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Il trattamento disumano che Italia ed Europa riservano ai migranti – solitamente dopo aver contribuito a peggiorare la loro situazione di vita nei loro paesi d’origine – non è rispecchiato solo in tragedie come la strage di Lampedusa ma anche in processi apparentemente meno clamorosi e più nascosti; non per questo meno tragici.

Ne è un esempio la condizione disumana degli “ospiti” dei Centri di identificazione ed espulsione sparsi in giro per l’Italia. Secondo Amnesty international e Medici senza frontiere si tratta di strutture pesantemente inadeguate a svolgere la propria funzione nelle quali avvengono regolarmente casi di violazione dei diritti umani. Ovviamente, sono strutture il cui accesso è impossibile ai cittadini comuni, o ai giornalisti.
Il Cie di Gradisca d’Isonzo (in Friuli Venezia Giulia) si è reso palcoscenico di una lunga tragedia a partire da questa estate. Il complesso, situato in una ex caserma, ospita un paio di centinaia di persone divise tra Cie e Cara, struttura quest’ultima adibita all’accoglienza dei richiedenti asilo. I migranti chiusi all’interno del Cie vivono (sopravvivono) in una sezione rigorosamente isolata dal Cara; la notte sono chiusi a chiave all’interno delle loro camere, in cui dormono su materassi senza lenzuola. Possono uscire dalle camerate e stare all’aria aperta un’ora sola al giorno; le camerate sono chiuse da gabbie e la mensa non è agibile. è loro permesso guardare la televisione, ma non leggere libri, giornali o riviste; e le condizioni igieniche complessive della struttura sono state unanimamente definite “degradanti” dai pochi osservatori che hanno potuto visitarla.
I detenuti del Cie di Gradisca hanno deciso di dimostrare la loro rabbia nei confronti di questa vera e propria prigione, barricandosi sui tetti della struttura per protesta. Uno di loro è rimasto gravemente ferito nel tentativo di darsi alla fuga. Ai presìdi organizzati da manifestanti davanti al Centro abbiamo avuto modo di ascoltare le loro storie, da loro gridate oltro il muro di cinta. La maggior parte di loro è detenuta nel Cie da molto più tempo rispetto al massimo previsto per legge; alcuni sono in Italia da anni, hanno lavorato in regola versando i contributi per un decennio o più e si sono visti rinchiudere lì quando la ditta per cui lavoravano è fallita a causa della crisi. Particolarmente impressionanti sono stati i momenti in cui ci sono stati mostrati i lividi delle manganellate, o quando i migranti sono riusciti a fornirci come testimonianza cartucce di lacrimogeno e psicofarmaci, metodi questi molto in voga all’interno del Cie per mantenere la calma tra gli “ospiti”.
La pressione dell’opinione pubblica è stata così forte da costringere il Consiglio regionale capeggiato da Debora Serracchiani ad approvare una mozione firmata Pd e Sel nella quale si auspica la chiusura dei Cie qualora non si possa migliorare la condizione di vita di chi ci vive. Da parte nostra, non nutriamo alcuna speranza che l’attuale governo, che annovera tra i suoi sostenitori tutte le forze politiche dei legislatori responsabili delle due leggi principali sull’immigrazione (Turco-Napolitano e
Bossi-Fini), possa tradire sè stesso.
Come risolvere allora la situazione? La più grande lezione qui arriva dagli stessi migranti e quasi spaventava sentire la loro voce urlare oltre il muro del Cie, mentre raccontavano di aver passato mesi, anni, all’interno della struttura e di continuare a sentire solo promesse da parte della politica italiana.
Le loro spiegazioni sui giri di soldi che “qualcuno” guadagna sulla loro pelle, o sullo sfruttamento dei lavoratori delle cooperative che lavorano all’interno del Centro, che non ricevono un salario dallo scorso maggio; la determinazione da loro mostrata nel perseguire il loro obiettivo di libertà. La loro lotta per noi deve essere una lezione preziosa. Dalla loro rabbia possiamo trarre una lezione di conflitto, una lezione di dignità e soprattutto di lotta di classe.

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