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La crisi economica colpisce soprattutto le fasce più povere della nostra società, e tra questi vi sono moltissimi immigrati. Il 38% delle famiglie immigrate vive sotto la soglia di povertà, per il 79% il reddito non supera i 17mila euro, la maggior parte vive in affitto e quei 17mila euro servono per pagarlo.

In queste statistiche difficilmente entra la maggior parte di quei immigrati cui unica fonte di sostentamento è lavorare sotto “caporale”, in Emilia nella macellazione o nei trasporti, in Lombardia nell’edilizia e nel sud  come braccianti agricoli.

A chi considera questi lavoratori dei sottomessi incapaci di reagire, di organizzarsi e lottare per colpa della loro situazione, bisogna portare l’esempio delle lotte di Rosarno, della Gru di Brescia e della Torre di via Imbonati a Milano. Nel solco di queste agli inizi d’agosto i braccianti di Nardò sono entrati in sciopero.

Si tratta di una lotta storica in cui uno dei settori di lavoratori, tra i più sfruttati, sottoposto al ricatto del caporalato, paghe basse e minacce della malavita, ha deciso di alzare la testa, mostrando a tutti cosa siano determinazione e dignità. I rapporti sociali sono così messi a nudo: al posto della questione “immigrati”, emerge la lotta di classe. Al posto della finta contrapposizione tra italiani e “invasione africana”, emerge quella reale tra braccianti e caporali, tra lavoratori iper-sfruttati e capitale.

Per questo tale mobilitazione si inserisce di diritto tra le punte più avanzate delle lotte presenti in Italia al momento.

La masseria Boncuri

Il campo di Nardò è nato l’anno scorso, nella masseria Boncuri. Si basa su questa idea: normalmente gli immigrati stagionali, che affluiscono per la stagione del raccolto di pomodori, cocomeri ecc, vivono dispersi sul territorio: chi in casolari abbandonati, chi all’aperto, costruendosi baracche con materiale di recupero, chi ammassato in qualche appartamento di fortuna.

La masseria ha il merito di riunire tutti i braccianti stagionali, in modo da potersi confrontare e discutere delle loro condizioni di lavoro e garantire per tutti servizi sanitari, docce, un ufficio legale e, in accordo con l’Usl locale, un medico.

Siamo stati a Nardò e alcuni dei braccianti hanno raccontato la loro giornata lavorativa: “Svegli alle tre del mattino per raggiungere i punti di raccolta dove veniamo prelevati dai caporali. La giornata lavorativa nei campi va dalle 4 di mattina alle 6 di sera, riempiendo dai 3 ai 15 cassoni (questo dipende dal singolo lavoratore). Quest’anno la paga a cassone si è abbassata dai 5 euro dell’anno scorso ai 3,50 euro di quest’anno. Così durante una giornata lavorativa possiamo guadagnare tra i 20 e i 40 euro. Il caporale ci chiede 5 euro per il trasporto al campo, per un panino e l’acqua 3,50 anche se ci portavamo il pranzo da soli.

Gli abbiamo chiesto se esistono dei contratti di lavoro stipulati tra loro e le aziende agricole proprietarie dei campi: “Non abbiamo mai avuto un contatto diretto con i padroni delle aziende, tutto passa attraverso il caporale. Il caporale ci ha fatto firmare dei pezzi di carta spacciati come contratti validi. Quando li abbiamo fatti controllare abbiamo scoperto che non lo erano. Quando facevamo richieste o chiedevamo dei chiarimenti subivamo continue minacce.

La lotta

A queste condizioni i braccianti hanno detto no, prima scendendo in sciopero ad oltranza e poi manifestando davanti alla prefettura di Lecce.

La lotta è scoppiata “perché il caporale è scappato con le paghe dei lavoratori e a causa della richiesta di dividere i pomodori nei cassoni, tra grandi e piccoli, sempre per la stessa paga”.

Un avvenimento spontaneo ed improvviso, ma non per questo caduto dal cielo. Lo sciopero di Nardò si inserisce in un processo di radicalizzazione più generale, con la crisi che ha ridotto vendite, raccolti e naturalmente paghe e si è alimentato grazie all’incontro esplosivo tra immigrati stagionali, lavoratori che hanno perso il lavoro nelle fabbriche al nord e l’immigrazione di recente arrivo dall’Africa. In un unico movimento era possibile trovare fusi i racconti degli sbarchi, la rabbia delle rivolte nei Cie, la lotta contro la Bossi-Fini, i primi abbozzi di esperienza sindacale in fabbrica e le esperienze politiche fatte nei paesi d’origine.

Lo sciopero è iniziato il 30 luglio, alla base c’erano queste rivendicazioni:

• avere contratti di lavoro veri

• essere pagati su base oraria

• abolire il sistema del caporalato

• aprire un ufficio (centro per l’impiego) dentro al campo

• mezzi di trasporto ai campi gratuiti.

A queste rivendicazioni va aggiunta la richiesta di una legge che rendesse perseguibili penalmente i caporali o chiunque faccia ricorso al lavoro sotto caporale.

Oltre allo sciopero, a cui ha aderito la quasi totalità dei braccianti, nei primi giorni è stata bloccata la provinciale di Nardò; la lotta è proseguita con presidi sotto la prefettura di Lecce per ottenere un tavolo di trattativa direttamente con le aziende.

Un primo tavolo si è aperto il 5 agosto a cui però hanno preso parte solo provincia e regione Puglia, delle aziende e dei loro rappresentanti nemmeno l’ombra. Dopo quest’incontro hanno ottenuto la promessa di un altro tavolo per l’8 agosto a cui avrebbero partecipato le aziende. La mattina dell’8 agosto è iniziato il presidio alla prefettura. Aspettando l’incontro, i rappresentanti dei braccianti sono stati ricevuti dal prefetto, dai rappresentanti di regione e provincia e dalla Coldiretti, che poco ha a che fare con le aziende che impiegano i braccianti. Unico risultato dell’incontro è stata la promessa dello stanziamento di 15mila euro per il trasporto da parte della regione.

La stanchezza e la necessità di procurarsi un minimo di sostentamento a cui si è aggiunta l’intervento di provocatori mandati ad hoc, hanno fatto scemare la lotta. Nonostante ciò questa battaglia ha avuto una forte eco sulla coscienza di tutti i lavoratori, costringendo addirittura il governo di destra a includere una norma per penalizzare il caporalato nella manovra (Nota: secondo fonti dell’ultima ora, tale norma sarebbe sparita dall’ultima versione della manovra).

Certamente ha lasciato il segno nei braccianti di Nardò, le loro conclusioni sono state: “Se le cose fossero andate diversamente a Nardò, se fossimo riusciti a cambiare le cose, avremmo potuto portare il nostro esempio negli altri campi. Dopo lo sciopero hanno rialzato il prezzo del cassone, ma i lavoratori che hanno fatto sciopero non vengono più chiamati, nè a Nardò nè in altri campi in Puglia. Siamo stati contenti di aver fatto lo sciopero per l’esempio dato, è vero che la necessità ora è di estendere la lotta.

Ma non ci vogliamo limitare a questo. Questa lotta non può essere lasciata sola e il suo patrimonio non va disperso. Per questo ci dobbiamo impegnare nelle nostre strutture politiche, sociali e sindacali, comitati e movimenti, a trovare tutti i canali necessari per far conoscere le ragioni dei braccianti di Nardò, per aiutarne la generalizzazione, in tutte le forme possibili, dalla presenza alle prossime scandenze di lotta, all’organizzazione di assemblee sul tema.

è necessario che le rivendicazioni di questa lotta, come la penalizzazione del reato di capolarato, salari dignitosi e riconoscimento del contratto nazionale, diventino, sia nel partito che in Cgil, parte della lotta più generale per la difesa dei diritti e delle condizioni di vita di tutti i lavoratori e per l’abolizione della Bossi-Fini.

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