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Il  17 dicembre 2010 un giovane laureato, Mohamed Bouazizi, esasperato dai soprusi dalla polizia tunisina si suicida dandosi fuoco davanti alla prefettura della propria città. Questa notizia di cronaca sarà il motivo scatenante della “rivoluzione dei gelsomini”  che, in meno di un mese, costringerà  il presidente Zine el-Abidine Ben Alì alla fuga dopo 23 anni di regime. Quasi contemporaneamente in piazza Tahrir studenti e lavoratori  egiziani iniziano le manifestazioni che si concluderanno con le dimissioni del rais Hosni Mubarak.  Il 17 febbraio, invece,  il vento della rivoluzione si sposta in Libia con la proclamazione della “giornata della collera”.

In pochi mesi  il mito della passività dei popoli arabi è andato in pezzi. Il vento della rivoluzione tunisina che ha  scosso tutta  la regione, dal  Marocco al Bahrein passando per Algeria, Egitto e Yemen ed  infine in Libia ha dimostrato che i popoli aspirano di nuovo ad essere attori del proprio destino.

In particolare in Libia l’imperialismo si è saputo inserire nella guerra civile scatenata da Gheddafi che non voleva lasciare il potere. Usa, Gran Bretagna e Francia hanno usato come pretesto i bombardamenti sui civili per scatenare l’ennesima guerra umanitaria .

All’inizio il ruolo giocato dalle masse faceva pensare ad una rapida caduta del dittatore libico, ma cosi non è stato visto che Gheddafi ha saputo sfruttare lgli errori politici della direzione degli insorti a Bengasi. Il governo italiano, migliore alleato di Gheddafi,è stato costretto a fare buon viso a cattivo gioco. Le loro bombe hanno provocato l’aumento degli sbarchi di immigrati nell’isola di Lampedusa e in poche settimane l’Italia si è trovata a fronteggiare una vera e propria marea umana in particolare uomini e donne provenienti dalla Libia e dalla Tunisia.

Ovviamente la risposta del governo Berlusconi, come in tutte le occasioni degli ultimi anni, è stata  lo stato d’emergenza senza avviare un’azione di accoglienza per gente che scappa da fame e guerra. Il commissario europeo agli Affari interni, Cecilia Malmstroem dichiara che “Per ragioni di ordine pubblico, il trattato di Schengen sulla libera circolazione delle persone all'interno dell'Unione europea può essere sospeso”. Intanto oltre le scandalose dichiarazioni di Castelli, e dell’europarlamentare leghista Speroni, che propongono di sparare agli immigrati alla frontiera, (in fondo l’ha fatto anche Zapatero hanno poi commentato), il governo risponde con la detenzione e con i rimpatri.

Sono state predisposte delle tendopoli come per il terremoto dell’Aquila, dove le persone sono state ammassate come capi di bestiame.

In particolare a S. Maria Capua Vetere,  in provincia di Caserta,  come struttura di “accoglienza” è stato scelto un sito militare, l’ex caserma la E. Andolfato,  che fa parte della struttura del carcere militare omonimo.

L’edificio ha un perimetro molto ampio ma ha mura alte otto metri ed in cima sono collocati vetri rotti per non permettere la fuga.

All’interno è stata allestita dalla Croce Rossa una tendopoli che doveva all’inizio ospitare ottocento rifugiati, recintata dal filo spinato. Dopo qualche giorno saranno ammassati milleduecento immigrati.

Dal principio non è stato permesso a nessuno di entrare tranne a qualche mediatore culturale della Cgil che però non poteva avvicinarsi alle recinzioni, ma solo parlare con pochi detenuti ogni giorno. Non è stato concesso l’utilizzo di schede telefoniche, né di visite di parenti, nei fatti non è stato concesso a nessuno di avere rapporti con l’esterno.

Poco alla volta però dalle abitazioni circostanti si è riusciti ad avere un’idea delle condizioni in cui erano obbligati i rifugiati che non potevano uscire ed entrare dalla caserma. Nei primi giorni c’è stata una specie di protesta (poco partecipata per fortuna) contro i rifugiati da parte di alcune associazioni cittadine che chiedevano la cacciata di queste “orde barbariche” che venivano a “rubare il lavoro” nel Sud Italia messo in ginocchio dalla crisi economica.

Come risposta il centro sociale Spartaco di S. Maria Capua Vetere in provincia di Caserta, con l’adesione del circolo cittadino di Rifondazione Comunista e alcuni singoli cittadini organizzava un presidio di solidarietà, fuori le mura di quella che di fatto è una prigione per gente che non ha commesso nessun reato. Il presidio è stato mantenuto per molti giorni, con la presenza di attivisti e militanti di sinistra,  che ha garantito un monitoraggio della situazione e ha  sensibilizzato  tutte le realtà sociali della provincia rispetto alla vicenda dell’Andolfato. Si è costruito così un comitato antirazzista aperto a tutte le realtà di lotta sul territorio.

In un primo momento l’intento principale era quello di riuscire a capire le reali condizioni dei rifugiati all’interno, e si chiedeva come rivendicazione cardine il permesso di soggiorno per tutti.Poco alla volta si è cercato di attirare l’attenzione su quello che è un sopruso con volantinaggi al mercato e in città.

La preoccupazione maggiore data la struttura e il suo utilizzo  era, e resta tutt’ora, quella di veder nascere nel silenzio un nuovo CIE. Successivamente, le cattive condizioni all’interno della caserma e la mancanza di risposte rispetto ai permessi di soggiorno, hanno scatenato i primi tentativi di fuga da parte degli immigrati.

La caserma Andolfato vista da un palazzo vicino

Nella notte fra il 10 e l’11 aprile si fa sentire la repressione dello stato; le forze dell’ordine per arginare la fuga hanno pensato bene di usare i lacrimogeni e il manganello.

Fortunatamente, data la possibilità di scattare foto e fare riprese dalle palazzine popolari che si trovano nelle vicinanze, la cosa si è risolta in pochi minuti. Risultato?  15 tunisini ricoverati in ospedale e diversi di loro riportavano fratture varie.

Col passare dei giorni l’insofferenza aumentava e si moltiplicavano i tentativi di fuga, ad alcuni giornalisti è stato addirittura sequestrato il materiale raccolto.

A quel punto è stato lanciato un altro presidio, stavolta  regionale, che si è tenuto giovedi 14 Aprile e in cui venivano coinvolti anche altri centri sociali di Caserta e Napoli. La manifestazione ha visto la partecipazione di circa 500 persone, molte arrivate di propria spontanea volontà per mostrare la propria solidarietà.


Dopo il 14 Aprile ci sono le prime novità: arrivano i permessi temporanei, il campo viene sgomberato e sabato 16 Aprile è libero, ma già da domenica è tornato “attivo”, ad ora ci sono trecentoventi rifugiati, altri arriveranno.

La prefettura ha negato l’accesso a mediatori, a meno che questi non siano della Croce Rossa; la struttura si è nei fatti trasformata in un CIE; questo è avvenuto  senza nessun decreto che sancisca tale permesso , il “salto di qualità” è che  molti degli immigrati in arrivo non hanno diritto al permesso di soggiorno e dopo l’identificazione verranno rimpatriati.

Il vento delle rivoluzioni nei  paesi arabi ha spazzato via decennali dittature, l’arrivo dei rifugiati dal Maghreb rappresenta per noi  uno spartiacque tra la propaganda xenofoba e reazionaria delle destre e l’unità tra lavoratori italiani e immigrati per costruire anche nel nostro paese una risposta alla crisi del capitalismo.  Gli immigrati nel nostro Paese vivono una condizione di sfruttamento ed emarginazione, la lotta del Comitato Antirazzista Sammaritano è la lotta per i diritti e per l’unità tra italiani e immigrati contro il governo e le sue politiche securitarie e contro l’imperialismo, pronto a soffocare in nome del profitto ogni movimento di libertà ed emancipazione dei popoli oppressi.

La lotta all’Andolfato sarà lunga, ma necessaria per ricostruire un’opposizione  e un’alternativa a chi ci offre solo guerra, fame e miseria.


* Comitato Antirazzista Sammaritano
** Segretario Prc S. Maria Capua Vetere

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