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Perché scappano dalla Tunisia se lì c'è stata una rivoluzione?” Questa è la domanda che maliziosamente sollevano i media nostrani. Provano così a spostare l'attenzione dal clamoroso tonfo della destra italiana ai limiti ben più comprensibili e naturali del processo rivoluzionario in Tunisia.


Rispondere a tale domanda necessiterebbe di un'analisi approfondita della situazione in Tunisia. Cosa che va oltre gli scopi di questo testo – e che invece abbiamo fatto in altri articoli della nostra rivista e del nostro sito. In questa sede ci limitiamo a dire questo: sì, in Tunisia c'è e c'è stata una rivoluzione, ma una rivoluzione incompiuta.

Le aspirazioni oggettive del processo rivoluzionario si sono scontrate con l'assenza di una direzione e un'organizzazione rivoluzionaria. Il potere strappato dalle mani di Ben Alì è stato raccolto dallo stesso ceto politico che componeva o era connivente con il suo regime. Il processo rivoluzionario non è in grado di sciogliere domattina i principali nodi politici della situazione e ancora meno quelli economici. Ma per le masse tunisine si tratta esattamente di mangiare domattina. Così, se da un lato assistiamo al diffondersi all'interno del fronte rivoluzionario del dibattito attorno alla necessità di una“seconda rivoluzione” o di una “rivoluzione nella rivoluzione”, una parte della popolazione reagisce cercando prima di tutto di mettersi in salvo dalla crisi economica. Affermano due tunisini arrivati in Toscana da Lampedusa e intervistati da Senza Soste:

"La situazione è molto precaria. Il governo non c’è o è poco stabile, siamo in una fase di transizione. Il momento è sempre incerto e le manifestazioni continuano anche se la rivolta vera e propria è finita. In una situazione del genere è quasi impossibile studiare perché ogni giorno le università sono in mobilitazione e il lavoro è sempre più un miraggio. Un lavoratore guadagna 300 dinari (poco più di 200 euro) e non basta a sfamare una famiglia e per i giovani, specialmente quelli istruiti, non c’è futuro nemmeno dopo l’università. Non è un caso che la rivolta (lui la chiama “Revolution”, n.d.r.) sia partita da noi giovani anche se poi si è sviluppata in tutto il popolo in modo spontaneo e senza guida di una parte politica. La gente ha iniziato ad andare in strada e c’è rimasta finché Ben Alì e la sua banda mafiosa non se ne sono andati. Tuttavia una buona parte del sistema e della burocrazia è sempre in mano alla sua parte. In ogni caso non si butta giù in un giorno una mentalità cresciuta in 23 anni di regime. (...) Noi non ci sentiamo di aver tradito la rivolta tunisina o il nostro paese. Noi siamo stati in strada ogni giorno per settimane a schivare le pallottole della polizia tunisina e abbiamo cacciato Ben Alì. A me una pallottola ha sfiorato la testa per pochi centimetri a lui invece gli hanno sparato ai piedi durante una manifestazione (il 28enne ci mostra la ferita al piede sempre da guarire, n.d.r). La rivolta ora è finita e ci vorranno 2 o 3 anni per ripartire e stabilizzarsi ed uscire da un regime dove divieto di espressione e abusi di polizia erano e sono all’ordine del giorno. Noi abbiamo partecipato alla rivolta ma non siamo politici ne’ amici di chi comanda e il nostro futuro rimane incerto. Non vogliamo buttare via la nostra giovinezza." (http://www.senzasoste.it/locale/intervista-con-due-ospiti-di-villa-morazzana)


Sia detto di sfuggita, che diritto hanno testate come Repubblica, il Corriere della Sera o ancora peggio Libero o  Il Giornale di mettere bocca sui limiti della rivoluzione tunisina? Lor signori la rivoluzione non l'hanno voluta. Hanno contribuito ad immergere per decenni quei paesi nel regime. E ora si lamentano che le masse tunisine non sono state in grado di spazzare via radicalmente il vecchio e partorire un equilibrio sociale più avanzato dal giorno alla notte. Siamo sicuri che se e quando questo avverrà, questi stessi giornali si affretteranno a calunniare la rivoluzione e a condannarne i presunti “eccessi”.


La Bossi -Fini e lo “tsunami umano”


Ma quanti sono gli arrivi dalla Libia e dalla Tunisia fino a questo momento? 22mila? Questa è la cifra ufficiale ad ora. In realtà, sommando i profughi presenti a Lampedusa con quelli dichiarati nei diversi centri nel resto d'Italia, difficilmente si supera i 12mila. Sia come sia, sono tanti o sono pochi? E' evidente che si tratta di un problema relativo. Dipende con che cosa si mette in relazione questa cifra. 22mila nuovi arrivi in relazione ai 60 milioni di abitanti presenti in Italia non sono nulla. Basti pensare che in Tunisia, un paese di 9 milioni di abitanti, sono appena giunti 163mila profughi dalla Libia.

Perfino si arrivasse a 150mila profughi, come profetizzato da Maroni, si sarebbe in presenza di cifre relativamente facili da assorbire. Un sistema sociale differente, che riducesse l'orario a parità di salario per far lavorare tutti, che espropriasse le case sfitte, riqualificasse le zone urbane e industriali abbandonate, assumesse nuovi lavoratori nel campo dell'istruzione e sviluppasse la scuola pubblica, sarebbe rapidamente in grado di assorbire un simile flusso migratorio e di trasformarlo in una ricchezza per tutta la società. Fa notare un articolo sull'Unità, basato sui dati Istat, in merito al presunto “tsunami umano”:

"Tutti gridano all'invasione per 20mila tunisini che sbarcano a Lampedusa mentre dal 2000 ad oggi il saldo migratorio è di più di 350mila all'anno. (...) da anni 50mila giovani italiani scappano all'estero per trovare un futuro. Ecco, secondo l'Istat, i movimenti della popolazione residente: italiani emigrati (al netto dei rientri) 2008, 19.520, 2009, 44.277, 2010 (11 mesi), 66.077. Immigrati stranieri (...): 2008, 453.765, 2009, 362.343, 2010 (11 mesi), 354.187. (...) [gli] sbarchi via mare in 10 anni sono stati meno del 10% del saldo migratorio totale, meno di 30mila l'anno contro 350mila nuovi ingressi." (Immgrazione: l'Istat smentisce l'Invasione, l'Unità, 4 aprile 2011)


22mila nuovi arrivi non sono niente per la “capienza” potenziale di un intero paese. Diventano invece un'enormità rispetto alla capienza dei Cie. Sono una cifra enorme per chi ha la pretesa di filtrare l'immigrazione attraverso una rete di lager. La concentrazione improvvisa degli sbarchi ha incrinato il sistema Cie, già profondamente in crisi. Spiega candidamente Il Sole 24 Ore:

"Nuovi Cie: vorrei ma non posso. I centri per l'identificazione e l'espulsione degli immigrati oggi sono 13, gli stessi esistenti quando Roberto Maroni si è insediato al ministero dell'Interno. E una delle prime dichiarazioni del neo ministro, ripetuta più volte, fu: “un Cie in ogni regione”. Sì, perché non ce ne sono in Liguria, Valle d'Aosta, Toscana, Umbria, Marche, Abruzzo, Molise, Basilicata, Campania e Sardegna. Sono almeno uno in tutte le altre regioni, la Puglia ne ha due (...), la Sicilia tre (...). Totale posti disponibili: 1814. Neanche il 10% dei 22mila clandestini (...) giunti dall'inizio dell'anno. (...) ricevuto l'incarico di dare attuazione all'indirizzo politico, Mario Morcone – oggi candidato sindaco Pd a Napoli – cominciò una faticosa ricognizione sul territorio per capire dove e come costruire i tanto contestati centri. I Cie, infatti, generano problemi anche quando non c'è emergenza. Oltre alla presenza concentrata di immigrati, con possibili e spesso frequenti disordini, attraggono, per esempio, il mondo dell'antagonismo (...). Morcone, con uno staff di ingegneri, (...) cominciò a girare le zone interessate. Si calcolò che un Cie nuovo costa circa 15 milioni di euro e sono necessari un paio d'anni per costruirlo e consegnarlo “chiavi in mano”." (I nuovi Cie “persi” nella lite Viminale-Regioni, Il Sole 24 Ore, 3 aprile 2011)


E' evidente quindi che esiste un dibattito tra la stessa borghesia . Non si tratta di uno scontro tra chi vuole “aprire” o “chiudere” l'Italia all'immigrazione. Il punto rimane solo e soltanto come gestire la repressione. I Cie e la Bossi-Fini non sono invenzioni sospese nell'aria. Sono la codificazione e gli strumenti necessari a garantire la cosiddetta “politica dei flussi”. Esistono in quanto esiste la pretesa di limitare in forma amministrativa o coercitiva il flusso migratorio diretto in Italia. I decreti flussi stabiliscono il tetto massimo di entrate nel nostro paese. Lo fanno naturalmente in base alle esigenze del capitale italiano di assorbire mano d'opera a basso costo e non ad una presunta capacità della società di assorbire l'immigrazione.

Una volta stabilito tale tetto, la discussione si sposta tutta su quali siano le misure coercitive più efficaci per farlo rispettare. La Bossi-Fini ha solo reso più stringente questa logica, collegando direttamente il permesso di soggiorno al contratto di lavoro. Ma la politica dei flussi è precedente a questa legge e potrebbe tranquillamente sopravviverle. E' stata introdotta dalla Turco-Napolitano nel 1997, insieme ai Cpt (oggi Cie) che ne sono il degno completamento. Non è un caso che il trattato con la Tunisia di pattugliamento delle coste sia del 1998 e porti la firma dell'allora Ministro degli Interni Napolitano. Né è casuale che il primo grande disastro in mare sia avvenuto il 28 marzo 1997, a largo di Otranto, quando il centrosinistra introdusse per la prima volta il pattugliamento navale per fermare gli sbarchi dall'Albania all'Italia, conseguenti alla rivolta contro il regime di Berisha.

Noi siamo contro l'intera politica dei flussi. Come garantirne l'applicazione non è quindi un nostro problema. Questo piano del dibattito non ci appartiene non ci deve appartenere. Per noi il punto rimane un altro: non vi è nessuna fortezza che possa resistere al flusso di milioni di persone che si muovono dalla disoccupazione e la povertà verso delle minime possibilità di vita. Nessuna misura coercitiva le ferma o le spaventerà. Di fronte alla domanda: “non temete di morire in mare?”, diversi tunisini  intervistati in questi giorni hanno risposto “non temiamo la morte perché noi siamo già morti”. Qualsiasi tentativo di imporre un limite al flusso migratorio, genera politiche di natura securitaria in Europa e il sostegno a regimi autoritari in Africa.

Siamo per la rivoluzione nei paesi arabi così come siamo contro qualsiasi tentativo di limitare amministrativamente l'immigrazione. Nella pianificazione dell'economia e della società in base ai bisogni reali della popolazione mondiale risiede la soluzione per entrambe. La chiave sta nel modellare la società in base alle esigenze dello sviluppo umano, non piegare lo sviluppo dell'uomo alle compatibilità del mercato.


I dilemmi della Lega

La Lega ha le sue roccaforti elettorali in zone come la bergamasca o il Veneto. E' qua che giura e spergiura sull'autonomia: padroni a casa nostra, gli immigrati a casa loro, Padania autonoma, Padania Libera. Ma per quanto si presenti come un meccanismo a sé stante, essa non è altro che un ingranaggio del mercato. Anzi, è il partito del mercato per eccellenza. E non può superarne le contraddizioni, come un uomo non può separarsi dalla propria ombra.

E queste contraddizioni trovano un un riflesso fedele sul terreno poliitico. Per quanto il leghismo presenti il Meridione come incapace di liberarsi dalle proprie arretratezze, è al Governo con il ceto politico mafioso che è riflesso e a sua volta causa di tali arretratezze. Per quanto presenti i paesi arabi in preda a regimi autoritari, questi regimi sono sapientemente sostenuti e finanziati dalla pretesa autoritaria leghista di regolare i flussi migratori con il manganello. Oggi questi regimi crollano per iniziativa di quelle stesse masse dipinte come pigre e arretrate. E il meccanismo è messo a nudo: “l'arretratezza” era costruita nella fantasia degli operai nostrani e nella realtà dei paesi africani dallo stesso capitale di cui il leghismo è espressione.

Non c'è da stupirsi se il crollo di Mubarak in Egitto o di Ben Ali in Tunisia si rifletta nelle difficoltà leghiste. Il partito delle frontiere chiuse si dimostra incapace di chiudere le frontiere. Il partito del presunto disprezzo verso i regimi arabi, corre in Tunisia a pretendere un nuovo regime. Grida “fora de bal”, ma il suo grido di battaglia diventa un piagnisteo nei confronti della Francia. In Europa l'eco spento di Bossi diventa la voce squillante del Fronte nazionale di Marine Le Pen.

Ma è qua che giunge il Pd a fare da salvavita al cortocircuito leghista. Dove si potrebbe innestare la lotta per un modello sociale alternativo, il Pd corre a spandere le illusioni che esista un modello alternativo di gestione di questo sistema. Così alla crisi del modello leghista, si fa corrispondere l'ascesa di un presunto “modello toscano”. Rifondazione Comunista dovrebbe porsi come obiettivo primario smascherare questa finzione ideologica. Dovrebbe intervenire al fianco dei migranti, come tanti compagni del partito generosamente stanno facendo – si pensi al lavoro in corso in questi giorni a Lampedusa o Manduria - e trarre da questo intervento le ragioni concrete per spiegare come non vi possa essere alcuna gestione alternativa della Bossi-Fini. Vi può esserne solo l'abolizione.


Il modello toscano

Dunque, invece di approfittare della situazione per rimettere in discussione l'intero impianto delle politiche sull'immigrazione, l'intero dibattito a sinistra viene risucchiato dal tentativo di separare il fallimento del modello Cie dal fallimento della politica dei flussi. Il baricentro della discussione cade sulla richiesta di una forma diversa, più efficace o più presentabile, con cui rivestire lo stesso contenuto. Così Maroni non è criticato per l'assurda pretesa di affrontare la povertà con il poliziotto, ma perché il poliziotto da solo si è dimostrato inefficace allo scopo.

Spiega Donadi dell'Italia dei Valori a Porta a Porta:

Donadi: La demagogia leghista ha prodotto la situazione grottesca di Manduria dove invece de il “fora de i bal” sono finiti tutti “fora de i camp” (...). Vorrei rispondere sul perché critichiamo il Governo (...). In Nord Africa le televisioni ce le hanno e queste immagini delle persone che scappano hanno fatto il giro del mondo. (...) L'immagine del fatto che chi viene qua poi se ne va a spasso l'abbiamo data. (...) Cosa bisognava fare? Un Governo serio si preparava e faceva tre cose nell'ordine (...): la prima, appena arrivavano, li divideva in due, quelli che hanno diritto all'asilo e i clandestini...(...), gli altri andavano per prima cosa divisi, frammentati nelle 23 regioni in gruppi di poche decine di persone (...), come il modello Toscana adesso.

Vespa: quindi sostanzialmente lei dice che andavano tenuti in maniera coattiva in centri piccoli?

Donadi: Andavano tenuti in piccoli centri in maniera coattiva in poche decine di ciascuno finché non si capiva che farne. (...) (fonte: http://www.youtube.com/watch?v=ZWk9bLNySKg)


Questo è quindi il modello toscano. Un modello di contenimento considerato più efficace nell'identificare gli immigrati. Proprio in questi giorni Pd e stampa regionale ne celebrano il presunto successo. Esso consiste prima di tutto nello sparpagliare i migranti sull'intero territorio in piccoli gruppi. Il rischio evidente è quello di renderne più articolato e complesso il controllo. Ma è ampiamente controbilanciato dal fatto che si rendono più difficili le rivolte. Se concentrare i migranti, consente una centralizzazione del lavoro di identificazione e rimpatrio, diventa pericoloso quando si tratta di sedare le endemiche rivolte dentro i Cie. Nuclei piccoli frammentano al contrario qualsiasi forma di possibile vertenzialità dei migranti.

Piccoli centri permetterebbero poi condizioni di soggiorno più umane. Ora, non c'è dubbio che per un prigioniero cambi qualitativamente essere ammassato in una tendopoli o in un convento in mezzo alla maremma. Ma ancora prima, dal punto di vista di un essere umano, la vera differenza qualitativa risiede nel fatto se egli sia prigioniero oppure no. Se è libero di varcare la soglia del luogo in cui dimora. Ciò che rende una stanza un albergo o una prigione non è la bellezza delle tendine o dell'arredamento, ma la funzione sociale che la legge attribuisce a quella stanza. In regime di Bossi-Fini, i piccoli centri toscani rimangono delle prigioni per espletare il lavoro di filtro, identificazione e, se necessario, rimpatrio dei migranti:

"I luoghi d’accoglienza saranno presidiati dalle forze dell’ordine, in attesa almeno che venga deciso se sarà applicato o meno l’articolo 20 del testo unico sull’immigrazione, invocato anche dal presidente Enrico Rossi: ovvero il permesso di soggiorno temporaneo per sei mesi, per motivi umanitari, che consentirebbe ai migranti di spostarsi a quel punto liberamente sul suolo italiano ma anche di varcare i confini per i ricongiungimenti familiari, senza essere bloccati come in questi giorni a Ventimiglia dalla polizia francese." (Toscana Oggi, 4 aprile)


In più interviste, il governatore della Toscana Rossi ha criticato la Lega perché incapace di “governare”. Ha spiegato che le grandi tendopoli creano allarmismo, mentre i piccoli centri disperdono il fenomeno, in attesa di far sloggiare i tunisini in Francia. Tolte le dimensioni dei centri “di accoglienza”, che cosa differenzia tutto questo da quanto fatto infine dal Governo? Il 7 aprile Berlusconi ha firmato il decreto per la concessione del permesso di soggiorno temporaneo. Si tratta di un permesso di 6 mesi concesso a tutti i migranti giunti in Italia tra il primo gennaio e il 5 aprile, in base all'articolo 20 del Testo unico sull'immigrazione del 1998 che prevede:

"misure di protezione temporanea da adottarsi, anche in deroga a disposizioni del presente testo unico, per rilevanti esigenze umanitarie, in occasione di conflitti, disastri naturali o altri eventi di particolare gravità in Paesi non appartenenti all'Unione Europea." (Art. 20, Dlgs, 286/1998)


Al decreto è immediatamente seguita una riunione tra Governo e Regioni, in cui è stato stabilito:

"Piccoli insediamenti di immigrati distribuiti in tutta Italia, no alle tendopoli, coinvolgimento in prima battuta della Protezione Civile, insieme alle Regioni e agli enti locali, concessione dell'articolo 20, ovvero del permesso temporaneo di soggiorno." (http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-04-06/russa-viminale-chiesto-caserme-185343.shtml?uuid=Aa6opgMD)


Vasco Errani, presidente della Conferenza delle Regioni, e governatore Pd dell'Emilia Romagna, ha definito questo accordo un vero e proprio esempio di “unità nazionale”. Così non solo il modello toscano è stato rapidamente recepito dalla destra, ma è cemento di un nuovo clima di intesa tra i poli. E deve essere strano per il gruppo dirigente di Rifondazione aver rivenduto ai quattro venti tale modello come un “nostro successo”, “il risultato della nostra partecipazione alla giunta Rossi”, e ritrovarlo oggi al capezzale del leghismo in crisi.

La concessione del permesso di soggiorno temporaneo non mette in discussione infatti le basi della Bossi-Fini, tanto quanto un condono fiscale non abolisce la necessità di pagare le tasse. E' l'eccezione che conferma la regola. E' una sanatoria temporanea che prende atto dei reali rapporti di forza che si sono creati sul terreno. E' la speranza che i 22mila migranti defluiscano verso la Francia, e che la falla nel sistema possa essere chiusa al più presto.

Non solo perchè al termine dei 6 mesi, chi ha il permesso termporaneo torna clandestino. Ma anche perchè dichiarare che dal primo gennaio al 5 aprile coloro che sono arrivati in Italia sono “profughi”, è funzionale a poter tornare a chiamare “clandestini” coloro che arrivano in Italia il 6 aprile. E non è un caso che tutto questo avvenga in contemporanea a un nuovo accordo con il governo provvisorio tunisino. Un accordo che in cambio della sanatoria per i famosi 22mila “profughi”, stabilisce di rimonciare i rimpatri dei cosiddetti clandestini e il finanziamento di nuovi pattugliamenti navali congiunti tra Italia e Tunisia. Proprio oggi sono partiti i primi rimpatri verso Tunisi.

L'effetto psicologico di una sanatoria è tuttavia indelebile. E' una delle tante dimostrazioni che il numero fa la forza. Difficile pensare che non possa avere un effetto incentivante a mettersi in viaggio verso l'Italia. Non è un caso che Francia e Germania si siano incaricate di ricordare – a Maroni tanto quanto a Rossi – che la repressione dell'immigrazione non è una loro prerogativa, ma dell'intero capitalismo europeo. Il trattato di Schengen serve a fare dell'Europa una fortezza. E se l'Italia non ha intenzione di difendere la fortezza, è l'Italia che si pone fuori dalla fortezza stessa. In base all'articolo 5 del trattato di Schengen, Francia e Germania si sono quindi dette al momento indisponibili a considerare valido il semplice permesso di soggiorno temporaneo al fine dell'attraversamento delle proprie frontiere.


L'associazionismo cattolico e la propaganda leghista


Il modello toscano, quindi, non ha avuto alcun successo proprio. Si è inserito in una momentanea sospensione della Bossi-Fini ed è questo il fatto che ne ha determinato la natura apparentemente meno coercitiva.

Rossi – e di riflesso il Prc toscano – ha poi insistito molto sul fatto che il proprio modello si basa sul coinvolgimento dell'associazionismo e del mondo cattolico. In verità nemmeno questa è una differenza qualitativa rispetto ai Cie. Citiamo dal dossier di Toscana No Cie:

La Confraternita delle Misericordie e la Croce Rossa, oltre alle cooperative del privato sociale, sono i principali enti gestori dei Centri in Italia. La Misericordia – organizzazione di volontariato di secondo livello – gestisce i centri di Agrigento, Modena, Lampedusa e Bologna. La Cri gestisce invece quelli di Milano, Torino, Roma, Bari, Ragusa e Cagliari. (...) la Croce Rossa e gli altri enti impegnati nella gestione del Cie fanno soprattutto grandi affari garantiti dagli appalti indetti per la gestione di tali centri.

Ciò che Rossi e il Pd intendono fare, quindi, non è nient'altro che coinvolgere maggiormente le strutture cattoliche nel lavoro di gestione e smistamento dei migranti. Dove non arriva il potere repressivo del Carabiniere, arriva il controllo persuasivo del prete. E le due cose non si escludono a vicenda. Al contrario. Per le gerarchie cattoliche si tratta di mettere le mani su un nuovo giro di appalti, sulle ricongiunzioni familiari, riaffermare il proprio ruolo monopolistico nell'assistenza ai migranti e giocare il ruolo di caporalato nell'avvio al lavoro. Così per parte dei migranti si apre la prospettiva del rimpatrio sotto la scorta delle forze dell'ordine e per altri quella dell'integrazione sotto gli occhi attenti della curia. Quanti saranno gli uni e quanti saranno gli altri, dipenderà dalle esigenze congiunturali del capitale e non da questo o quell'assessore illuminato della giunta Toscana. Non è un segreto del resto che l'intera operazione “modello toscano” sia stata gestita fondamentalmente da Misericordia e Curia:

"Ma il «modello Toscana», che per ora è un «unicum», è stato possibile solo grazie all’attivo coinvolgimento del volontariato e del mondo cattolico. Non solo perché a seguire la complessa macchina organizzativa c’è la Sala operativa regionale delle Misericordie, alla quale fanno riferimento oltre alle Confraternite anche tutti gli altri soggetti del volontariato toscano coinvolti (Anpas, Croce Rossa, Vab...). Ma anche per l’individuazione delle strutture di accoglienza. Ce ne sono alcune messe a disposizione da enti locali (...) Per il resto sono tutte strutture ecclesiali. A Monte San Savino la diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro ha messo a disposizione la canonica della trecentesca chiesa parrocchiale di San Giusto a Palazzuolo, con 50 posti. In Maremma il Rifugio «Sant’Anna» di Massa Marittima e l’ostello di Gerfalco, entrambi della Fondazione creata dal sacerdote Luigi Rossi (morto nel 2009) ha messo a disposizione ben 150 posti letto. La struttura di Massa Marittima, nata nel 1945 per accogliere gli orfani di guerra, è sempre stata un vero «Rifugio» per i giovani in difficoltà, italiani come albanesi, rumeni o africani che fossero. A Sesto Fiorentino la parrocchia di San Martino ha aperto le porte della canonica di Santa Maria a Morello per una trentina di migranti. Altri 10 posti li ha messi a disposizione la Madonnina del Grappa, altra «istituzione» toscana della carità, e altri 10 la Diocesi di Firenze, che tramite la Caritas gestisce Villa Pieragnoli. A Empoli la Misericordia ha preparato sei appartamenti dislocati in città, tutti di circa 60 metri quadrati, dotati di bagno e spazio cucina. Una ventina di persone sono ospitate dall’«Oasi della Madonnina del buon viaggio», di proprietà della Diocesi di San Miniato in località Le Capanne, nel Comune di Montopoli (Pisa)." (Toscana Oggi, 4 aprile)


Rifondazione Toscana ha presentato tutto questo come uno “spostamento a sinistra” dell'asse della giunta Rossi. Semmai è l'esatto opposto. Il settore cattolico ne esce ulteriormente rafforzato. E ad un maggiore peso sociale, non può che corrispondere un maggiore peso politico. Non ci sembra casuale che gli stessi articoli cattolici che incensano il ruolo della diocesi nell'emergenza migranti, abbiano attaccato la Regione per la propria posizione sul movimento gay e lesbiche.

La solidarietà cattolica è e non può essere altro che l'altra faccia dell'individualismo leghista. Tale solidarietà non ha lo scopo di modificare il sistema, ma di preservarlo. Predica al disoccupato di essere solidale con un altro disoccupato, sorvolando sulle cause della sua condizione. Predica di porgere l'altra guancia all'immigrato, tanto quanto al sistema che ne genera la condizione. Ma proprio quando la solidarietà viene presentata come puro sacrificio cristiano, e non come arma di lotta sociale, perde ogni attrattiva per le fasce popolari. Il sottoproletariato drizza le antenne: “alberghi, conventi, centri immersi nel verde per il tunisino che scappa dalla povertà. E dunque, cosa devo fare io che ogni giorno affronto la stessa condizione?”. Dietro alla predica del prete, spunta il leghista a insinuare il dubbio: “dunque, meglio essere clandestini che italiani?”.

La piccola borghesia non è da meno. Disturbata nei luoghi di villeggiatura, nella verde maremma o sulle colline fiorentine, inizia a vibrare istericamente. Osserva i prezzi dei terreni che rischiano di scendere, il turismo che è in calo. Male che vada il suo agitarsi produrrà risarcimenti da parte dello Stato e nuovi fondi per il settore turistico, il quale ha perso 16mila posti di lavoro sono nell'anno in corso. Una volta che il tema diventa quello del contenimento dell'immigrazione, è la destra a trovare sempre e comunque terreno fertile. Non ci stupiamo quindi che a Calambrone (Li), l'arrivo dei migranti sia stato preceduto dalla devastazione della struttura di accoglienza, con la comparsa di croci celtiche. Non ci stupiamo dei comunicati di critica di Casa Pound alla Caritas toscana.

Tutto questo mentre il Prc in Toscana è ancora una volta affetto dalla sbornia governista. Tanto da considerare una propria prerogativa ridurre la propensione di fuga dai centri toscani. Leggiamo in un comunicato:

La scommessa vera quindi è dimostrare che da strutture aperte e accoglienti (quali quelle previste in Toscana) il fenomeno delle “fughe” è fortemente ridimensionato. Per fare questo però dobbiamo riuscire a far percepire alle persone ospitate nel nostro territorio che regolarizzarsi, fare domanda per il ricongiungimento (visto che la stragrande maggioranza dei 504 cittadini stranieri che verranno da noi sono in Italia solo per riuscire ad arrivare in Francia o Germania dove hanno amici e parenti) o per l’asilo politico ecc., è più conveniente che tentare la fuga solitaria. E’ quindi indispensabile che immediatamente una vera e propria flotta di mediatori e funzionari inserisca da subito queste persone in un percorso di regolarizzazione, che faccia percepire loro l’utilità di una permanenza temporanea nelle strutture Toscane e di conseguenza la fuga come un rischio inutile e dannoso in particolare per i loro obiettivi.

Ben altro dovrebbe essere il nostro compito: continuare a approfondire l'intervento nel movimento dei migranti, perchè nella lotta fianco a fianco tra lavoratori stranieri e italiani emerga quella massa critica in grado di far crollare l'intero impianto della Bossi-Fini, della Turco-Napolitano, del pacchetto sicurezza o del reato di clandestinità. Solo su questa base sarà possibile generare una società differente dove l'immigrazione non sia considerata un problema o un reato. Solo così vi sarà un futuro per i 22mila tunisini, così come per tutto il resto dei migranti in Italia e in Europa. Non è il modello toscano. E' un modello di classe alternativo.

 

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