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I mass media italiani hanno accolto con una certa sorpresa i risultati elettorali in India. Il gigante asiatico sembrava lanciato verso una crescita economica ininterrotta, +8% del Pil solo l’anno scorso, che avrebbe portato benessere e sviluppo a tutta la popolazione. Invece il responso delle urne è stato una sonora sconfitta della coalizione di destra al governo, guidata dal reazionario Bjp.

I commentatori dei giornali della borghesia, ma anche alcuni di sinistra, spiegavano la sconfitta del Bjp e la vittoria del Congress come l’affermazione dell’India profonda che “resiste al cambiamento e alla modernizzazione” portata avanti dal governo di Vajpayee negli scorsi anni.

Niente potrebbe essere più lontano dalla realtà. La sconfitta della destra è la sconfitta delle politiche di privatizzazione e di apertura alle multinazionali suggerita dal Fmi e dalla Banca Mondiale. La new economy e tutto il settore informatico hanno goduto di un boom esplosivo, ma allo stesso tempo solo il 5% degli indiani possiede il telefono e il 40% degli adulti è analfabeta. L’altra faccia del boom sono anche i quattro milioni e mezzo di posti di lavoro eliminati dal 1997 nel settore pubblico (circa il 15% del totale) e il 21% dell’industrie che hanno cessato l’attività, sempre negli ultimi sette anni.

Queste elezioni sono state precedute da un’ondata di lotta di classe senza precedenti. Il 21 maggio dello scorso anno si è verificato “il più grande sciopero generale dall’indipendenza” (1947), come ha commentato in quell’occasione la BBC, contro la politica di privatizzazioni del governo. Cinquanta milioni di lavoratori indiani sono di nuovo scesi in piazza il 24 febbraio scorso di nuovo nell’ambito di uno sciopero generale in risposta a un progetto di legge che voleva limitare il diritto di sciopero.

Non è quindi per caso che il fronte delle sinistre ha conquistato 62 seggi (su 545) nel parlamento, il miglior risultato dal 1971. Il Partito comunista indiano (marxista) ha conquistato 22 milioni di voti, mentre il Partito comunista indiano circa cinque milioni e mezzo. La scissione risale agli anni sessanta e oggi i due partiti non si differenziano in maniera fondamentale per quanto riguarda i programmi. Da decenni il Pci (M) amministra il Bengala Occidentale, lo stato di cui è capitale Calcutta, all’insegna di un timido programma di riforme. I due Partiti comunisti sono però le organizzazioni tradizionali del lavoratori in India.

La pressione delle masse si esercita su questi partiti ed è bastato l’annuncio da parte del segretario del Pci (M) che nella nuova coalizione governativa la sinistra avrebbe lavorato per uno stop alle privatizzazioni e per un ripristino dei sussidi alimentari per i settori più poveri della società, perché la borghesia indiana e non solo entrasse nel panico più assoluto. La borsa di Bombay è crollata in due giorni del 28%. Questa è la principale ragione per la rinuncia alla carica di primo ministro di Sonia Gandhi e della successiva proposta a Manmohan Singh, sempre del Congress, di formare un nuovo governo. Singh è l’uomo dei mercati, colui che nel ’91 aveva avviato le politiche di austerità e di liberalizzazione. La borghesia vuole tutelarsi rispetto a un governo dove la presenza dei comunisti è determinante.

Il pericolo per le masse indiane, tuttavia, non risiede in questo o in quel primo ministro, ma in un governo di Fronte popolare, dove la sinistra sarebbe alleata al Congress, lo storico partito della classe dominante indiana. Il Congress chiederà la collaborazione della sinistra per l’attuazione di un programma di controriforme. Compito dei comunisti e delle forze migliori del proletariato indiano sarà quello di sottrarsi da questo abbraccio mortale.

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