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Anche quest’anno il primo marzo è stato convocato lo sciopero migrante. Preceduto dal rifiuto degli operai di Pomigliano e Mirafiori a piegarsi al ricatto di Marchionne, dalle lotte dei migranti di Brescia e Milano che reclamavano il diritto al permesso di soggiorno, dalle lotte degli studenti che si sono opposti alla controriforma della Gelmini e sullo sfondo delle rivoluzioni in atto nel Nord Africa, l’iniziativa di quest’anno ha assunto un significato del tutto nuovo.

Già l’appello nazionale indicava un collegamento tra le lotte operaie e le lotte dei migranti ma ancor più concreto è stato questo collegamento nella manifestazione fatta a Reggio Emilia. Martedì primo marzo sono scesi per le strade della città i lavoratori della Gfe, facchini quasi tutti indiani che da mesi lottano per difendere il loro posto di lavoro e che con il loro striscione hanno aperto il corteo, gli studenti, che solo due mesi fa avevano occupato l’Università di Reggio, gli operai metalmeccanici della Fiom, i lavoratori dei cantieri edili, gli immigrati truffati dalla sanatoria.

 

Tanti soggetti diversi, insieme per reclamare diritti e dignità, per rifiutare l’umiliazione, tanto quella del padrone che ricatta gli operai in fabbrica quanto quella imposta da una legge fascista che obbliga le persone a lunghe file davanti alla questura per chiedere un permesso di soggiorno che potrebbe non arrivare mai. Tutti uniti da una nuova consapevolezza, che nessuno oggi può più lottare da solo, che nessuna lotta è più settoriale o di categoria, che solo con l’unità di tutti i lavoratori, italiani e migranti, e di tutti i conflitti che si sviluppano nella società si possono ottenere realmente dei risultati. Per quanto non si tratti di una chiara e cristallina coscienza di classe e per quanto per il momento questa consapevolezza non sia generalizzata, sicuramente si tratta di un primo passo nella direzione giusta.

 

Una nota dolente della giornata è stata la polemica che ne è seguita, a causa di una piccola dimostrazione di protesta per cui, durante il corteo, alcuni militanti del locale centro sociale hanno lanciato uova contro i muri del palazzo in cui ha sede la provincia di Reggio Emilia, denunciando l’ipocrisia della presidente Masini, la quale pochi giorni fa si è presentata alle manifestazioni di solidarietà con il popolo libico, ma che invece solo un’anno fa era andata in Libia a seguito degli imprenditori reggiani per fare affari con Gheddafi.

La reazione della Masini è stata immediata e sproporzionata, accusando di aggressione e di squadrismo i ragazzi del centro sociale. E altrettanto immediata è stata la corsa alla solidarietà e la gara a chi la sparava più grossa da parte di tutti i partiti e le associazioni, finchè questi ragazzi non sono diventati i nemici pubblici numero uno di Reggio Emilia. Unica voce fuori dal coro, i Giovani comunisti che hanno subito riconosciuto e denunciato la criminalizzazione del dissenso in atto e hanno preferito esprimere solidarietà ai lavoratori e ai migranti piuttosto che a una presidente ipocrita e traditrice della classe operaia.

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