ricerca di percorsi alternativi. Inoltre, per la sua natura di organizzazione tra pari, la rete esige tempi di consultazione per assumere posizioni e deliberare in assenza di organismi dirigenti. Infine spesso le decisioni prese hanno carattere generico.

Malgrado ciò, nel nostro contesto, la rete ci appare oggi la forma organizzativa più immediatamente praticabile. La diffusione delle nuove tecnologie di comunicazione la rende possibile. La debolezza dei partiti di sinistra, la frammentazione sindacale, la fragilità dei movimenti, fanno sì che la voglia di cambiare e di contare si sia coagulata intorno a forme associative minuscole e disperse sul territorio. In ogni città abbiamo piccoli gruppi che si battono per il commercio equo, per i diritti, che fanno lavoro di base nei quartieri popolari, contro il razzismo, contro il degrado ambientale, per la pace, e così via. Una volta quella militanza era tutta riassunta nei partiti o nei sindacati. Oggi non è più così, e può essere un bene. Le donne organizzate, in particolare, sono più libere, autonome, meno vincolate al dominio di istanze di norma governate dagli uomini. Molti dei gruppi femministi che si sono costituiti negli ultimi dieci anni o che hanno resistito, sono costituiti da donne che hanno già vissuto in passato l’esperienza della rigidità delle organizzazioni tradizionali o che si sono attivate quando queste ultime erano deboli. Da qui è nata la disponibilità e l’interesse per la forma rete.

Gli elementi per costruire una buona rete, a nostro avviso, sono i seguenti:

1) la rete è un collegamento di gruppi. Pur accogliendo anche i singoli, vengono valorizzati i collettivi invece che personalità individuali, come è invece caratteristica delle organizzazioni tradizionali. Il fatto che la rete metta insieme gruppi permette inoltre una più ampia circolazione di materiali e di idee, dal basso in modo circolare (invece che dall’alto). Inoltre rende più difficoltosa la burocratizzazione: ad una assemblea, in rappresentanza dello stesso gruppo, può andare prima una persona e la volta successiva un’altra.

2) in una organizzazione tradizionale si verificano lotte tra le correnti o cordate interne per l’egemonia. Anche nei movimenti di tipo assembleare ciò accade. In una organizzazione a rete no. Non vi sono (o non vi dovrebbero essere) posti di presidenza "da conquistare", visibilità da assicurarsi spasmodicamente, ecc. Gli appetiti dunque dovrebbero essere minori. In una organizzazione a rete tutti i gruppi sono alla pari. Se vi sarà un gruppo più influente di altri ciò non sarà dovuto alla sua capacità di manovra, all’abilità delle sue oratrici nel conquistarsi la platea, eccetera, ma semplicemente alle sue buone proposte o ai servizi prestati che risultano agli occhi di tutte, effettivamente, utili.

3) dato che uno degli aspetti positivi di una rete è che non vi siano cariche individuali di responsabilità pubblica, gli eventuali incarichi di portavoce è bene che siano affidati a rotazione. Creare delle autorità significherebbe infatti alimentare la competizione.

4) La rete si basa su una comunicazione democratica. Le nuove tecnologie ce lo permettono. Internet ci permette di dare spazio a tutte, evitando censure più o meno coperte.

5) Va incoraggiata la comunicazione in orizzontale da tutti i punti della rete: gli indirizzi e-mail, i numeri di telefono, i contatti, devono essere condivisi da ognuna.

6) Una rete si costruisce intorno al fare. E’ molto meglio, invece di piattaforme generiche frutto di estenuanti compromessi e che alla fine scontentano tutte, l’accordo su un solo punto di mobilitazione concreta intorno al quale tutti i gruppi con le proprie specificità possano muoversi

7) Ogni gruppo deve essere valorizzato, per ciò che sa fare. Non vi può essere alcuna forma di discriminazione diretta o indiretta, timori di perdere il controllo, ecc. Atteggiamenti di questo genere alimentano un clima di sospetto e sfiducia che non giova, alla fine, a nessuno. I servizi e i contributi offerti dai gruppi devono essere utilizzati, fatti circolare, resi noti."

Un conto è prendere atto che i primi passi di un movimento possano esprimersi in una forma organizzativa "a rete", un altro è teorizzare che tale forma organizzativa, seppure "non perfetta", sia quella più efficace. Mi sembra poco probabile che un soggetto che non sia in grado di "elaborare qualcosa che sia simile ad un programma" e dove "le decisioni prese hanno spesso carattere generico" possa realmente cambiare le cose. È difficile dare fiducia a chi, per sua stessa ammissione, non sa incidere nella realtà. È anche per questo che la Marcia delle donne non ha dato vita ad un movimento di massa delle donne in Italia.

Si sostiene (nei punti 1 e 2 del documento) che in una rete la sete di potere è minore che nelle organizzazioni tradizionali e che il fatto che non ci siano posti di presidenza da conquistare, rappresenterebbe un potente antidoto contro la burocratizzazione. Emerge, sottintesa, una forte critica verso il "potere", giudicato, in quanto tale, fonte di ingiustizia e di oppressione; è poi ritenuta quasi dannosa l’esistenza stessa di organismi dirigenti. Queste affermazioni fanno il paio con una tesi che circola, più o meno velatamente, nel Prc e secondo la quale l’errore commesso dal partito bolscevico, che spianò la strada alla degenerazione stalinista, fu proprio quello di avere preso il potere. Una tale posizione implicherebbe che non sia necessario lottare per la conquista del potere per abbattere il capitalismo, ma che la realtà possa essere modificata senza abbattere il sistema capitalista, attraverso l’azione pervasiva della "società civile", in un ottica completamente riformista. Secondo i sostenitori più coerenti di questa tesi è perciò da ritenersi superata e non più utile politicamente la "forma Partito".

Credo che questa posizione sia profondamente sbagliata. L’esperienza degli ultimi decenni dimostra che le conquiste più importanti su ogni terreno, strappate a costo di duri sacrifici con la lotta, sono oggi erose e poste sotto attacco. Solo l’abbattimento del capitalismo permetterebbe di utilizzare a favore degli interessi della maggioranza le forze produttive, per cominciare ad eliminare le basi materiali della diseguaglianza. Quindi, se veramente vogliamo estirpare i mali che questa società crea, non possiamo rinunciare a prendere il potere come classe operaia: è per questo che abbiamo ancora bisogno di un partito.

La Conferenza delle donne comuniste

È necessario a questo punto parlare della "Conferenza delle donne comuniste" organizzata nel luglio 2000, che aveva l’obiettivo di avviare, nel nostro partito, una discussione attorno a quello che è stato definito "soggetto politico femminile" (o "soggettività"). Vediamo come sono andate le cose.

Il documento preparatorio non è mai stato pubblicato su Liberazione, ma solamente inviato alle federazioni: così molte donne hanno partecipato alle conferenze provinciali senza neppure sapere di cosa si dovesse discutere. Senza poi dimenticare che la discussione doveva ruotare intorno a qualcosa, ovvero il soggetto politico femminile, che non viene mai definito! In questo modo si è contribuito non a suscitare interesse, ma a toglierlo.

Non è difficile, a questo punto, capire perché la discussione si è incentrata solamente sull’ultimo paragrafo del documento preparatorio, intitolato significativamente "Superare il carattere monosessuato del Prc". Le cose non potevano andare diversamente perché solamente qui c’è una proposta chiara: istituire "meccanismi vincolanti per rompere il monopolio maschile della rappresentanza pubblica del partito, della presenza numerica negli organismi dirigenti e nella rappresentanza politica nelle istituzioni" (come recita il documento preparatorio della conferenza). La proposta si traduce in una norma che fissa al 40% la quota minima di ciascun genere presente obbligatoriamente in tutti gli organismi dirigenti del Partito. Ci pare che questa proposta sia debole ed inefficace sotto tutti i punti di vista dai quali può essere esaminata. Vediamo perché.

1. C’è chi sostiene che sia una misura necessaria, un gesto di civiltà, dal momento che questa norma è applicata in partiti di sinistra e movimenti di vari paesi europei. Se guardiamo ai risultati che questo ha permesso di raggiungere, ci rendiamo conto che non ha fatto compiere passi in avanti verso la liberazione della donna: il governo Jospin, ad esempio, ha portato avanti fortissimi attacchi alle condizioni di vita della classe lavoratrice francese, e quindi delle donne, nonostante nel Partito Socialista francese il sistema delle percentuali sia applicato da molti anni. Lo stesso si dica dei Ds in Italia quando erano al governo.

2. Se leggiamo la seconda parte del paragrafo in questione possiamo capire come tutto quello che viene detto parte dal presupposto che solamente le donne sarebbero in grado di difendere i propri interessi, e che se nel Prc aumentassero le donne dirigenti la politica del partito cambierebbe diventando più rispettosa dei bisogni dell’"altra metà del cielo", perché in questo modo si darebbe spazio alla "soggettività delle donne". Due le obiezioni principali da fare. Le lavoratrici hanno molti più interessi in comune con il resto della classe lavoratrice che con le borghesi in grado di scalare a posizioni importanti: avere ad esempio Rosi Bindi come ministro della sanità ha forse impedito al centrosinistra di fare pesanti tagli alla sanità pubblica, ricacciando il lavoro di cura e assistenza nelle famiglie e aumentando così il carico di lavoro delle donne? In secondo luogo, è pia illusione pensare che tutte le proposte politiche che il movimento femminista ha avanzato hanno avuto un contenuto progressista e rivoluzionario (dato che non esistono movimenti chimicamente puri, e che il movimento femminista e delle donne è stato interclassista).

3. La proposta avanzata afferma, implicitamente, che i dirigenti vengono prima di tutto scelti in base al fatto di essere donne o uomini. Questa è una posizione reazionaria e pericolosa, perché genera confusione su quello che è il ruolo degli organismi dirigenti di un partito. Noi marxisti, che (come già spiegato) riteniamo il partito uno strumento necessario per la conquista del potere, sosteniamo che i dirigenti devono essere scelti in base al livello politico raggiunto e alla loro capacità di far avanzare le idee comuniste. Nel partito bolscevico non esistevano quote, non esistevano percentuali minime garantite per nessuno: al momento della presa del potere nel comitato centrale del partito di Lenin c’erano solo due donne e nell’Esecutivo dell’Internazionale comunista c’era un’unica donna, Clara Zetkin. Questo non ha impedito ai bolscevichi di giocare un ruolo fondamentale per la liberazione della donna.

Il nostro compito deve essere prima di tutto quello di capire le cause del problema. In primo luogo dobbiamo sottolineare come sono poche, in generale, le donne che fanno politica: questo per il semplice motivo che tra lavoro in casa e lavoro fuori casa non rimane tempo materiale da dedicare ad altre attività. In secondo luogo, è necessario capire per quali ragioni il Prc risulta "il meno votato dalle donne": questo è dovuto alla debolezza della nostra piattaforma politica, non certo al fatto che la maggior parte dei nostri dirigenti sono uomini. Una lavoratrice o una proletaria decidono chi votare in base alle proposte avanzate, in base a quanto queste difendono i loro interessi, non certo prendendo in considerazione prima di tutto il sesso dei dirigenti!

Non possiamo poi dimenticare che anche le dirigenti del Forum sono oggetto di valutazione da parte di militanti ed elettrici, per capire se sono meritevoli di fiducia oppure no. E la mancanza di coerenza viene pagata cara. Un esempio è particolarmente significativo da questo punto di vista. In occasione di un convegno che il Forum delle donne ha organizzato a Roma il 15 e il 16 luglio 2001 (i cui atti sono circolati con il titolo "Il partito che vogliamo: un contributo di riflessione e proposte per il 5° congresso del Prc") Elettra Deiana, coordinatrice nazionale del Forum, ha pronunciato quanto segue (cito dagli atti): "pensate a cosa succederebbe o succederà all’ecosistema mondo quando una fetta gigantesca di umanità come quella cinese dovesse, nel suo sforzo titanico di correre le vie dello sviluppo raggiungere standard europei nell’uso di frigoriferi e strumenti tecnologici vari". Vogliamo forse sostenere che le donne cinesi non devono utilizzare elettrodomestici ma continuare a sgobbare perché altrimenti metterebbero in pericolo i privilegi di cui godono i paesi occidentali? La donna bianca ed europea sì e la cinese no? Alla faccia del desiderio di combattere la povertà delle donne!!!!!

L’impasse in cui si trova il nostro partito nei confronti delle donne non può quindi essere superata facendo ricorso a scorciatoie organizzative: l’unico strumento che può veramente permetterci di aumentare il numero di donne militanti e dirigenti è l’adozione di un programma che punti ad abbattere la doppia oppressione di cui le donne sono vittime, eliminando le basi materiali di questa condizione.

Voglio chiudere citando un brano tratto dal libro di Trotskij "Rivoluzione e vita quotidiana", a proposito dei problemi della costruzione della società socialista dopo la rivoluzione, brano che mi sembra molto significativo e riassume quanto fin qui ho detto: "La preparazione delle condizioni fisiche della vita e della famiglia nuova non possono essere scollegate dal lavoro più generale della lotta per il socialismo. Lo Stato operaio deve diventare più ricco in modo da affrontare seriamente il problema dell’istruzione pubblica dei ragazzi e della liberazione della famiglia dal fardello della cucina e della lavanderia. La socializzazione della gestione della famiglia e dell’istruzione è impensabile senza un consolidamento sostanziale di tutta la nostra economia. Abbiamo bisogno di potenziare le forme economiche socialiste: solo in tali circostanze potremo liberare la famiglia dalle funzioni e dai lavori che ora l’opprimono e la disintegrano. Il bucato deve essere fatto in una lavanderia pubblica, i pasti debbono essere forniti da ristoranti pubblici e le riparazioni dei vestiti devono essere fatte nei laboratori pubblici. I figli debbono essere istruiti da insegnanti capaci che abbiano una vocazione reale per questo lavoro. Solo allora il legame fra marito e moglie sarà libero da qualsiasi elemento esterno ed accidentale e ciascuno smetterà di assorbire la vita dell’altro. Si avrà finalmente una vera e propria eguaglianza e nell’ambito di questa eguaglianza il legame dipenderà dall’affetto reciproco".

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