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Sono passati alcuni giorni dalla morte dei 7 operai cinesi alla “Teresa Moda" di Prato, una delle oltre quattromila aziende a conduzione cinese situate nel "MacroLotto", il distretto tessile del Pronto Moda.


Da queste fabbriche escono gli abiti delle più famose griffe di abbigliamento, in una di queste fabbriche la mattina del 1 Dicembre si è consumata la tragedia. Sette lavoratori sono rimasti in trappola, alcuni bruciati dalle fiamme, altri schiacciati dalle macerie, altri ancora vivi per miracolo, sorpresi nel sonno dopo l'ennesima giornata di sfruttamento. Nei notiziari locali si riportano le immagini dei resti del capannone, delle pareti di cartongesso, dei loculi due metri per due adibiti a camere da letto, delle bombole di gas e dei fornelli delle cucine. Il luogo è la fabbrica alienante che rievoca altri tempi, l' '800 della prima Rivoluzione Industriale inglese, ad altri luoghi, le fabbriche delle periferie della Cina, dell'India e del Bangladesh.
Scenari che nell'immaginario collettivo possono essere riconnessi solo con il capitalismo che oggi come ieri si manifesta per quello che è con tutte le sue contraddizioni, con tutti i suoi orrori. Il rogo della “Teresa moda” è la barbarie dei nostri tempi, il capitalismo moderno ne rappresenta l'innesco.

 

Il "Pronto Moda"

L'area industriale del “Macro Lotto” di Prato è ancora uno dei poli di esportazione più importanti non solo dell'Italia ma anche d'Europa ed è stato pianificato per attirare capitali da tutto il mondo, si è sviluppato principalmente sul sistema del Pronto Moda. Un sistema che si basa su tempi di produzione e di distribuzione ridottissimi per consentire di aggiornare il prodotto in tempo reale a seconda della domanda. Uno strumento adattabile alle oscillazioni del mercato. Su questo sistema si basa gran parte del Made in Italy dell'abbigliamento. I manufatti arrivano in tempi brevi negli scaffali delle Boutique, negli Outlet e se in eccedenza riempiono il mercato delle griffe contraffatte.
I committenti alla fine sono sempre gli stessi, i marchi del Made in Italy, i Brand più trandy, come lo è stato il marchio Sasch dell'attuale sindaco pratese Roberto Cenni, sponsor di varie edizioni di miss Italia.
Ogni volta che viene chiusa una manifattura illegale, viene aperta un'inchiesta, ma non si arriva mai a stabilire il nesso di causa-effetto tra gli abiti, le borse o le scarpe trovate e il proprietario.
Molte piccole aziende a conduzione familiare non hanno retto l'impatto di questa ristrutturazione e sono fallite, espellendo dalla produzione i primi lavoratori alla fine degli anni '90. Una parte degli imprenditori medi hanno invece delocalizzato la produzione all'estero, in Romania e nell'Est europa soprattutto, ma anche in Tunisia, e nel frattempo affittavano i loro capannoni ai nuovi imprenditori cinesi che li riempivano di nuovi sfruttati. É questa la stroria della stessa “Teresa Moda”, gestita da quattro persone di nazionalità cinese che pagavano l'affitto al proprietario dell'immobile, un cittadino pratese. Di questi giorni è la notizia che tutti sono nel registro degli indagati, mentre altri proprietari di stanzoni si stanno affrettando a disdire i contratti di affitto.
Le grosse aziende titolari dei marchi e dei brand più prestigiosi si sono invece appoggiate alle nuove confezioni cinesi del Pronto Moda per comprimere ulteriormente i costi di produzione, avvelendosi di giornate lavorative di 15 ore, di 40 centesimi per ogni vestito cucito, di 700 euro di salario mensile.
L'assessore alla sicurezza Aldo Milone ci tiene a precisare che dall'amministrazione sono stati eseguiti 1400 blitz in 4 anni, con chiusure di aziende e sequestro di macchinari, ma adesso invoca più aiuti dallo stato centrale e nuove leggi: quelle che ci sono non bastano. Siamo alle solite: amministratori locali eletti nel centrodestra o nel centrosinistra (nel caso di Milone in entrambe) si lamentano con i loro ministri che non fanno abbastanza. Ma i principali partiti di tali schieramenti, Pd e Pdl hanno governato e governano a tutti i livelli, da quello locale a quello europeo, hanno in tutti gli ambiti votato privatizzazioni e deregolamentazioni in materia di lavoro. É come chiedere al boia di graziare il condannato.


Le responsabilità e le ipocrisie del mondo istituzionale

A pochi giorni dalla strage diversi cittadini non hanno fatto mancare la loro solidarietà alla comunità cinese che ha organizzato una fiaccolata Martedì nelle vie del Macro Lotto. Il Mercoledì è stato il giorno del lutto cittadino, con un minuto di silenzio e un'altra fiaccolata è stata organizzata il giorno stesso dai sindacati, per le strade della Chinatown pratese a ridosso del centro storico. Molte personalità del mondo istituzionale pratese, toscano e nazionale si sono pronunciate sulla tragedia, puntuale è arrivata la lettera di vicinanza di Napolitano al presidente della regione Enrico Rossi, le dichiarazioni di Letta che assicura che il governo si farà carico della questione. La sensazione principale è quella della costernazione e dello sgomento: "A fronte di tale tragedia occorre che tutti facciamo un esame di coscienza, è il momento del dolore e del rispetto per le vittime della strage, occorre fermarsi!" , sgomento che che s'intreccia all'esortazione : "E' l'ora di reagire tutti insieme affinchè una simile tragedia non si verifichi più!”. Queste sono le frasi che occupano gli articoli dei quotidiani, frasi che sono frutto di un senso comune, di sana indignazione, ma allo stesso tempo non possono che evidenziare una ipocrisia nemmeno tanto di fondo, poiché come in molti hanno detto: "Tutti sapevano, nessuno ha fatto niente".
L'ipocrisia è quella del sindaco Roberto Cenni, fresco condannato per bancarotta fraudolenta a seguito del fallimento della Sasch, noto marchio di abbigliamento attorno al quale, nel decennio scorso, veniva creato un piccolo impero, che si basava anche sui profitti di fabbriche delocalizzate proprio in Cina, dove i lavoratori denunciavano condizioni infami.
L'industriale conoscitore del distretto e quindi dei suoi problemi, che dopo sessantanni scalzava il centrosinistra dall'amministrazione della città, anche cavalcando l'intolleranza diffusa tra i cittadini pratesi, che vedevano da tempo l'immigrazione straniera e soprattutto quella cinese, come la causa principale della crisi del settore.
L'ipocrisia è certamente anche quella di tanti amministratori del centrosinistra che per due decenni, hanno governato la regione e la città, intrecciando politiche securitarie a politiche rivolte a promuovere "il laboratorio multiculturale".
In questa schiera di amministratori rientra sicuramente il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, che lancia un piano in cinque punti per risolvere il problema Prato e allo stesso tempo in un intervista lancia la proposta della "cittadinanza italiana a tutti i cinesi", perchè "in questo modo si fanno sentire italiani i cittadini cinesi, che in questo modo si sentono più sicuri e protetti e non mandano i soldi in Cina". Siamo alla demagogia spicciola, all'analfabetismo politico, come se non ci fossero cittadini italiani che pur essendo italiani non esportano i capitali all'estero.
Rientrano nel coro anche i sindaci pratesi del PDS, dei DS e del PD che amministravano, pianificavano, ma che non sono mai andate a fondo sulle questioni, più per scelta che per incapacità politca, salvo poi lamentarsi di non avere strumenti di regolazione idonei. Le parole di Claudio Martini, sindaco dal 1988 al 1995 e successivamente presidente della regione Toscana ne sono una testimonianza:  "difficile negare che non ci sia stata una sottovalutazione del fenomeno, quando ero sindaco i cinesi erano pochi, divennero un problema a metà degli anni novanta. Ricordo che nell'ultimo bilancio ci chiedemmo come affrontarlo".
Quella che a Martini sfuggiva e che le successive amministrazioni dicono di aver sottovalutato è una delle più grandi opere di lottizzazione industriale privata realizzata in Italia dagli anni '80. Come abbiano fatto questi amministrazioni a farsi sorprendere da questi sviluppi è un mistero visto che mentre governavano, modificavano e “riqualificavano” la città a suon di varianti al piano regolatore. La verità è che il “Macro Lotto” , il “distretto parallelo” è stato pianificato proprio nelle giunte comunali e regionali in accordo con l'Unione Industriale, con gli interessi dell'imprenditoria cittadina e extracittadina, con le banche, allo scopo di attirare capitali, per fare della città uno dei principali poli competitori del manifatturiero di Europa e non solo.
Le organizzazioni sindacali hanno avallato tutto ciò, unendosi all'impresa nella denuncia della competizione sleale, preoccupandosi più di denunciare chi non rispettava le regole, che di difendere i lavoratori che subivano lo sfruttamento. In questi anni non si contano gli appelli del mondo sindacale all'unità del mondo produttivo in crisi.
D'altronde il sindacato a Prato non è diverso dal sindacato italiano, che non comprendendo o facendo finta di non comprendere il portato enorme della sconfitta degli anni '80, della gravità della linea concertativa, si è ristruttutato come ente prestatore dei servizi, poggiandosi sui CAF e sui Patronati, per non naufragare. Da tempo non più strumento utile ai lavoratori italiani, non poteva certo giocare nessun ruolo nella difesa dei lavoratori stranieri.

 

Il capitalismo, responsabile delle contraddizioni sociali

Le affermazioni di impotenza, di non essere in grado di gestire il fenomeno del “distretto parallelo” sono anche funzionali a mantenere ben saldi nella collettività l'idea dell'impossibilità di poter scardinare quella comunità chiusa che per indole è restia a volersi integrare, che non rispetta le regole, i codici di compartamento.  Alcuni titoli come “Per una volta non sono fantasmi” riportati nelle pagine del Tirreno, sopra le foto di cittadini cinesi presenti alla fiaccolata, evidenziano bene l'intento di rimarcare le distanze, di denunciare l'incominicabità.
Il fenomeno dell'immigrazione cinese a Prato ha certamente le sue peculiarità, per i suoi numeri per aspetti socio cultarali, negli anni si è sviluppato ed ha cambiato il tessuto sociale ed economico.
Secondo le statistiche ufficiali i residenti cinesi sono passati da 500 e 15000 dal 1990 al 2013, viene stimato che la popolazione che lavora a Prato sia almeno il doppio. Il 10% degli immigrati cinesi presenti in Italia vive e lavora nella città toscana, la maggior parte dei figli dei primi immigrati cinesi ha frequentato e frequenta le scuole dell'obbligo, molti di loro finti gli studi rimangono legati alle aziende di famiglia, alcuni ritornano in Cina dove hanno ancora parenti, genitori, fratelli. Le aziende cinesi producono l'11% del PIL dell'intera economia Pratese, e parte di questa ricchezza, 4 miliardi, ritorna in Cina. Questi dati se intrecciati a quelli riguardanti la perdita di posti di lavoro nel tessile negli ultimi dieci anni, da 25000 a 15000 (con 7000 lavoratori in mobilità o in cassa integrazione), descrivono senza dubbio l'enorme impatto sociale del fenomeno dell'immigrazione cinesi.
Ma la lettura demografica e sociologica è una lettura parziale che distoglie l'attenzione dalla causa principale e cioè lo sviluppo capitalistico planetario degli ultimi venti anni, che poi è anche all'origine dell'attuale crisi economica.
Se non si inserisce nell'analisi del capitalismo mondiale, delle sue conseguenze, il rischio serio è di ritenere che il modello produttivo costituito dalle aziende cinesi si sia creato per la sola volontà degli immigrati e si sia alimentato delle proprie peculiarità.
Il fenomeno si è sviluppato quindi all'interno del capitalismo, ne ha seguito le leggi dello sviluppo, le sue contraddizioni, che da sempre producono orrori come la morte dei sette lavoratori cinesi.

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