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Proprio come negli scacchi, la torre va dritta verso l’obiettivo. Non prende il problema obliquamente come l’alfiere, non fa un passo alla volta come il pedone, non devia come il cavallo. Un anno dopo Via Imbonati, gli immigrati a Milano sono di nuovo in lotta.

Il 10 settembre in due sono saliti sulla torre della centrale termica di piazza Selinunte per rivendicare il diritto al permesso di soggiorno e protestare contro la sanatoria truffa del 2009. Allora tanti lavoratori immigrati versarono centinaia e migliaia di euro allo stato, ad intermediari e avvocati per essere regolarizzati, per poi vedersi bloccato l’accesso alla sanatoria e negato il permesso.

Ma è l’intera legislazione sull’immigrazione a portare a una condizione di iper-sruttamento. Con la Bossi-Fini il permesso di soggiorno è legato al contratto di lavoro: se non lavori, non puoi stare in Italia. Ma, all’inverso, se non hai un permesso di soggiorno non puoi lavorare. Le basi di questo modello erano già state poste dal centrosinistra con la Turco-Napolitano e con la politica dei “flussi”: ogni anno, o ogni tot anni, si decide quanti immigrati possono entrare in Italia. Ma chi lo decide? Per quali interessi? Ad avere la parola ultima è la Confindustria, che segnala al governo di quanta forza-lavoro ha bisogno. Insomma, le campagne contro l’immigrazione clandestina si dimenticano di dire una cosa: è proprio lo Stato italiano a creare la clandestinità e la clandestinità torna comoda perché è negazione di diritti, riduzione a schiavitù, che torna poi molto utile per sfruttare di più anche i lavoratori italiani: avere lavoratori immigrati costretti ad accettare qualsiasi condizione permette di abbassare le condizioni di tutti.

Il 2 ottobre, dopo 22 giorni, i ragazzi sono scesi dalla torre. Non per arrendersi, anzi, ma per permettere l’accensione della centrale termica che riscalda gli appartamenti del quartiere: non saremo certo noi ad aggiungere anche il problema del freddo a un quartiere dove già ogni giorno c’è da lottare contro la disoccupazione, la mancanza di diritti per immigrati e non, gli sfratti. Si toglie quindi il punto simbolico, ma va avanti il lavoro a terra, quello decisivo. Sono infatti la spiegazione, il coinvolgimento, la discussione, la propaganda, le iniziative quelle risorse che possono portare al punto fondamentale per lo sviluppo della lotta: l’allargamento, il rafforzamento della mobilitazione. La benzina per cercare questo obiettivo sta tutta nella determinazione, nella tenacia di chi non ha diritti e documenti, ma solo la propria energia da investire in una lotta. Come tante altre volte, sono proprio i più sfruttati a saper sostenere i maggiori sacrifici. Ma questa benzina va usata con lucidità. Siamo in prima fila, ma sappiamo che non basta un pugno di combattenti per cambiare i rapporti di forza nella società. Il problema, quindi, è come ampliare queste forze.

Il presidio lavora allora su due direzioni. In primo luogo come coinvolgere gli immigrati, i truffati, persone che vivono ogni giorno nella paura: a loro spieghiamo che l’unico modo per uscire dalla paura è lottare insieme. è un messaggio da portare anche nella pratica, con l’esempio. Per questo dal 1 ottobre il presidio ha lanciato manifestazioni tutti i sabati. Alla fine si era in più che all’inizio, questa è la ragione e la conquista del corteo.

La seconda direzione è quella di trovare forza nelle lotte che attraversano il paese, in quegli altri combattenti che, ognuno nel suo campo, provano a organizzare la resistenza e il contrattacco. Dal presidio è partita la solidarietà e la collaborazione con chi nel quartiere lotta per il diritto alla casa, come verso le famiglie che hanno visto chiudersi le classi della scuola elementare di Via Paravia perchè… c’erano troppi immigrati! Il 20 settembre il presidio ha ospitato un’assemblea con delegati sindacali, lavoratori e studenti, presente anche Cremaschi, per discutere dell’appello “Dobbiamo fermarli”. Questo lavoro di connessione fra le lotte è più complesso, lo sappiamo. Come primo passo poniamo questa necessità: tutte le lotte e le organizzazioni che appoggiano piazza Selinunte includano nei loro programmi le rivendicazioni del presidio.

Ma poi, chi si è attivato nel presidio di piazza Selinunte deve sapere giocare un ruolo nel conflitto sociale complessivamente inteso. Pretendere di farlo e mettersi a disposizione per farlo. I limiti delle organizzazioni politiche e sindacali a sinistra, in particolare la tendenza alla concertazione e al compromesso, respingono spesso gli elementi più combattivi. Ma il problema di organizzare insieme questi elementi non è più rinviabile: è la loro unità, il reciproco sostegno, l’elaborazione e l’azione collettiva, sulla base di un intransigente programma di classe, che potrà dare l’arma vincente alla stagione di lotte che abbiamo davanti a noi.

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